Che cos'è il Centro TOBAGI
Ultimo aggiornamento 15/11/ 2002
Contatti : centrotobagionline(at)yahoo(dot)it


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Il Centro Culturale Walter Tobagi Online nasce alla fine di ottobre del 1999 come una filiazione diretta del Tobagi di Treviso.
Quest'ultimo, nato nel 1990, si è impegnato nel campo della formazione politica, proponendo corsi, seminari, tavole rotonde sui più svariati argomenti: informazione, cultura, scienza, bioetica, economia, etica pubblica, filosofia della politica, storia, volontariato sociale, e altri ancora.
Così, nel nome di Walter Tobagi, il giornalista "scomodo" del Corriere della Sera assassinato dalle BR nel 1980, abbiamo dato vita a momenti di studio, di riflessione critica e di passione civile, coinvolgendo centinaia di cittadini - in gran parte giovani - e decine di docenti universitari, scienziati, uomini di cultura, giornalisti.
Tutto questo lo abbiamo fatto nella convinzione che una crescita culturale dell'opinione pubblica fosse la migliore garanzia di progresso per la nostra società, per la libertà di ciascuno, per la certezza delle regole, in una parola per un corretto funzionamento del sistema politico.

Nella primavera del '97 il Tobagi ha deciso di entrare in rete e di caratterizzare la propria presenza nella società con le sue attività online. Il primo frutto di questa decisione è stato il Quinto corso di formazione politica, il primo online della nostra storia associativa.
Nel '98 e nel '99 si è preferito impegnarsi al miglioramento e potenziamento delle pagine che compongono il sito, impresa non lieve dato anche il livello di specializzazione raggiunto in settori come la bioetica, la filosofia politica, ecc.
Alla fine di ottobre del '99, come naturale conseguenza della scelta fatta due anni e mezzo prima, si è deciso di dar vita, accanto alla "vecchia" Associazione, al «Centro Culturale W. Tobagi Online», un club interamente "virtuale" e quindi esclusivamente online, aperto a tutti coloro che, ovunque risiedano (in Italia e nel mondo), desiderino entrare a farne parte.

Quanti sono interessati possono visitare la pagina Aderire al «Centro Culturale W. Tobagi Online», dove troveranno tutte le informazioni necessarie.

Abbiamo pensato di mettere a disposizione di coloro che desiderano conoscere un po' meglio Walter Tobagi un Profilo biografico e una toccante testimonianza di Leo Valiani, tratti entrambi dal volume Testimone scomodo. Walter Tobagi - Scritti scelti 1975-80, a cura di Aldo Forbice, Milano 1989.
Un'altra testimonianza - sollecitata da una nostra lettera - è quella di Gianni Riotta nella rubrica online da lui tenuta fino a qualche tempo fa sul Corriere della Sera : Ricordo di Walter Tobagi.
A Dario Di Vico e a Gaspare Barbiellini Amidei si devono gli interventi più recenti, cioè, rispettivamente : Tobagi, alle radici del riformismo possibile (Corriere della Sera, 28 maggio 2003) e Tobagi, la ragione contro l'odio (Corriere della Sera, 28 maggio 2002).
Dello stesso Walter Tobagi riportiamo uno degli ultimi articoli, Nell'ateneo milanese non si arrendono alla paura, del 21 marzo 1980.
Abbiamo inoltre ricevuto dal giornalista romano Alessandro Bortolotti un contributo che volentieri mettiamo a disposizione dei nostri visitatori : «Giornalismo e sindacato nella vita spezzata di un riformista»

Infine, segnaliamo che per ricordare la figura e l'esempio di Tobagi è stata creata dall'Ordine dei Giornalisti della Lombardia l' Associazione "Walter Tobagi" per la formazione al giornalismo;

Grazie a tutti coloro che premiano il nostro impegno con attestazioni di stima e continui incoraggiameti, o semplicemente venendo spesso a visitarci.


Per contattare il Centro scrivere a centrotobagi(at)yahoo(dot)it.







PERCHE' LUI?


