Nell'ateneo milanese non si arrendono alla paura

di
Walter Tobagi

(Corriere della Sera, 21 marzo 1980)


Milano - Una mano ignota è passata tracciando col gesso nero la stella a cinque punte e la scritta «W BR». Il luogo dell'agguato disterà venti passi, in quel corridoio grigiolino, al secondo piano della Statale, che s'apre sulle tegole luccicose di pioggia. La scritta sembra fresca di mattinata. Con ogni probabilità l'ignoto simpatizzante s'è mescolato alle decine, centinaia di ragazzi che arrivano in silenzio, stanno fermi davanti ai mazzi di fiori, leggono i tatse-bao scritti con pennarelli neri e rossi. (...)
Metter piede all'università è come riprecipitare nel cuore delle emozioni più intense. Manifesti che annunciano il convegno su Stendhal. Pareti tappezzate di cartelli, un gigantesco supermarket di slogans e avvisi, c'è chi vende quattro boxers di razza, chi una chitarra più organetto elettrico a settantamila. Reclamizzano l'ultimo disco di Edoardo Bennato «Uffà uffà» e t'invitano al «teatro miele» per il seminario sul «Vissuto corporeo». Non potrebbe immaginarsi un luogo più emblematico della diaspora culturale, della confusione di valori che aggredisce ogni giorno migliaia di giovani. È un'epoca di incertezza, e l'università riflette questa condizione. (...)
Quale sia l'obiettivo politico dei terroristi è l'argomento che divide ancora e sempre i giudizi. Che cosa sperano di raggiungere con questa sequela di delitti? Rispondere a questa domanda vuol dire indicare, implicitamente, la via da seguire per battere il terrorismo. I muri della Statale offrono le risposte dei gruppi che si contendono l'egemonia ideologica a colpi di tatse-bao.
Quelli del Movimento lavoratori per il socialismo scrivono: «Sviluppiamo la vigilanza e la mobilitazione di massa contro il terrorismo». Quelli di Democrazia proletaria dicono: «Se vogliamo battere il terrorismo, dobbiamo rilanciare la lotta di massa». Sono ragionamenti che rispondono a una logica strettamente politica e ti lasciano l'ambiguità di un interrogativo: può la sola logica della politica sanare ferite che proprio l'esasperazione politica, il panpoliticismo ha favorito?
L'altra logica si ritrova nei tatse-bao di Comunione e Liberazione, che sono i più numerosi. All'ingresso dell'aula magna, hanno ricopiato a mano anche l'articolo di Giovanni Testori sul Corriere di ieri. E ad ogni cantone hanno affisso un lenzuolo che comincia «Quando la morte è fra noi» e contiene verità amare, domande imbarazzanti. Parla del «coraggio di riconoscere che politici e intellettuali, mezzi di comunicazione e mentalità comune hanno contribuito a distruggere, in questi decenni, i fattori che rendono possibile e giusta la convivenza». Denuncia che «la violenza del più forte» è diventata «l'unico criterio nei rapporti fra gli uomini. Se la verità non esiste, la condanna della violenza non ha verità».
Possiamo non essere d'accordo quando dicono che «solo l'incontro con uomini resi più liberi e più responsabili dalla verità del Cristianesimo ci permette ancora di sperare». Possiamo pensare che peccano d'integralismo. Ma non possiamo far finta che le loro domande non tocchino il cuore di una crisi che è anzitutto morale e ideale.

Il testo dell'articolo, così come appare qui, è quello riportato nel sito web della rivista Tracce (www.tracce.it)






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