TRAPIANTI D'ORGANO

Un dibattito sul «Secolo XIX»

Espianto e trapianto d'organi: alcune note a margine di un recente dibattito.

di

Rosangela Barcaro



Tra la fine di maggio e l'inizio di giugno “Il Secolo XIX”, quotidiano genovese, ha pubblicato alcuni interventi sulla Legge n. 91 del 1/4/1999 che disciplina l'espianto ed il trapianto a scopo terapeutico di organi e tessuti. Ne è scaturito un vivace dibattito che ha coinvolto studiosi di bioetica, medici e pazienti sottoposti a trapianto. Di seguito viene dato un rapido resoconto di questo dibattito.
Gli interventi che hanno sollecitato il dibattito sono stati redatti, in sequenza, dal prof. Paolo Becchi e dalla scrivente *. Per ragioni di spazio, entrambi i contributi sono apparsi sul quotidiano in versione ridotta, mentre qui sono ospitati nella versione integrale grazie alla cortese disponibilità del prof. Roberto Piccoli.
I due citati contributi, insieme a quello successivo del dott. Paolo Donadoni (dottorando in bioetica presso l'Università degli Studi di Genova), sono fortemente critici nei confronti dell'escamotage del silenzio-assenso, ovvero della procedura che consente l'espianto degli organi anche nel caso in cui il cittadino non abbia espresso la propria decisione (favorevole o contraria) alla donazione. I tre autori hanno messo in rilievo, tra l'altro, la lacunosità faziosa dell'informazione fornita a tutt'oggi ai cittadini, informazione inadeguata comunque a consentire una scelta consapevole in materia di donazione d'organi.
Gli interventi del dott. Alessandro Nanni Costa, Direttore del Centro Nazionale Trapianti presso l'Istituto Superiore di Sanità, e di alcuni pazienti che hanno subìto il trapianto, evidenziano, rispettivamente, i meriti di una legge che “si allinea” alla legislazione vigente in alcuni Paesi europei e la necessità di incrementare le donazioni al fine di garantire opportunità di cura e di vita ai pazienti in stato di bisogno.
Inoltre il Dott. Nanni Costa risponde alle critiche di scarsa informazione scrivendo che la campagna informativa, che dovrebbe favorire l'aumento di conoscenza e consapevolezza tra i cittadini, sarà varata in tempi brevi. Ma allora, ci chiediamo, perché prima dobbiamo dichiarare di volere (o non volere) donare i nostri organi e tessuti a scopo di trapianto terapeutico, e successivamente verremo portati a conoscenza delle condizioni che consentono l'espianto, delle conseguenze alle quali darà luogo la mancata manifestazione della volontà, e via di seguito? Questo comportamento ci pare, quanto meno, incoerente rispetto a quanto contenuto nel testo di legge.
Anna Massone, Presidente dell'Associazione Nazionale “Voglio Vivere”, ha centrato le proprie osservazioni sulla precisazione (di fonte autorevole, come la Harvard University, e datata 1992) che la definizione di morte cerebrale è una “finzione” che consente di espiantare organi in ottimo stato. A ciò ha aggiunto che informazioni scarne non vengono fornite soltanto al cittadino ma anche ai pazienti che sono sottoposti al trapianto, spesso ignari degli effetti collaterali dei quali potrebbero essere vittime.
Il dibattito è aperto.

* Si tratta dell'intervento scritto a suo tempo proprio per il Centro Culturale Walter Tobagi: Bioetica e nuova legge sui trapianti d'organo