di Leo Valiani


Perché hanno ucciso proprio lui? Se lo chiese, e chiese a tutti, Filippo Turati, all'indomani dell'assassinio di Giacomo Matteotti. Perché lui, ancora giovane e non qualcuno di noi, già vecchio?
La domanda che Turati poneva, conteneva la risposta.
Gli squadristi del fascismo soppressero Matteotti, proprio perché era nel fiore dell'età ed avrebbe potuto combattere per molti anni ancora per la riconquista delle libertà democratiche, e per un avvenire consono agli ideali del movimento operaio socialista, della cui corrente riformista, rappresentata anzitutto dal vecchio Turati, egli (Matteotti) era il segretario energico, straordinariamente energico ed intransigente.
E evidente che non soltanto io non ho nessun titolo per mettermi, neppure lontanamente, sul medesimo piano di Turati, ma il nostro carissimo Walter Tobagi non avrebbe mai accettato di essere paragonato a Giacomo Matteotti. Rimane che Tobagi venne assassinato per lo stesso motivo per cui Matteotti era stato assassinato. Si voleva colpire in lui un difensore, coraggioso, tenace, nobile, della democrazia, un militante del movimento socialista, democratico dei lavoratori italiani, un militante che, per di più, si occupava seriamente, da studioso, dei problemi in questione, senza illudersi di poterli sublimare con la retorica.
Ho conosciuto dapprima Tobagi nella veste di studioso di storia del movimento sindacale. Con rara obiettività egli ne indagava tanto la componente socialista, quanto la componente cattolica. All'esordio dei suoi studi, al riguardo regnava ancora una certa atmosfera di manicheismo. Tutto il bene (e tutto il male) doveva stare da una parte o dall'altra. Dove stesse il bene e dove il male, lo decideva l'affiliazione partitica dell'autore. La neutralità non veniva ammessa e conduceva all'ostracismo. Si era, insomma, in clima staliniano, da «guerra fredda» culturale, da crociata ideologica. Tobagi, da storico, non si lasciò arruolare, né di qua, né di là. Studiava, scriveva, pubblicava non per il successo di una parte, e neppure di una tesi, ma per la ricerca della verità.
Mi sono trovato con Tobagi nella redazione del «Corriere della Sera», nel periodo degli «anni di piombo» del terrorismo che ne ha decretato poi la morte.
Era ammirevole la pazienza con cui, incurante del pericolo che, al pari di altri, egli pure correva quotidianamente, cercava non solo di scoprire chi erano i terroristi, ma altresì di conoscerli da vicino, di comprenderli. Sapeva e, diversamente dalla moda allora corrente, non cercava di nascondere che in maggioranza erano rossi e non neri (benché i neri non mancassero) senza, per questo, ricondurli genericamente al marxismo. Non ignorava che Marx era stato contrario al terrorismo praticato ai suoi tempi soprattutto dagli anarchici e che se il sistema instaurato da Lenin praticava già, in vita del suo fondatore, il terrorismo di stato, l'assassinio degli avversari come metodo fondamentale della lotta politica caratterizzò lo stalinismo. Vedeva, inoltre, le circostanze specifiche del terrorismo italiano. Uno dei suoi assassini, rimesso troppo presto in libertà, dopo la condanna eccessivamente mite, ha confessato poco dopo:
«se ci avessero fermati quando usavamo le spranghe di ferro, non saremmo arrivati a sparare per uccidere». La memoria corre di nuovo a Matteotti, che aveva sostenuto, in tempo utile, che l'impunità accordata agli squadristi (egli proponeva sin dall'inizio del 1921 di incriminarli per associazione a delinquere) li avrebbe resi eccezionalmente pericolosi.
l'Italia repubblicana non ha fatto, sotto i colpi del terrorismo, la stessa fine dell'Italia liberale sotto i colpi dello squadrismo. I politici, i sindacalisti, i magistrati, i poliziotti ed i carabinieri, i giornalisti, e le grandi masse del paese, hanno imparato qualche cosa dall'amara esperienza del primo dopoguerra. Se hanno saputo difendere la repubblica, lo si deve anche ad uomini come Tobagi ed al loro sacrificio. Buono, generoso quale era, se fosse rimasto in vita, Tobagi non se ne vanterebbe. Ma noi gli dobbiamo sempre un accorato omaggio.

(Tratto da : Testimone scomodo. Walter Tobagi - Scritti scelti 1975-80, a cura di Aldo Forbice, Milano 1989)










WALTER TOBAGI : Un profilo biografico


Walter Tobagi era nato il 18 marzo 1947 a San Brizio, una piccola frazione a sette chilometri da Spoleto, in Umbria. All'età di otto anni la famiglio si trasferì a Bresso, vicino Milano (il padre Ulderico faceva il ferroviere). Cominciò a occuparsi di giornali al ginnasio come redattore della storica «Zanzara», il giornale del liceo Parini. Di quel giornale - diventato celebre per un processo provocato da un articolo sull'educazione sessuale - Tobagi divenne in breve tempo il capo redattore. Nel gennaio del 1963 pubblicò il suo primo articolo: un'intervista a Helenio Herrera, allenatore dell'Inter di quegli anni. In realtà, questo era il primo «pezzo» per la «Zanzara», ma non il primo articolo in assoluto di Walter, che da qualche anno collaborava al settimanale sportivo «Milan-Inter». Lavorava certo per aiutare la famiglia ma anche per potersi comprare libri, tanti libri, che «divorava». A 15 anni era un giornalista sportivo, assiduo frequentatore del San Siro: la domenica, dopo la partita, andava in tipografia a seguire l'impaginazione di due o tre pagine che spesso scriveva tutte da solo.

