"I coltivatori di dubbi e la spada di Oriana"


di
Giuliano Zincone

(Corriere della Sera, 18 ottobre 2001)


Oriana Fallaci non voleva convincere nessuno, ma la sua passione selvatica è sembrata necessaria a molti, e ha sbalordito anche gli avversari. L’eremita di Manhattan non ha messo soltanto il cuore a nudo, ma ha buttato il fegato, lo stomaco e la bile sulle nostre scrivanie. Ha sbriciolato il pigolio politicamente corretto del buonsenso, dei giudizi bipartisan, delle cautele ecumeniche, afferrando immediatamente il nuovo Spirito del Tempo. Un nostro fratello prepotente, a lungo invidiato e disprezzato, ha subìto l’estremo affronto, l’estrema umiliazione. Al lutto atroce e simbolico delle Twin Towers, s’è aggiunto l’insulto che ha dissacrato la fierezza del Pentagono. Il fratello americano aveva tanti meriti, ma anche tante colpe antiche e recenti, dall’eccidio dei pellerossa alle stragi di Hiroshima e Nagasaki, dagli arroganti embarghi alla crudele sbadataggine del Cermis.

Una sola volta, a Sigonella, siamo riusciti a contrastarlo, e non ce ne pentiamo. Ma adesso che l’hanno ferito, scopriamo che è pur sempre un fratello e, come s’usa in famiglia, stiamo accanto a lui. La pena per le vittime civili afghane non c’ impedisce di ammettere che la rabbia americana appartiene anche a noi, e che il dolore di New York fa parte della nostra vita.

Con il suo inaudito pamphlet, Oriana Fallaci ha resuscitato una funzione fondamentale della scrittura che, nella marea delle informazioni che ci assediano, è utile soprattutto quando sollecita emozioni. Io, per esempio, non condivido affatto l’orgoglio culturale di Oriana, né approvo le sue contumelie contro gli immigrati musulmani. Ma reagisco, protesto, mi sento chiamato in causa. E alla fine mi accorgo che non conta la correttezza dei suoi argomenti, ma la forza con la quale mi costringe a riflettere e a schierarmi.

Sulla superiorità del nostro mondo, per esempio, c’è molto da discutere: non tanto per negarla, ma per tentare di comprendere in che cosa consista e fino a che punto ci riguardi. Bisogna constatare, innanzitutto, che le civiltà e le culture non sbocciano (né appassiscono) negli stessi tempi e negli stessi luoghi, e che, al loro interno, non producono risultati accessibili a tutti. Se (al bar) si domanda: «In quale epoca ti piacerebbe vivere?», pochi rispondono «adesso». Le aspirazioni variano dall’antica Roma al Rinascimento, al Settecento, dove tutti pensano che, come minimo, sarebbero stati consoli, artisti, marchesi. Nessuno immagina che, con ogni probabilità, avrebbe fatto parte della stragrande maggioranza bastonata, famelica, schiava. È difficile, dunque, rivendicare una qualsiasi superiorità a causa dei lasciti di signori che non ci sono contemporanei. Né sarebbe facile vantare una supremazia culturale sull’Egitto dei faraoni, sull’India e sulla Cina antiche, sui fasti dell’Impero Ottomano. Sarebbe buffo se le plebi mesopotamiche continuassero a vantarsi dei trionfi di Nabucco, e sarebbe ridicolo se noi italiani ci pavoneggiassimo con le penne vetuste di Raffaello. Ogni civiltà, del resto, esprime una vocazione speciale, in un periodo più o meno circoscritto.

Scriveva Virgilio che molti Paesi eccellevano nelle discipline artistiche o filosofiche, ma che soltanto ai Romani spettava il compito di governare i popoli con l’imperio, e di castigare gli indocili. Ho l’impressione che quest’eredità non ci riguardi.