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Per un pugno di organi


di

Paolo Becchi *


Non sono passati moti giorni da quando nelle case degli italiani è stato consegnato il certificato per prendere parte alla votazione per i referendum popolari e, assieme a questo, una “celestiale” bustina firmata all'interno dall'ex Ministro della Sanità Rosi Bindi, contenente la tessera valida per la dichiarazione di volontà sulla donazione degli organi.
Se avete aperto la busta, vi sarete resi conto che anche qui in fondo si tratta di un referendum; certo non nel senso previsto dalla nostra costituzione, ma comunque anche in questo caso siamo posti di fronte ad un sì favorevole alla donazione o ad un no contrario.
A quanto è risultato il referendum popolare ha lasciato indifferente la maggioranza degli italiani (me compreso), non vorrei che succedesse la stessa cosa anche per quest'altro “referendum” sul proprio corpo, perché i rischi che qui si corrono sono ben maggiori di quanto a prima vista possa sembrare. Ma quali rischi, penserà l'ingenuo lettore?
Nel messaggio introduttivo firmato dalla Bindi si dice chiaramente che “questa dichiarazione non è un obbligo, ma una possibilità”: una ragione di più per astenersi ancora una volta, rimuovendo lugubri pensieri di morte. E no, caro (e)lettore, in questo caso non ti puoi astenere, perché quello che viene taciuto dal Ministro è che il non essersi espresso in un modo o nell'altro comporterà automaticamente che si è consenzienti. Sarebbe come dire: tutti quelli che alcune domeniche fa non si sono recati alle urne hanno votato sì.
Quale logica democratica presieda a questo criterio del silenzio-assenso mi sfugge: forse si potrebbe guardare alle democrazie popolari di staliniana memoria. Il colmo dell'ironia (un attributo che sinora non avevamo ancora percepito nel Ministro uscente) si raggiunge quando la Bindi insiste sul fatto che siamo chiamati ad “una scelta consapevole”. Ora, vorrei che qualcuno mi spiegasse come possa essere consapevole una scelta quando si prevede il consenso inconsapevole. Seguendo questa logica, autenticamente consapevole potrebbe al contrario essere soltanto l'esplicito dissenso. Mettiamo un primo punto fermo: è falso che quella dichiarazione sia una “possibilità”, perché se non ti esprimi hai inconsapevolmente votato a favore dell'espianto dei tuoi organi.
Ma v'è di più e di meglio. Ammettiamo che la scelta tra un sì ed un no debba essere realmente consapevole; ciò presuppone delle ragioni a favore del sì e delle ragioni a favore del no (se no di quale scelta responsabile si tratta?), un po' come nei referendum dove il cittadino dopo essersi adeguatamente informato potrà esprimere la sua ponderata decisione. Nulla di tutto ciò vale per questo referendum sui nostri corpi. La scelta che devi fare è soltanto quella di donarli (e se ti astieni, già lo sappiamo, il risultato non cambia). Come non votare sì, dopo che il Ministro di spinge faziosamente a farlo utilizzando tutti i ben noti argomenti retorici sul trapianto come atto di solidarietà e come gesto d'amore? Bisogna sentirsi più tirchi di un genovese per non voler donare dopo la propria morte la speranza a chi non ha nessun'altra possibilità di vita o di cura. Avrò avuto un pensiero poco cristiano – lo ammetto – ma se venissi a sapere che i miei organi hanno salvato la vita di un generale Pinochet o di un Totò Riina mi rigirerei nella tomba.
Ma perché io posso lasciare la mia biblioteca, la mia collezione di penne stilografiche, le cose a cui tengo di più ai miei figli e devo invece lasciare i miei organi all'intera specie umana, dunque potenzialmente anche a persone che disprezzo? Un cattolico non si porrà il problema, ma la domanda per un laico mi pare legittima; già da questo punto di vista avrei qualche perplessità nell'accettare la donazione universale dei miei organi.
Uno però vorrebbe saperne ora forse qualcosa di più su questi trapianti. E' degno di nota come il Ministro abbia impostato la sua missiva (andatela a cercare e guardate): prima leggi il messaggio della Bindi stampato con caratteri tipografici nitidissimi, che in pratica ti dice che se non firmi sì sei un verme, poi firmi il tuo tesserino (sì, ovviamente, poiché a nessuno fa piacere sentirsi un verme) e poi nella pagina successiva, a caratteri più piccoli e meno evidenziati rispetto a tutto il resto, vieni informato su cosa hai effettivamente firmato. Un esempio da manuale di manipolazione del consenso! Ma vediamo di saperne di più.