Sul giornale del liceo però, si occupava sempre meno di sport e più di argomenti «seri», di commenti su fatti culturali e di costume, partecipando a polemiche appassionate. Sono in molti a ricordare la risposta a un articolo di Ludovico Juker. Juker, figlio di ricchi industriali ed estremista marxista, aveva scritto un «pezzo» (si intitolava «La corsa dei topi») che si ispirava a teorie massimalistiche. Walter, figlio di proletari, rispose con una nota di tono moderato, di ispirazione cattolica. In terzo liceo (anno scolastico 1965-66) venne eletto negli organi di gestione della scuola con l'incarico degli «affari culturali». In tale veste scelse i nuovi redattori della «Zanzara»: gli stessi studenti (Marco De Poli, Beltramo Ceppi e Marco Sassano) che poi vennero coinvolti nello «scandalo» storico. Già in quella lontana occasione Walter dette prova di abilità dialettica e di moderazione riuscendo a conciliare conservatori ed estremisti, tolleranti e intolleranti: doti non comuni che utilizzerà pienamente in seguito, non solo nei dibattiti all'interno del «Corriere della Sera», ma soprattutto per conciliare le diverse tendenze dell'Associazione lombarda dei giornalisti, di cui diventerà presidente. In terza liceo Walter aveva conosciuto Maristella Olivieri che sposò nel 1972. Un anno dopo nacque Luca. «Per lui - ha detto un collega di lavoro - Walter lasciava qualsiasi impegno, per importante che fosse. Diceva sempre che prima c'era suo figlio e poi tutto il resto. Anche telefonargli era diventato impossibile: si interrompeva in continuazione per andare a imboccare Luca». Il bambino lo seguiva ovunque ed era rimasto turbato dalle minacce di morte che arrivavano al padre da parte dei terroristi. l'altra figlia, Benedetta, era troppo piccola per rendersene conto. Walter era preoccupato, da quando aveva scoperto che il suo nome era stato trovato in documenti dei covi Br come obiettivo da colpire, ma si era rifiutato di prendere particolari precauzioni: si limitava solo ad uscire di casa in orari diversi.

La sera prima di essere assassinato, presiedeva un incontro al Circolo della stampa di Milano, per discutere del «caso Isman», un giornalista del «Messaggero», incarcerato perché aveva pubblicato un documento sul terrorismo. Aveva parlato a lungo della libertà di stampa, della responsabilità del giornalista di fronte all'offensiva delle bande terroristiche: problemi che aveva studiato ormai da anni e che conosceva a fondo. Aveva pronunciato frasi come:
«Chissà a chi toccherà la prossima volta». Dieci ore più tardi era caduto sull'asfalto sotto i colpi di giovani killers. E, purtroppo, non è stata l'ultima vittima di quei tragici anni.

Dopo la fase del liceo, Tobagi era entrato giovanissimo alI' «Avanti!» di Milano, ma era rimasto pochi mesi passando al quotidiano cattolico «l'Avvenire», a quel tempo in fase di ristrutturazione e di rilancio. Il direttore di quel giornale, Leonardo Valente, ha detto: «Nel 1969, quando lo assunsi, mi accorsi di essere davanti a un ragazzo preparatissimo, acuto e leale. Di lui ricordo le lunghe e piacevolissime chiacchierate notturne alla chiusura del giornale. Non c'era argomento che non lo interessasse, dalla politica allo sport, dalla filosofia alla sociologia, alle tematiche, allora di moda, della contestazione giovanile. Affrontava qualsiasi argomento con la pacatezza del ragionatore, cercando sempre di analizzare i fenomeni senza passionalità. Della contestazione condivideva i presupposti, ma respingeva le intemperanze».

Tobagi si occupava, almeno nei primi anni, proprio di tutto. Vediamo prima quali erano i temi affrontati nei suoi articoli sull<'<Avanti» nel periodo gennaio-giugno 1969. Passava da argomenti di politica estera (citiamo dai suoi «pezzi»: «Prospettive dello scudo nella Comunità europea», «L'unificazione dell'Europa èuna battaglia democratica», «Il miracolo economico della Germania dietro il muro», «Non è solo De Gaulle a ritardare l'unificazione europea», «Per il Medio Oriente partita a tre», ecc.), a quelli relativi a scuola e università («Prospettiva della scuola nella Cee», «Anche gli incaricati votano nel consiglio di facoltà», «Una scuola selettiva che favorisca chi può», «Il significato e le prospettive del movimento studentesco», ecc.), a temi relativi all'informazione e alla cultura («La scommessa dei tecnocrati»; «Per un nuovo rapporto coi lettori»; «La vicenda del poeta nel dramma della Spagna» «Le Monde: ragioni di un successo che pareva impossibile», «Televisione e letteratura», ecc.) a temi di cronaca varia e sportiva.

All' «Avvenire» si occupava di argomenti diversi, ma andava sempre più definendosi il suo interesse prioritario per i temi sociali, per l'informazione, per la politica e il movimento sindacale, a cui dedicava molta attenzione anche nel suo lavoro «parallelo», quello universitario e di ricercatore.

Vediamo rapidamente i temi affrontati nel giornale cattolico nel periodo 1969-1972. La prima inchiesta ampia pubblicata è sul movimento studentesco a Milano: quattro puntate di storia, analisi, opinioni sui gruppuscoli e sulle lotte del movimento degli studenti in quegli anni: un'inchiesta che Costituì la «base» per un più organico e ampio lavoro pubblicato nel 1970 da Sugar col titolo Storia del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia. Sul frontespizio del libro si leggeva: «Il Movimento studentesco espressione dei ceti medi proletarizzati può essere considerato di fatto una avanguardia proletaria? Dalla prospettiva del Movimento il Partito comunista va considerato come 'l'ala destra del movimento operaio' oppure 'l'ala sinistra della borghesia'? E a sua volta il Movimento studentesco è «l'ala sinistra del movimento operaio», oppure il nucleo del partito rivoluzionario?».

Aveva poi iniziato a occuparsi di problemi culturali, con note su Adorno, sul consumismo, sulla ricerca storica. Fra centinaia di «pezzi» notiamo un corsivo pungente su un «mostro sacro» della nostra letteratura, Alberto Moravia, che venne accusato di essere un intellettuale integrato «in una società che trasforma tutto, anche l'arte, in oggetto di consumo», ed è poi definito una sorta di «rivoluzionario dell'elzeviro».

