IL MENSILE «RESET» DEDICA AL FILOSOFO UN NUMERO MONOGRAFICO IN DISTRIBUZIONE VENERDÌ

Bobbio, le lezioni americane

Le sue tesi sulla teoria democratica sono oggi al centro di dibattiti nelle università statunitensi, in un confronto tra classico pessimismo e l´ottimismo che tradizionalmente ispira gli studiosi d´oltreoceano



di
MAURIZIO VIROLI


«La Stampa», 20 novembre 2002



NORBERTO Bobbio è uno dei pochissimi filosofi politici italiani del nostro tempo che ha saputo conquistare un grande prestigio internazionale e incidere con i suoi scritti sulla riflessione di studiosi appartenenti ai più diversi contesti culturali: lo dimostra concretamente il nuovo numero di Reset interamente dedicato a Bobbio, che esce venerdì, in cui si segnalano in particolare i contributi di Perry Anderson, Jean Cohen e Andrew Arato, Anne Phillips e Jürgen Habermas.

Naturalmente l´opera di Bobbio è consultabile in tutte le maggiori biblioteche americane, inglesi, tedesche, francesi e spagnole, per limitare la ricerca alle principali aree culturali occidentali e constatare il numero davvero notevole delle opere tradotte nelle diverse lingue. La cosa è di per sé straordinaria, per l'ovvia ragione che nella filosofia politica l'Italia non è più, da secoli, centro di elaborazione e irradiazione di idee e teorie ma periferia.

Una provincia periferica che traduce, assorbe, rielabora, con maggiore o minore maestria, ma pur sempre una provincia minore rispetto all'area culturale dominante, che è quella anglosassone, e rispetto alla Germania e alla Francia. Bobbio ha invece attirato sui suoi studi anche l'attenzione degli studiosi americani, i più restii a guardare fuori della loro tradizione intellettuale, soprattutto quando si parla di democrazia, la pratica e la dottrina di cui si considerano maestri.

Andrew Arato e Jean Cohen, per citare due studiosi presenti nel fascicolo di Reset, dedicano a Bobbio una lunga discussione nella loro monumentale opera Civil Society and Political Theory (1992).

Essi accettano sia la tesi che la realtà dei regimi democratici, anche quelli più maturi, smentisce in modo eloquente l'ideale dell'uguale partecipazione degli individui al processo decisionale sia la tesi che la democrazia rappresentativa può essere in linea di principio estesa alle aree della società civile fino ad oggi rimaste impermeabili al metodo democratico di formazione delle decisioni collettive.

Rimproverano tuttavia a Bobbio il pessimismo in merito alla possibilità di render più democratici i due grandi blocchi di potere discendente e gerarchico, che sono la grande impresa e l'amministrazione pubblica, e dunque la convinzione che una democrazia integrale sia ancora lontana e incerta.

Invocano una teoria che dimostri come e quando la democrazia possa passare da una sfera (quella politica) all'altra (quella della società civile). Non mi pare che siano riusciti ad elaborarla: la democrazia pare ritirarsi anche dalle aree dello Stato e della società civile che aveva faticosamente guadagnato.

Sulla teoria democratica di Bobbio insiste anche un altro studioso americano, Mark Warren nell'ultimo fascicolo della rivista Political Theory che è il punto di riferimento obbligato dei filosofi politici negli Usa. Anch'egli accetta la nota tesi di Bobbio che la democrazia non ha saputo mantenere sei importanti promesse: la sovranità dei cittadini; rappresentanti che perseguono l'interesse della nazione e non di gruppi particolari; la sconfitta del potere oligarchico; il controllo di tutti gli spazi in cui si esercita un potere che prende decisioni vincolanti per un intero gruppo sociale; l'eliminazione dei poteri invisibili; l'educazione alla cittadinanza.

Gli rimprovera tuttavia di non vedere che la malattia dell'apatia politica, che pare aver reso del tutto irrilevante l'ideale democratico della partecipazione dei cittadini al processo decisionale, non indica tanto un disinteresse dei cittadini per la democrazia quanto da una disaffezione nei confronti dei governanti. I cittadini, in altre parole, sono diventati più esigenti e più critici nei confronti dei governanti non perché hanno messo da parte i valori democratici ma perché li sostengono con rinnovata forza.

Se il malessere delle nostre democrazie nascondesse davvero una più matura ed esigente coscienza democratica dei cittadini Bobbio sarebbe il primo a rallegrarsi. In attesa della prova della storia è più saggio fare tesoro di un insegnamento sul quale Bobbio è tornato tante volte: che la democrazia, con tutte le sue promesse non mantenute, è molto meglio dei regimi autoritari e totalitari.

Può sembrare poco, ma è una ragione più che sufficiente per sostenere la democrazia senza esitazioni. I fautori della più recente e acclamata versione della teoria democratica -- la teoria della democrazia deliberativa fondata sul principio che le decisioni pubbliche devono essere pubblicamente giustificabili -- potrebbero imparare molto dalla definizione della democrazia come «potere in pubblico», che Bobbio predilige sopra ogni altra.

Ma il tempo, dicono, è galantuomo. È facile prevedere che nei prossimi anni essi prenderanno ancora più sul serio la lezione di Bobbio. Gli studiosi che indagano come la democrazia dovrebbe essere impareranno dal suo realismo severo e dai suoi rigorosi riferimenti alla storia e alle sue dure repliche; gli studiosi che vogliono capire la realtà della politica faranno tesoro del monito di Bobbio a non dimenticare la forza dei valori che la ragione e la coscienza morale ci indicano.

viroli@princeton.edu





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