L'informazione è articolata in tre punti. Il primo riguarda la possibilità di cambiare la propria volontà in ogni momento: non si è vincolati ad una decisione definitiva, e meno male che sia così; niente da ridire neppure riguardo al terzo punto che concerne l'illiceità della compravendita di organi: che donazione sarebbe se si potesse comprarli o venderli? Tutto il problema è concentrato sul secondo punto: quando avviene il prelievo degli organi? Ma c'era già scritto sul tesserino: ovviamente dopo che sei morto. Il messaggio informativo ora però ci precisa che cosa si intenda per morte. Tu sei morto quando il tuo cervello non funziona più e siamo certi che non potrà più funzionare. Si tratta di quella che nel linguaggio tecnico viene definita come “morte cerebrale”.
Sarebbe lungo qui raccontare la storia di come in America sia nata questa nuova definizione di morte che è andata a sostituire quella tradizionale fondata sull'arresto cardiorespiratorio. Basti qui ricordare che essa è stata pensata apposta per favorire i trapianti e già questo dovrebbe dirla lunga sulla sua “purezza” scientifica.
Non voglio certo contestare che quando siamo in presenza della morte del cervello e il paziente si trova in stato di coma “vegetativo” ci troviamo di fronte ad un punto di non ritorno e che quindi non resti altro da fare che lasciarlo morire. Il punto però è che con quella definizione il paziente in quello stato di coma non è più un paziente, ma un cadavere con il quale è consentito fare tutto ciò che la legge consente di fare con i cadaveri. Dichiarandolo morto possiamo impedirgli di morire fino in fondo, mantenendo il suo corpo in una sorta di vita “simulata”, al solo scopo di utilizzare al meglio i suoi organi. Ciò che l'informazione dice è che gli organi vengono prelevati dopo la morte del cervello, ciò che l'informazione non dice è che essa avviene prima che il cuore abbia cessato di battere, il sangue smesso di circolare e quello zombie abbia cessato di respirare. Dico zombie, perché secondo la vecchia definizione di morte vivrebbe ancora, ma secondo la nuova no e pertanto bisognerebbe trovargli un nome.
L'informazione non dice che il corpo del donatore (con il consenso carpitogli nel modo che abbiamo visto) una volta dichiarato morto, in base al criterio della morte cerebrale, sarà mantenuto artificialmente in vita per essere utilizzato come una banca di organi da trapiantare all'occorrenza. Quali enormi vantaggi per la lobby medica, d'altra parte la definizione di morte se l'erano costruita loro proprio a questo scopo, individuando nella morte cerebrale il confine dove termina la vita.
Vorrei qui proporre un modesto motivo di riflessione per i molti cattolici che saranno già stati tentati di operare la “scelta consapevole” che il Ministro cattolico vuole loro imporre. Se la fine della vita si identifica con la morte del cervello, allora per analogia anche l'inizio della vita dovrebbe coincidere con l'inizio delle funzioni cerebrali, dunque non dal concepimento. Ne consegue che se si accetta il trapianto d'organi a cuore battente, allora bisogna pure ammettere la liceità dell'aborto. Vedete un po' voi …
Ma siamo propri sicuri di conoscere la precisa linea di demarcazione tra la vita e la morte? Possiamo veramente ritenere morto chi ancora respira, pulsa, funziona organicamente? Se fosse così dovremmo ritenere che la vita di un uomo si identifichi tutta con la sua testa e che il suo corpo sia per lui qualcosa di estrinseco. Ma un essere umano non è soltanto ciò che pensa, esso è anche inscindibilmente il suo proprio corpo. La sua identità è l'identità del suo organismo interamente individuale e (sinora) irripetibile. Non so quanti di voi si siano innamorati del cervello della propria donna o guardando il sorriso di un bambino o la bellezza di un volto abbiano pensato alla loro corteccia cerebrale. Per questo finché il corpo è in coma e ancora respira deve essere considerato come il residuo perdurante di quel soggetto la cui vita sta per andarsene, ma non se n'è ancora andata del tutto: tali momenti dovrebbero essere circondati dalla pietà, non dallo sfruttamento del corpo. Il rispetto per ciò che quella persona era ci impone ora di non trattarlo strumentalmente riducendo il suo corpo a cosa. In quelle condizioni il suo corpo è in fondo ciò che resta della sua vita: l'ultimo legame con la natura vivente (non è forse anche quella “vegetale” una forma di vita?) e che ora si vorrebbe rendere artificialmente una sorta di meccano con cui i medici potranno giocare a riparare qualche altra macchina difettosa. Ma il corpo di un uomo non è un insieme di pezzi di ricambio.
Se non c'è più niente da fare si sospenda la respirazione artificiale, si attenda che la natura (esiste ancora) faccia il suo corso e solo successivamente, con un consenso magari un po' meno “bulgaro”, si proceda all'espianto degli organi. Certo, le condizioni non sarebbero più ottimali, i vantaggi più limitati, ma è la tecnica che dev'essere subordinata all'etica e non viceversa. Per qualche trapianto in più non possiamo rischiare di vivisezionare un uomo.

* Docente Universitą degli Studi di Genova







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