Ma Tobagi non trascura i temi economici: si misura in inchieste a diverse puntate sull'industria farmaceutica, la ricerca, la stampa, l'editoria, ecc. Così, senza accantonare i temi cari alle sue corde (come le contestazioni studentesche; le analisi dell'estremismo giovanile, che in quegli anni si definiva «cinese»), Tobagi si mostra, in quel periodo, interessato anche alla politica estera: segue con attenzione i convegni sull'Europa; scrive sul Medio Oriente, sull'India, sulla Cina, sulla Spagna alla vigilia del crollo del franchismo, sulla guerriglia nel Ciad, sulla crisi economica e politica della Tunisia, sulle violazioni dei diritti dell'uomo nella Grecia dei colonnelli, sulle prospettive politiche dell'Algeria e così via.

Timidamente però il cronista Tobagi comincia a entrare anche sul terreno politico e sindacale dopo essersi «fatto le ossa», come diremo, sulle vicende del terrorismo di destra e di sinistra. (Tra parentesi, ricordiamo che, a quel tempo, nella stessa sinistra si manifestavano forti remore ad accettare un terrorismo rosso: tutto veniva etichettato come «nero», più o meno mascherato; ogni gruppo che compiva attentati era «opera di fascisti e provocatori»). Ma, dicevamo che Tobagi aveva cominciato a invadere il terreno politico con analisi sui risultati elettorali del '72, nelle aree tradizionalmente di destra del sud; aveva scritto della rivolta di destra a Reggio Calabria con i «boia chi molla» di Ciccio Franco; scavava, con note e interviste, nei congressi provinciali dei partiti e si divertiva a scrivere profili di Sandro Pertini e Pietro Nenni.

Il sindacato e le lotte operaie costituivano, come si è visto, un suo vecchio amore di studioso ma fino ad allora se ne era occupato soprattutto in saggi e libri, in chiave storica. Ora, invece, scopriva l'attualità, la cronaca sull'onda delle grandi lotte operaie degli anni '70. E così comincia a scrivere lunghi servizi sulla condizione di lavoro dei siderurgici («Non vogliono più vendere la salute in fabbrica»), dei lavoratori della Fiat Mirafiori («Parità con gli impiegati e freno al carovita»), sull'autunno caldo del '72, sull'inquadramento unico operai-impiegati, sull'organizzazione del lavoro antiquata e disumana che provoca l'assenteismo, sui roventi dibattiti per l'unità sindacale dei metalmeccanici e delle tre confederazioni (seguendo il congresso di scioglimento della Uilm a Milano, nel '72 e l'assemblea dei quadri Fim-Fiom-Uilm a Brescia).

Ma, come si è detto, già in quegli anni l'impegno maggiore di Tobagi era costituito dalle vicende del terrorismo fascista (ma anche di sinistra). Segui con scrupolo tutte le intricate cronache legate alle bombe di piazza Fontana, alle «piste nere» che vedevano coinvolti Valpreda, l'anarchico Pinelli, il provocatore Merlino oltre ai fascisti Freda e Ventura, con tante vittime innocenti e tanti misteri rimasti avvolti nell'oscurità più fitta ancora oggi, a distanza di venti anni, a cominciare della morte di Pinelli all'interno della questura di Milano e dell'assassinio del commissario Calabresi. Tobagi si interessò a lungo anche di un'altra vicenda misteriosa: la morte di Giangiacomo Feltrinelli su un traliccio a Segrate per l'esplosione di una bomba maldestramente preparata dallo stesso editore guerrigliero: si interessò alle prime iniziative militari delle Br, ai «covi» terroristici scoperti a Milano, al rapporto del questore Allitto Bonanno, alla guerriglia urbana che provocava tumulti (e morti) per le strade di Milano, organizzata dai gruppuscoli estremisti di Lotta continua, Potere operaio, Avanguardia operaia; scrisse articoli approfonditi sul tentativo di golpe Borghese, sull'istruttoria veneta contro Rauti, Freda e Ventura, accusati di essere autori e complici della strage di piazza Fontana (insieme a Valpreda, in seguito prosciolto).

Anni di iniziazione e di pratica alla scuola di «cronista sul campo» quelli di Walter, trascorsi all' «Avanti» e all' «Avvenire»: un praticantato lungo e faticoso che doveva portarlo al «Corriere d'Informazione» e, in seguito, al «Corriere della Sera», dove poté esprimere pienamente le sue potenzialità di inviato sul fronte del terrorismo e di cronista politico e sindacale.

«Preparava gli articoli racconta Leonardo Valente - con la stessa diligenza con cui al liceo faceva le versioni di latino e greco e all'università si dedicava alle ricerche storiche: una montagna di appunti, decine e decine di telefonate di controllo, consultazione di leggi, regolamenti, enciclopedie. Insomma svolgeva una mole di lavoro enorme per un pezzo di due cartelle. Ma quando finalmente si metteva alla macchina da scrivere si poteva esser certi che dal rullo sarebbero uscite due cartelle di oro colato. E se per caso, al termine delle sue ricerche e dei suoi controlli, si accorgeva di essere arrivato a conclusioni opposte rispetto a quelle da cui era partito, buttava tutto all'aria e ricominciava dal principio, senza darsi la minima preoccupazione della fatica e del tempo che impiegava. Il suo solo problema era di arrivare alla verità, a qualunque costo».

