Giuliano Amato: Tornare al futuro


di
Roberto Piccoli


(Centro "W. Tobagi" Online)
31 maggio 2002)



Giuliano Amato, Tornare al futuro. La sinistra e il mondo che ci aspetta.
In collaborazione con Fabrizio Forquet. Roma-Bari 2002, Laterza, 150 pp.

E' abbastanza probabile che quanti conoscono bene il percorso politico e intellettuale di Giuliano Amato non trovino nulla in questo libro che egli non abbia già espresso, o almeno lasciato filtrare nel suo operato da ministro e da presidente del Consiglio, o in molti dei suoi interventi pubblici. Quello che mancava finora era però un'esposizione organica e pressoché completa del suo pensiero sulle questioni più urgenti del momento (che poi sono per lo più questioni epocali). Tornare al futuro è appunto anche questo. Con in più qualche puntualizzazione molto esplicita e politicamente impegnativa, suggerita dalla complessità e dal valore della posta in gioco. Anche in considerazione della scivolosità di concetti di cui si fa largo uso, ma sui quali è molto facile equivocare, quali ad esempio «globalizzazione», governance, «populismo».

Il libro esordisce raccontando i tumultuosi cambiamenti epocali intervenuti in questi anni recenti un po' in tutti i campi dell'agire, del vivere e del sentire individuale e collettivo. Dai progressi scientifici e tecnologici alle abitudini alimentari, dalle organizzazioni di massa alle istituzioni, dal lavoro alla comunicazione, Amato descrive il cambiamento con accenti ora preoccupati ora fiduciosi, consapevole che è pur sempre “un mondo straordinario quello che stiamo costruendo”, e che se non sappiamo con esattezza in che direzione dobbiamo incamminarci dobbiamo tuttavia avere ben chiaro che non è proprio possibile rimanere uguali a prima e men che meno possiamo “guardare al futuro con gli occhi del passato”. In politica e in economia questo significa che “non si può restare prigionieri della storia” (139), anche se sarebbe suicida dimenticare le proprie radici.

Governare questi cambiamenti è appunto il problema. Ma noi, assuefatti al vecchio ordine, della nuova era percepiamo distintamente solo il disordine, delle novità avvertiamo solo il caos che producono nelle nostre vite. Questo rende ancor più difficili le cose. Ed anzi è qui che la sfida tocca il suo punto cruciale. Abbiamo un problema di cultura politica, innanzitutto. O forse di cultura tout court. Alla prima Amato dedica un intero capitolo del libro. Ma la sua riflessione si concede anche qualche rapida incursione in territori che solitamente non sono molto frequentati dagli analisti politici, dagli economisti e dai costituzionalisti. Solo accenni, ma significativi. Si legge, ad esempio: “Mi sono sempre profondamente sentito partecipe (…) di quelle culture in cui ciascuno ha da essere il filosofo di se stesso, il proprio messia”. E subito dopo, tornando alla polis: “Anche queste culture, però, se vogliono essere il connettivo di un tessuto sociale, devono saper coinvolgere l'insieme degli individui e definire prospettive comuni” (137).


C'era un tempo in cui le società si organizzavano intorno a tre istituzioni: i partiti, i sindacati e il «grande Stato» (big State). Il cambiamento ha però sottratto a questa architettura il suo presupposto, le masse, al posto delle quali oggi troviamo individui. Il gusto di Amato per la metafora lo porta a parlare di mammiferi (“tanto più flessibili e abili nell'adattamento al nuovo ambiente”) che succedono a dinosauri. Ecco un gran numero di operai che diventano imprenditori, ecco lavoratori dipendenti con accresciute responsabilità, i cui ruoli si differenziano sempre più l'uno dall'altro, gregari divenuti protagonisti. Così, mentre dal sindacato si scappa, i partiti sono percepiti come estranei e allo Stato si chiede di essere meno invadente. Una misura del cambiamento: la società degli individui, versione aggiornata (e molto) dell'opinione pubblica di ottocentesca memoria, chiede di contare, ma non c'è più il tempo e neppure la voglia di partecipare, in compenso si pretende che le cose siano messe bene in chiaro e che sia lasciata la possibilità a ciascuno di dire la sua su tutto, se e quando se ne sente il bisogno. Non è l'anti-politica, avverte Amato, ma ci siamo vicini. Anche questo fa parte della sfida.