Noi veneriamo i monumenti, i quadri, i libri, le musiche degli antenati. Ma non misuriamo su questi beni la nostra supremazia. Possiamo e dobbiamo vantarci di ben altro: spendendo patrimoni incalcolabili di sacrifici, di intelligenze, di battaglie anche micidiali, abbiamo conquistato per le moltitudini livelli notevoli di giustizia e di benessere. Queste sono le nostre cattedrali laiche: qualità e durata della vita, assistenza medica, cibo, case, eguale rispetto e pari opportunità per tutti, libertà (anche di culto), democrazia. Sappiamo bene che questi tesori sono mal distribuiti, recenti, fragili. Ma proprio per questo dobbiamo estenderli e custodirli: senza superbia, ma con legittimo orgoglio, specialmente quando sono esplicitamente minacciati da avversari superstiziosi e prolifici. La democrazia, per definizione, non si può imporre con la forza a chi non la desidera. Però è necessario comprendere quanto sia preziosa, e difenderla contro le insidie esterne e le tentazioni autoritarie interne.

La superiorità della religione, poi, è un paradosso. Nessun credente tradizionale si pone il problema in questi termini. Il confronto occupa un livello alto e drastico: «La mia fede è vera, la tua è falsa». I comportamenti, poi, dipendono dall’educazione dei singoli, dalle opportunità politiche o storiche, dalla generosità dei prelati, dai tentativi (in corso) di riconoscersi reciprocamente dignità o comunanza di radici. Ma questo (eventuale e neonato) rispetto non prevede che la fede estranea diventi «vera». Una religione, diceva Freud, o è intollerante o non è. Certo, Freud non era un teologo, ma questo suo (sbrigativo?) giudizio ci aiuta, forse, a discernere qualche seme del fondamentalismo.

Le religioni storiche alludono all’eterno, ma i loro linguaggi sono incardinati alle epoche delle Rivelazioni, cioè a società agricole, gerarchiche, presumibilmente immutabili. Le rivoluzioni borghesi, moderne e postmoderne, i cambiamenti radicali di modelli di vita, di distribuzione dei redditi, di accesso alle informazioni, seminano impazienze e scetticismi, tendono trasferire all’«oggi e qui» le speranze di beatitudine delle masse. La predicazione religiosa può reagire cercando adepti nelle plaghe del mondo in cui le condizioni di vita siano simili a quelle contemplate nei Libri, oppure deve aggiornare il messaggio, adeguandolo alle mutazioni della società contemporanea. Ciò comporta una progressiva secolarizzazione delle Chiese, che suscita perplessità e ribellioni nei credenti classici. È il caso di don Gianni Baget Bozzo, che osa accusare il Papa di apostasia, senza considerare che, per questo, i pontefici che egli rimpiange lo avrebbero scomunicato (altro che Milingo!) e dannato al rogo. Chiaro: ogni Libro si presta a diverse interpretazioni, che possono variare con i tempi ed essere usate come strumenti di potere, anche a costo di generare scismi, conflitti, persecuzioni. Ma i fondamentalisti sunniti o sciiti detestano soprattutto la secolarizzazione della loro fede, l’abbandono della purezza teocratica da parte dei governi musulmani. I fanatici non ammetteranno mai che la vera religione (così come loro la leggono) è inadeguata al mondo: urleranno che è inadeguato alla loro fede il mondo d’oggi, corrotto e blasfemo. Questa visione è una minaccia micidiale per i Paesi islamici «moderati», perché in molti di loro il terreno è fertile per la propaganda estrema, perché lì sono disponibili masse di manovra fameliche e disperate, tra le quali si possono reclutare «uomini che amano la morte come gli americani amano la vita», garantendo loro un premio che non è di questo mondo. Questa è la forza nera dell’estremismo religioso: contrariamente alla politica, esso non ha bisogno di promettere vantaggi materiali, né teme di subire verifiche a breve scadenza.

Qualcuno s’è scandalizzato, davanti all’aggressività rovente di Oriana Fallaci: l’hanno perfino chiamata razzista. Ma non si può rispondere sottovoce a chi stermina i tuoi amici e sfregia la tua città. Molti intellettuali del nostro tempo sono abituati a guardare il mondo dall’alto di freschi palmizi, distribuendo imparzialmente torti e ragioni, come se nulla li riguardasse. Però, quando la casa brucia, è necessario chiamare i pompieri, è giusto detestare l’incendiario, ed è sano, nei momenti critici, recuperare le emozioni basilari.