Questo metodo veniva con scrupolo seguito anche nel suo lavoro di inviato del «Corriere». E forse per questo metodo rigoroso, di analizzare i fatti, senza abbandonarsi alle ipotesi fantasiose, senza trascendere nella facile emotività, senza «ricamare» sulle indiscrezioni non verificabili che sta la forza delle cronache di Walter. Forse è per questo voler capire ad ogni costo, anche chi si macchiava di assurdi delitti che è stato ucciso, perché i terroristi colpiscono proprio chi cerca di capirli, chi, con i ragionamenti e le analisi, semina dubbi al loro interno. La pensa ancora oggi così anche Giampaolo Pansa quando afferma: «Tobagi sul tema del terrorismo non ha mai strillato. Però, pur nello sforzo di capire le retrovie e di non confondere i capi con i gregari era un avversario rigoroso. Il terrorismo era tutto il contrario della sua cristianità e del suo socialismo. Aveva capito che si trattava del tarlo più pericoloso per questo paese. E aveva capito che i terroristi giocavano per il re di Prussia. Tobagi sapeva che il terrorismo poteva annientare la nostra democrazia. Dunque, egli aveva capito più degli altri: era divenuto un obiettivo, soprattutto perché era stato capace di mettere la mano nella nuvola nera».

In tutto il suo lavoro al «Corriere» sino a quel tragico 28 maggio, Walter cerca di tradurre nella pratica quotidiana la sua massima deontologica della professionalità giornalistica: «Poter capire e voler spiegare». Si è occupato attivamente e prevalentemente di terrorismo, di movimento sindacale, di lotte operaie, ma anche di temi culturali, di informazione, di scuola, di storia e, ovviamente, di politica. Ma anche d'altro. «Una giorno - racconta Giorgio Santerini, successore di Tobagi alla presidenza dell'Associazione lombarda dei giornalisti - Walter arriva in redazione. Il direttore chiede un'analisi della situazione geologica del paese. Non si trovava l'esperto: professori in materia non ne volevano sapere di scrivere in tempi molto ristretti. Walter si attacca al telefono e, in meno di due ore, butta giù il 'fondo' di prima pagina. Eppure di geologia non aveva mai scritto». Quell'editoriale, molto apprezzato, venne pubblicato il 31 ottobre 1976 col titolo «L'autunno in Italia, coi fiumi alla gola».

Sul giornale di via Solferino Tobagi, appena entrato, analizza il potere economico con una inchiesta a puntate («I padroni al potere»), con profili e interviste a personaggi leader, come Guido Carli (che stava per diventare presidente della Confindustria), Walter Mandelli (presidente della Federmeccanica), Pietro Pozzoli (presidente dei giovani industriali), Giuseppe Pellicanò (presidente dell'Assolombarda). Ma dopo gli imprenditori, sempre «per capire», Tobagi intervistava gli operai, assisteva alle assemblee dell'Alfa, della Fiat, della Pirelli che duravano ore e ore. Cercava di capire le «ragioni delle lotte», le radici dei conflitti sociali, studiava le condizioni di lavoro nelle aziende, denunciava gli ambienti di lavoro malsani e «non protetti»: le fabbriche che producono veleni, che provocano il cancro (come l'Ipca di Ciriè, una cittadina a 20 chilometri da Torino). Ma non si limitava solo alle analisi sociologiche e a raccontare quello che succede nei «Palazzi» sindacali romani: andava in fabbrica, descriveva la vita quotidiana di uomini e donne alla prese con i problemi del lavoro «pesante», malpagato, con le mille sopraffazioni, ricatti, discriminazioni, disagi, dentro e fuori i luoghi di lavoro. Ricordo, in particolare, lo stupendo affresco di Filippa, «storia di una donna che faceva panettoni»; lo «spaccato» dall'Alfa Romeo, dove nel consiglio di fabbrica «sono eletti tanti operai senza tessera sindacale»; la «rabbia» dei lavoratori Fiat (luglio '79); l'analisi del fenomeno assenteismo nelle grandi aziende; la crisi del sindacato nel rapporto con la base; le inchieste sul lavoro nero, sui «metalmezzadri», sul rinnovamento del sindacato che deve essere espressione di tutte «le realtà sociali», dando «rappresentanza ai nuovi strati di lavoratori che vivono esperienze estremamente diverse, dalla disoccupazione alla sottoccupazione, all'occupazione precaria».

Tobagi dimostra una particolare simpatia per il modello di sindacato rappresentato dalla Uil. In occasione del trentesimo anniversario di questa confederazione (marzo 1980) scrive che «la Uil punta a diventare il sindacato della società civile», tracciando un positivo profilo: «La nuova Uil, pur nella più netta autonomia, cerca di contribuire alla ricerca di nuove prospettive politiche per le sinistra e cerca di ridefinire quale sia la presenza più efficace del sindacato nella fabbrica come nella società».