Il rischio è alto: che la società degli individui si incammini verso una drammatica frammentazione, verso un mondo di monadi in cui trionfa l'egoismo e la solitudine. “Più sviluppo e più coesione”: questa è la risposta che un “riformismo intelligente” può e deve dare al laissez-faire globalizzante. Più sviluppo perché solo così ci può essere più ricchezza, e se c'è più ricchezza si può mettere in atto “quel ciclo virtuoso—a cui puntiamo—in cui il denaro porta coesione e aumento generalizzato del benessere piuttosto che divisione e sacche di povertà come nell'attuale «disordine mondiale»”. Più coesione significa in primo luogo che ”il più ampio numero di individui sia messo in condizione di dare il meglio di sé”. Il concetto di capability, formulato da Amartya Sen, esprime perfettamente questa impostazione: “Capability significa mettere in condizione le persone di fare cose che inizialmente non erano in grado di fare. E questo vuol dire offrire loro la possibilità di essere libere, di esercitare le loro libertà” (59).

D'accordo con Sen, Amato argomenta:

“Non basta elargire alle fasce più povere quattro soldi—il cosiddetto reddito di cittadinanza—che possano essere tristemente spesi in una vita ai margini della società. Bisogna piuttosto mettere i meno abbienti in condizione di uscire dal ghetto e far parte della società. La questione centrale, quindi, è la generalizzazione o meno, nelle nostre comunità, del concetto di coesione. La coesione deve essere estesa in maniera totalitaria (e uso volontariamente un aggettivo forte), ossia nei confronti di tutti: il tessuto sociale non può conoscere stramature profonde, deve essere forte. E' questo il punto chiave: che non vi siano più le gigantesche sacche di esclusione che ci sono oggi, che non esistano più ghetti.” (60)
Capability significa anche mettere il giovane perennemente precario in grado di sottoscrivere un mutuo per sposarsi e comprarsi la casa, mettere il “valligiano ricco e pasciuto del bergamasco” nelle condizioni migliori per lavorare senza sentirsi oppresso da uno Stato sanguisuga. Significa asili nido, centri per anziani, assistenza domiciliare per i medesimi, mettere cioè la famiglia nelle condizioni migliori per essere tali.

“Troppe donne oggi rinunciano a essere contemporaneamente mamme e lavoratrici perché manca un asilo nido di cui fidarsi vicino casa, perché c'è un vecchio padre da accudire, perché non c'è chi porta i bambini a scuola.” (68)
E' un nuovo Welfare State quello che si viene così delineando. Esso dovrà tutelarci dal rischio dell'esclusione e dalla flessibilità permanente favorendo in ogni modo il pieno sviluppo delle nostre potenzialità. Agirà sulla formazione dei giovani (ma anche degli adulti), così come sul degrado urbano che rappresenta una formidabile fucina dell'esclusione, perché è soprattutto nelle periferie dimenticate che possiamo “liberare capabilities”.

In materia di cultura politica, secondo Amato, c'è molta strada da fare. In campo istituzionale, ad esempio, la sinistra fa una certa fatica a convincersi che è sbagliato pensare che il contenitore istituzionale, in fondo, non ha molta importanza, purché ci sia, naturalmente, “la volontà politica”, come recita un vecchio adagio che è anche un mito duro a morire. Fortunatamente, osserva l'Autore, la sinistra ha ben accolto il concetto di governance, introdotto dalla Banca mondiale, secondo il quale domandarsi quale architettura istituzionale sia in astratto migliore non ha molto senso, mentre è fondamentale capire se questa o quella forma di governo possono funzionare in un determinato contesto. (82)

E' un passo avanti. Ma deve essere seguito da molte altre acquisizioni. Ad esempio, lo Stato superiorem et inferiorem non recognoscens è quasi soltanto un ricordo, eppure si fa maledettamente fatica ad abituarsi all'idea.

“Insomma, per essere chiari: ciascuno di noi ha non meno di venti problemi; cinque di questi si risolvono a livello comunale, cinque a livello statale, cinque a livello europeo e cinque a livello globale”. (89)
Bisognerà allora ragionare di multilevel system of government,
“una formula assolutamente priva di sex appeal, ma che coglie perfettamente una realtà che non è più fatta di Stati come entità fra loro separate e indipendenti le une dalle altre”. (82)
A questo punto uno dei problemi fondamentali della democrazia è come riuscire a far coesistere tante diversità senza scivolare nell'uniformità. Amato condivide con il premio Nobel Joseph Stiglitz la stigmatizzazione di “un G8 che troppo spesso assomiglia a un G1” (86), cioè dello strapotere degli USA. Il che, detto da Amato, da sempre grande estimatore della democrazia americana, può forse sorprendere, ma si tratta di una preoccupazione assolutamente coerente con i presupposti sui quali quello stesso modello si fonda.