Il razzismo non c’entra. Parlerei, semmai, di un’esplosione di sincerità, e tento di spiegarmi con un esempio scolastico. È istintiva la diffidenza verso chiunque sia «diverso». I bambini scherniscono o isolano chi parla un dialetto esotico, chi è troppo grasso, chi è troppo alto o balbuziente. La maestra, con fermezza e pazienza, dovrà spiegare che ciò non è giusto e, a poco a poco, convincerà gli alunni a reprimere i loro impulsi cattivi. Ma l’ostilità rinasce, violenta, quando in classe (nel paese o nel mondo) un «diverso» minaccia la comunità: a questo punto lui e tutti i suoi simili precipitano nel ghetto del disprezzo. Lo scriveva anche Antonin Artaud: di fronte alla catastrofe cadono i castelli culturali, l’istinto cancella l’educazione. E questo ha fatto Oriana Fallaci, una che ha visto tanti Paesi e tante battaglie: ha scovato dalle sue viscere una vitalità elementare e ce l’ha gettata in faccia.

Dopodiché si può discutere di tutto. Noi giornalisti siamo piuttosto disorientati, specialmente se abbiamo girato un po’ di mondo. Arriviamo in mezzo ai disastri con le valigie piene di convinzioni ferree, che poi vanno in frantumi quando guardiamo i conflitti da vicino. Abbiamo paura, ma facciamo a cazzotti per saltare sull’ultimo elicottero: vediamo molto, impariamo poco. Siamo abituati a confrontarci con le differenze, e anche a rispettarle. Nel Laos, per esempio, possono servirti una salsa bruna. Che cos’è? «Cacca di uccelli». Ah, benissimo. L’ambiguità è sempre in agguato. I più vecchi ricordano Saigon. Loro facevano il tifo per i nordisti, ma quando le cannonate dei «liberatori» s’avvicinavano all’albergo, gesummaria, speravano che gli imperialisti le zittissero. E in Pakistan? Sembrava giusto, nei tempi andati, parteggiare per il «laico» Alì Bhutto, si capiva benissimo che le sue tentazioni «neutraliste» dispiacevano agli occidentali, che gli aizzavano contro turbe islamiche, e che si preparavano a farlo impiccare, dopo un solenne processo gestito da magistrati scuri travestiti da inglesi, con le parrucche in coppa. Però, se ti trovavi a Lahore, in mezzo a una sparatoria, non dico che cambiassi idea, ma te ne fregavi del torto e della ragione: volevi soltanto che la piantassero.

Noi eravamo mosche cocchiere, e siamo diventati coltivatori di dubbi. Né ci aiutano i discorsi che ascoltiamo, stupefatti, nei talk show radiotelevisivi. Prendiamo appunti: «Con gli aiuti alle vittime di Manhattan, l’America s’è convertita al socialismo delle partecipazioni statali». «Il riassetto geopolitico postbellico? Vediamo un po’: il nord dell’Afghanistan sotto controllo tagiko, il sud lo affidiamo ai pakistani, il re garantisce la federazione e l’India si consola in pace con il Kashmir». «Ma è tutta una roba di soldi! Oppio, banche, gasdotti!». Taleban Petrol, insomma. Che tristezza. Quasi tutte le nostre vecchie passioni sono state tradite. I sudvietnamiti stanno peggio di prima. Gli iraniani non hanno guadagnato granché, passando dallo scià agli ayatollah. Le donne afghane, poi, soffrivano meno di adesso, sotto il regime dei fantocci filosovietici. E ormai, a quanto pare, il crudele Gheddafi, è diventato amico, l’ondivago Arafat oggi assomiglia a una garanzia, e domani (mai dire mai) qualche perfido dittatore laico potrebbe essere rivalutato...

Oriana Fallaci non coltiva queste nausee. Lei impugna la spada e taglia il mondo in due. La sua fede è brutale, ma nutriente, soprattutto perché ci obbliga a inforcare occhiali più lucidi. Sono tutte vere, le cose che scrive? Non è questo il punto. Anche le lucciole di Pasolini non erano affatto scomparse. Ma, in fondo, aveva ragione lui.






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