Sugli «anni di piombo» si è già detto dell'interesse e della forte passione civile espressa da Walter dai tempi dell' «Avanti!» Ma al «Corriere» segue con maggiore sistematicità tutte le vicende: dai tempi degli autoriduttori che disturbavano i festival dell'Unità agli episodi di sangue più efferati con protagoniste le Br, Prima linea e le altre bande armate. Così si rimette a studiare il '68 - rievocando in un'intervista a Mario Capanna, le contestazioni alla Scala di Milano, con uova, cachi e vernice al minio - per capire le nuove contestazioni, quelle dei giovani del '77; scruta con attenzione gli episodi di estremismo in fabbrica per spiegare i tentativi di infiltrazione terrorista (casi della Magneti Marelli, della Siemens, dell'Alfa, della Fiat, ecc.). Anche nei giorni drammatici del sequestro Moro segue con trepidazione ogni fase della mancata trattativa e dei «colpi di scena», valorizza ogni spiraglio che possa contribuire a salvare la vita del presidente della Dc. Per primo - polemizzando con «brigatologi» tenta di spiegare razionalmente che esiste una coerente continuità tra vecchie e nuove Br e che, quindi, non vi è alcuna contrapposizione tra le Br, 'romantiche' delle origini con le facce pulite alla Mara Cagol e le Br sanguinarie e dunque ambigue e provocatorie degli ultimi tempi».

Analizzando le vicende luttuose del terrorismo risaliva alle origini di Potop, con la galassia delle storie politiche e individuali sfociate in mille gruppi, di cui molti approdati alle bande armate.
In «Vivere e morire da giudice a Milano» Walter racconta la storia di Emilio Alessandrini, 39 anni, sostituto procuratore della Repubblica, assassinato in un agguato dalle Br: un magistrato che si era particolarmente distinto nelle indagini sui gruppi estremisti di destra e, successivamente, su quelli terroristi di sinistra. Anche Alessandrini era un «personaggio simbolo».

Lo scrive Tobagi: «rappresentava quella fascia di giudici progressisti ma intransigenti, né falchi chiacchieroni né colombe arrendevoli». E osserva che i terroristi prendono di mira soprattutto i riformisti, condividendo il giudizio che lo stesso Alessandrini aveva espresso in una intervista all'«Avanti!» : «Non è un caso che le azioni dei brigatisti siano rivolte non tanto a uomini di destra, ma ai progressisti. Il loro obiettivo è intuibilissimo: arrivare allo scontro nel più breve tempo possibile, togliendo di mezzo quel cuscinetto riformista che, in qualche misura, garantisce la sopravvivenza di questo tipo di società». Un giudizio che doveva trovare una tragica conferma proprio con la uccisione di Walter.

Nella ricostruzione del caso Feltrinelli, approdato sette anni dopo in un'aula giudiziaria, fa emergere tutti i pezzi di un mosaico nuovo. Sembrano cosi lontani quei giorni - eppure sono passati solo pochi anni e non mezzo secolo - quando i ragazzi di Potere operaio salutarono Feltrinelli come un «vero rivoluzionario» e l'accompagnarono in corteo al cimitero Monumentale, alzando il pugno chiuso e gridando: «Compagno Feltrinelli sarai vendicato».

La realtà ha dimostrato che non c'era alcuna reazione di destra, nessun colpo di stato militare alle porte ma solo «i tentativi internazionalisti di Feltrinelli che aveva rifondato i Gap, inseguendo il sogno di una nuova, impossibile esperienza partigiana». E inseguendo quel sogno si ritrovò a saltare su un traliccio. Anche occupandosi di altri processi (come quello a Renato Curcio, quando il «capo storico» minacciò gli avvocati d'ufficio di «stenderli come cani»), Tobagi imparò molte cose sul partito armato, sugli uomini, le ideologie, i metodi, le strategie di lotta, il modo di vivere nella clandestinità e cosi via.

Ma, mentre seguiva i processi e gli attentati delle Br, si indignava anche per episodi minori, come quello accaduto al liceo Parini, il suo liceo, dove sei ragazzi avevano picchiato uno studente di 16 anni perché colpevole di essere iscritto al Fronte della gioventù, l'organizzazione giovanile del Msi. Si appassionava poi alle vicende che hanno visto protagonista Toni Negri, «il profeta del rifiuto del lavoro», uno dei leader più popolari dell'autonomia padovana; esplorava, con diversi articoli e note, «i fiori del terrorismo diffuso nelle piccole oasi del Veneto bianco»; ci ha lasciato un affresco stupendo degli orfani del '77 a Bologna, descrivendo un gruppo di giovani che discutono a piazza Maggiore, sotto i portici di re Enzo; dedicava nuovi articoli alla ripresa del terrorismo '79 con l'omicidio del dirigente Fiat Carlo Ghiglieno da parte di «Prima Linea», soffermandosi ancora una volta sui «segnali che escono dalla fabbrica», richiamando i sindacati a interventi più energici nei luoghi di lavoro per combattere i germi del terrorismo. Si occupava poi della spettacolare azione di «Prima Linea» a Torino contro la scuola di amministrazione aziendale, col «processo» a 190 professori e manager («con la spietata tecnica della decimazione»); scriveva profili da antologia su personaggi coinvolti nel terrorismo, come quelli del professore al Politecnico di Milano, Magnaghi («il professore della 'città precaria' ») e del rag. Mauro Borromeo, amministratore dell'Università Cattolica di Milano («Grigio ragioniere oppure Jekyll del terrorismo?»).