Ma se l'economia globale ha bisogno di regole, e queste regole non le può fare l'America per tutti, come di fatto accade, quale formula nuova proporre? Qui il discorso si interseca con i “movimenti”, che Amato “scruta” con grande interesse. Certo, il divario tra democrazia e capitalismo, tra democrazia e globalizzazione, non si può risolvere in una radicale messa in questione dell'economia di mercato, cioè con un ritorno al passato anziché al futuro, come recita il titolo del libro. Ma, ciò premesso, Amato si spende in una convinta difesa del ruolo dei movimenti.

Anche questo aspetto va visto “con gli occhi del futuro”. Il movimento rappresenta un serbatoio prezioso per la democrazia. Dopo anni, molti giovani ritornano alla politica, riconquistano una fiducia nella politica che avevano smarrita. Dunque un segnale di speranza. E forse da questo fermento nascerà la classe politica di domani. Che vi sia una forte componente “antagonista” non deve e non può sorprendere e preoccupare.
“E' giusto che in democrazia vi sia una parte antagonista, sono il primo a convenirne. Sono contrario a chiunque voglia reprimere il movimento nella società perché esso è un caposaldo della democrazia, non meno dell'esistenza dei partiti di maggioranza e dei partiti di opposizione, con le loro rappresentanze in Parlamento. Chiunque conosca i postulati della democrazia liberale sa che reprimere i movimenti significa forse reprimere la politica di domani, significa consentire soltanto all'esistente di fare politica e non al nascente di manifestare le sue esigenze. Come farebbe, altrimenti, chi è nascente a manifestare le sue esigenze attraverso un Parlamento nel quale non ha ancora rappresentanti? Guai a chi tocca il movimento, dunque. Ma perché è un ingrediente essenziale della democrazia e non perché è l'ennesimo antesignano di un comunismo che, spero bene, in Italia e in Occidente non verrà mai.” (118)
Se tuttavia il comunismo non è la risposta alle istanze sollevate dal movimento, a maggior ragione non lo è una politica intesa come gestione dell'esistente. La politica ha bisogno di una «visione», del progetto di un «ordine nuovo» nel quale siano esclusi tanto il digital divide quanto un mercato senza regole o con regole imposte (il G1!). Così come il mondo ha bisogno di un “tessuto etico”, di valori e principi condivisi, senza dei quali le società sono ingovernabili. La missione della sinistra consiste appunto in questo, indicare la via verso un «nuovo ordine» che sia anzitutto fondato su un presupposto etico.

Impostato in questo modo, il problema centrale del divario tra democrazia e globalizzazione assume tutta la fisionomia di una grande sfida culturale, oltre che politica. Dove, anche se Amato non lo dice esplicitamente, la dimensione culturale sembra preponderante, presentando questa difficoltà e richiedendo uno sforzo di immaginazione maggiori di quanto le scelte politiche conseguenti richiedano coraggio e flessibilità. E culturale è, in fondo, anche l'esito forse più suggestivo della riflessione di Amato, quando cioè ipotizza la necessità di pervenire ad un nuovo jus gentium che costituisca il fondamento, appunto giuridico-culturale, di quel multilevel system of government al quale la nostra cultura politica deve rassegnarsi.

Storicamente, scrive Amato, la stagione più grande del diritto romano fu il Medioevo,
“quando quel diritto, integrato da norme consuetudinarie locali, diventò la base degli ordinamenti di tutta Europa con il nome di ius gentium. Ebbene, questa diffusione, mille anni dopo la sua iniziale fioritura, fu facilitata proprio dalla diversità di enti giuridici che si muovevano sopra lo Stato, dentro lo Stato e intorno ad esso, oltre che dalla grande mobilità dei giuristi, dei maestri, dei giudici”. (83)
Quella grande lezione, mutatis mutandis, si può appunto riproporre oggi, nell'epoca della globalizzazione, di internet, degli OGM e dell'effetto-serra.



Al termine della lettura si ha la netta impressione che Amato stavolta abbia voluto esprimere erga omnes—politici di professione, intellettuali, miltanti politici, civil society—e con piglio “pedagogico”, più ancora che da leader politico, la sua visione del riformismo. E questo con una felice combinazione di rigore concettuale e semplicità di linguaggio. Ma quest'ultima prerogativa il libro la deve, con ogni probabilità, anche alla mano esperta di Fabrizio Forquet, del Sole 24 Ore.

Insomma: un “dottor Sottile” che soccorre il lettore disorientato e desideroso di capire, ma rifugge da semplificazioni indebite, che dà pratica dimostrazione della nuova cultura politica che auspica: alternativo ai moduli di comunicazione dell' outside leader, dei paladini dell'anti-politica momentaneamente trionfanti, capace di rendere sorprendentemente chiari scenari e problematiche di grande complessità, pur indicando percorsi tutt'altro che semplici per tentare di affrontarli adeguatamente.


Copyright © 2002 Roberto Piccoli


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