Il caso Moretti e il popolo della sinistra


di
Nadia Urbinati

L'Unità, 10 febbraio 2002



Alcune delle reazioni che i dirigenti dell'Ulivo hanno esternato «a caldo» dopo le parole di Nanni Moretti meritano una riflessione attenta che potrebbe essere utile ai fini di capire che cosa si puó fare affinché l'opposizione rinasca, e con lei la coalizione.
Alcuni leader si sono sentiti offesi, altri hanno invocato «solidarietá», altri ancora hanno fatto riferimento, con prevedibile sarcasmo, allo scontento del «popolo della sinistra». L'offesa (di lesa maestá?) la si puó tralasciare perché la sua inadeguatezza ed erroneitá sono sufficientemente evidenti. L'appello alla solidarietá merita invece una qualche riflessione e cosí anche il fastidio che trapela dall'espressione «popolo della sinistra».
La solidarietá é una virtú pubblica con la quale si cerca di dare una mano a coloro che sono stati colpiti dalla sorte o che subiscono gli effetti di un sistema sociale ingiusto. Essa presume che la persona che riceve solidarietá abbia fatto o possa fare tutto quanto é in suo potere per provvedere a se stessa (solidarietá non é lo stesso di caritá). Nella competizione elettorale o di partito non c'é né malasorte né ingiustizia.
Si perde per incompetenza, per cattiva organizzazione, per errori di valutazione, per aver ascoltato cattivi consiglieri, ecc. In ogni caso non si puó fare appello alla solidarietá. I perdenti di una gara politica suggeriscono considerazioni non inopportune sulla loro innavvedutezza strategica o inconsistenza ideale. In tutti i casi la solidarietá é fuori luogo.
L'altra reazione: le parole di Moretti come l'espressione della rabbia del «popolo della sinistra».

Provo un senso di fastidio quando mi si mette nel «popolo della sinistra» anche perché non riesco a capire da quale luogo parla chi parla -in qualitá di leader- di «popolo della sinistra». Sta forse fuori o sopra quel «popolo»?

Democrazia é saper ascoltare. L'ascolto non é in questo caso una virtú cristiana, ma politica. Perché quando il processo di decisione si regge sull'opinione pubblica chi parla soltanto non puó parlare con avvedutezza e ragionevolezza. O é un folle o un tiranno. In una democrazia é un pessimo politico. Dialogo implica reciprocitá e eguaglianza, quindi una visione di «popolo» che non é populistica. Il disprezzo di Berlusconi per il dialogo ragionato ne fa un leader demagogico che imbonisce «il popolo» come il domatore la tigre, o l'incantatore il serpente. Il suo é un popolo che deve essere continuamente ingannato per essere dominato. Questo popolo non lo si ascolta. Con lui non c'é dialogo perché non c'é né reciprocitá né eguaglianza. L'analogia del partito con la «Casa» parla da se stessa.
Tuttavia «il popolo» democratico (e quindi anche «il popolo della sinistra») non é questo popolo.

Noi cittadini chiediamo di essere ascoltati non incantati, chiediamo che si stabilisca una relazione di circolaritá, non di dipendenza, tra noi e i nostri rappresentanti. Accountability -intraducibile, guarda caso, in italiano- é il requisito fondamentale della democrazia: gli eletti devono rendere conto agli elettori. Sempre, non solo alla fine del mandato.

Nell'Italia democratica sono stati i partiti a gestire l'accountability. Ma ora, finito il tempo di quei partiti ideologici, l'accountability é ritornata ai loro legittimi proprietari: gli elettori. «Il popolo della sinistra» siamo noi cittadini che giudichiamo chi abbiamo scelto. Ma che vorremmo anche poter dire la nostra nel momento di selezione dei candidati e di confezionamento dell'agenda politica della coalizione con la quale ci identifichiamo. Occorrono le primarie dell'Ulivo: l'unitá della coalizione si puó conquistare solo cosí, partendo dal «popolo». Del resto non c'é chi non veda che con gli attuali leader non si giungerá a nulla. Con il risultato che quel che abbiamo ora é un'oligarchia di notabili piú che una rappresentanza democratica.
Si provi pure con la «Convenzione della Cultura» (se cosí posso chiamarla) proposta da Piero Fassino.

È bene peró aver chiaro che qui non si tratta di un tema culturale, ma politico. Un tema che é fondamentale per la riscostruzione dell'opposizione e della coalizione, e che non é oggetto di competenze particolari, ma della generalissima capacitá di formulare giudizi ragionati su questioni che riguardano tutti. Non riproduciamo un inutile élitismo da vecchie «commissioni» culturali. Non servirebbe a niente, se non forse alla vanitá di chi vi verrá cooptato. In alcune cittá, gruppi di cittadini con le piú diverse competenze stanno facendo piú o meno questo lavoro di ricostruzione della rappresentanza democratica. È questo il modello che si dovrebbe seguire, non quello delle stantie e platoniche riunioni nazionali di intellettuali (incoronati da chi?). Partire di qui sarebbe molto piú utile, innovativo, e anche democratico. Potrebbe aiutare a correggere quella dannonissima e suicida auto-referenzialitá che i nostri leader hanno dimostrato troppo spesso di avere. E soprattutto gettare basi solide per una coalizione modernamente democratica, che non sia piú quel premoderno universo frammentato di capitani diffidenti e litigiosi. Non si tratterrebbe affatto di populismo, ma di deliberazione democratica, vivacitá di una societá civile che non é lobbismo perché accetta la mediazione della politica. Accetta di pensare ai propri interessi e alle proprie opinioni da un punto di vista generale. Una societá civile che vuole la rappresentanza, non l'incantamento demagogico e nemmeno la fatalistica accettazione di quello che i residui dei vecchi partuti ci hanno lasciato. Che pretende accountability, e quindi vuole un rapporto democratico con i politici.






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