Si occupava, quindi, di uno dei primi grandi pentiti, Carlo Fioroni, «il professorino», che getta nuova luce sulle vicende del terrorismo degli anni '70, riconfermando la tesi che i gruppi armati si erano formati sulla scia degli imponenti movimenti che avevano scosso la società italiana alla fine degli anni '60 ed avevano una composizione di sinistra. Scriveva Tobagi: «Nell'approdo alla logica delle armi, fino alla scelta clandestina, influiscono ragioni diverse, apparentemente perfino contrapposte. La testimonianza di Fioroni, in questo senso, conferma impressioni e giudizi che si erano potuti leggere già in quel periodo. Schematicamente esistono due filoni: da una parte Feltrinelli propugna la scelta clandestina per opporsi a un temuto «golpe» di destra; dall'altra, viene sostenuta la linea armata come mezzo per accelerare i tempi del processo rivoluzionario. È la linea preferita, secondo Fioroni, dal nucleo dirigente di Potere operaio e condivisa sostanzialmente dalle Brigate rosse».

Fra i protagonisti degli anni di piombo Tobagi non trascurò i poliziotti, anch'essi fra le vittime - insieme a magistrati, giornalisti e politici - delle bande armate. Descrisse la «rabbia» dei poliziotti, che si riunivano in assemblee nelle caserme per gridare «basta!», e per sollecitare più mezzi per combattere i terroristi.
Negli ultimi articoli intensificò le analisi su certe realtà urbane a Milano, a Genova, a Torino («Come e perché un 'laboratorio del terrorismo' si è trapiantato nel vecchio borgo del ticinese», «Vogliono i morti per sembrare vivi», «Bilancio di 10 miliardi all'anno per mille esecutori clandestini», ecc.). Non trascurò il fenomeno del pentitismo, con tutti gli aspetti anche negativi, e studiò il terrorista nella clandestinità, («C'è una regola dei due anni, termine ultimo oltre il quale non resiste il Br clandestino»). E siamo dunque a uno dei suoi ultimi articoli sul terrorismo, un testo che è stato ripubblicato molte volte perché considerato uno dei più significativi sin dal titolo: «Non sono samurai invincibili».

Tobagi sfata tanti luoghi comuni sulle «bierre» e gli altri gruppi armati, denunciando, ancora una volta, i pericoli di un radicamento del fenomeno terroristico nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro, come molti segnali avevano indicato con profonda inquietudine.

«La sconfitta politica del terrorismo - scriveva Tobagi - passa attraverso scelte coraggiose: è la famosa risaia da prosciugare, tenendo conto che i confini della risaia sono meglio definiti oggi che non tre mesi fa. E tenendo conto di un altro fattore decisivo: l'immagine delle Brigate rosse si è rovesciata, sono emerse falle e debolezze e forse non è azzardato pensare che tante confessioni nascono non dalla paura, quanto da dissensi interni, sull'organizzazione e sulla linea del partito armato».

Opinioni che risultano confermate anche in un'altra significativa intervista al figlio di Carlo Casalegno, Andrea. In quell'intervista, concessa un mese prima dell'uccisione di Tobagi, Casalegno disse: «Non sento la benché minima traccia di odio, nè provo alcun perdono cristiano. Sento l'offesa come nel momento in cui è avvenuta». Tobagi chiese se riteneva giusto denunciare i «compagni di lotta». E Andrea Casalegno rispose senza reticenze: «La denuncia è importante e va fatta se serve a evitare atti futuri gravi. È un dovere, perché è assolutamente necessario impedire che vittime innocenti cadano ancora».

Vittime innocenti, purtroppo, cadranno ancora: da Tobagi, a Tarantelli, ad altri, politici, intellettuali, poliziotti, magistrati.

Come si è detto, Walter Tobagi non era soltanto un giornalista, un cronista scomodo degli anni di piombo ma anche uno studioso del movimento sindacale. Vogliamo ricordare, sia pure in sintesi, la sua ricca bibliografia, ricca tenendo conto della sua vita breve. Erano in molti, infatti, a chiedersi come facesse a fare tante cose insieme: il giornalista e lo studioso, fra storia, sindacalismo, politica, informazione.

«Ci si chiedeva, incontrandolo, come fosse riuscito a fare tutto così presto», scrive Livio Zanetti. «Ora che a trentatré anni la parabola di Tobagi ha dovuto concludersi, la parola presto acquista un sapore amaro, ma gli somiglia ancora di più».

Il suo primo libro, come si è detto, lo ha pubblicato a 23 anni, elaborando e arricchendo inchieste già pubblicate sui quotidiani:
Storia del movimento studentesco e dei marxisti - leninisti in Jtalia (1970, Sugar editore). Nel 1974 pubblica negli Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli La fondazione della politica salariale della Cgil; nel 1976 un saggio su i'<'ario Borsa giornalista liberale in «Problemi dell'informazione», luglio-settembre; nello stesso anno cura per l'Esi (la casa editrice della Cgil) un libro-antologia di scritti e discorsi di Achille Grandi (1944-1946) dal titolo I cattolici e l'unità sindacale.

Una più ampia biografia del leader sindacale cattolico, insieme a una serie di saggi di altri autori, viene curata da Tobagi in un nuovo libro, pubblicato dall'editrice Il Mulino (Achille Grandi, sindacalismo cattolico e democrazia sindacale).

Nel 1978 pubblica La rivoluzione impossibile per il Saggiatore. Nel 1979 raccoglie alcuni saggi originali, legati a temi storici e d'attualità, in Il sindacato riformista (edizione Sugarco); insieme con Giorgio Bocca, pubblica Vita di giornalista (Laterza) e «Il Psi dal centro sinistra all'autunno caldo» in Storia del partito socialista (Marsilio editori). Infine, esce postumo, un mese dopo la sua scomparsa, Che cosa contano i sindacati (Rizzoli). Un libro dissacrante, onesto e appassionato che mette a nudo gli errori, le contraddizioni, i limiti di un sindacato espressione degli anni '70 che doveva rinnovarsi per rappresentare meglio e più efficacemente l'universo del mondo del lavoro.

(Il testo qui riportato riproduce quasi integralmente l'Introduzione a Testimone scomodo. Walter Tobagi - Scritti scelti 1975-80, a cura di Aldo Forbice, Milano 1989)











Giornalismo e sindacato nella vita spezzata di un riformista

di Alessandro Bortolotti


Tobagi deve morire! Sì, è giusto, ma quando? Subito, perché sta pensando e non deve farlo. Sta parlando e non deve permetterselo. Eseguite! Così un giorno di maggio del 1980 viene fermata la vita terrena di Walter Tobagi, con due colpi di pistola; gli assassini, poi scoperti, con sconcerto si rivelano provenienti da quella buona borghesia milanese che negli anni Settanta si è vestita con l'abito stretto della rivoluzione, salottiera e modaiola naturalmente perché il potere non cambia, conserva, non va contro se stesso, ma anche pronta a coprire ipocritamente i suoi figli che sbagliano. Per la storia, non fa male ricordare che una simile contraddizione l'aveva già colta anni prima l'occhio acuto di Pasolini, quando in occasione degli scontri di Roma a Valle Giulia tra studenti e poliziotti aveva bollato i primi come cocchi di papà, e identificato i secondi come portatori di una miseria antica, contadina, provenienti la maggior parte delle volte da un Sud povero ma non per questo meno fiero e onesto. Insomma i veri contestatori dovevano essere i contestati. Misteri italiani. Certo, c'è una bella differenza tra il lanciare qualche sampietrino e sparare per uccidere. Tobagi è stato sfortunato, due volte: perché ha avuto tolta la vita, sì, ma anche perché è morto inutilmente; ed è giusto aggiungere che conoscere i nomi dei suoi assassini è servito solamente alla giustizia dello Stato per irrogare la pena, per sanzionare dei colpevoli a metà. Perché la vera responsabile della morte di Walter e di molti altri innocenti è stata la follia che in quegli anni ha pervaso il nostro paese, inebriandolo di un rivoluzionarismo inventato che ha distrutto anime, coscienze e corpi; comunque, pur fatti salvi i fremiti post-sessantotteschi di una generazione in crescita, sacrosanti, non si può proprio negare che qualcuno su un paio di mattoni abbia costruito grandi palazzi. Già, i cattivi maestri. Ma Walter non li ha mai ascoltati, Walter ha avuto il coraggio di pensare da solo. Per questo è morto, per essere stato un giornalista e intellettuale mai uniformatosi agli schematismi ideologici dominanti in quel tempo .
La tragica ribalta gliela dà il lavoro al Corriere della Sera, grazie al quale diventa famoso e conosciuto aumentando la sua visibilità di opinion leader, proprio negli anni in cui la politicizzazione e la sindacalizzazione sono al loro massimo livello. Fatale combinazione. In ogni dove vi è un tat-tze-bao, una cellula, un nemico del popolo da colpire; nel giornale poi il clima pesante dei Settanta c'è tutto: dopo l'uscita di Montanelli, avvenuta nell'Ottobre del 1973, il potere dei comitati di redazione diviene via via sempre più forte; Tobagi vi arriva nel 1976, ed è quasi subito chiuso nel recinto dell'emarginazione quando si accorgono che è giunto un militante laico del pensiero, un autonomo. Oltretutto ben presto assume una rappresentanza sindacale nella FNSI (sarà eletto più tardi presidente dell'associazione lombarda dei giornalisti), battendosi per una maggior democrazia interna nei gruppi organizzati dei lavoratori all'epoca in mano ai soliti noti, a quei sacerdoti della nomenclatura politica che sono il sindacato. La tenaglia inizia a chiudersi intorno a lui. E il giornalismo ? Memorabili rimangono le inchieste sul terrorismo, che in quel tempo occupa la maggior parte degli spazi sia processuali sia di cronaca ; qui va in fondo, scava incessantemente alla ricerca di una verità che alla fine forse trova, orientando la sua azione nel cercare analiticamente le connessioni tra la c.d. società civile e i terroristi, soprattutto nei punti naturali di congiunzione, nelle fabbriche e nelle scuole. Inizia a dar fastidio a molti, anche perché tutto questo è amplificato in modo formidabile dall'importanza della testata sulla quale scrive, il Corriere della sera. Oltretutto sospetta delle posizioni di piena conformità assunte dal Sindacato, dalla politica, dai giornali, da persone che per troppo tempo non hanno voluto vedere ciò che stava nascendo: di un comportamento accomodante, insomma, che giudica subdolo e forse non proprio casuale.
Tobagi non si è mai sentito un giornalista da ufficio stampa, ma un cronista lucido nella analisi dei fatti e della realtà vissuta che puntualmente ha ripetuto ai suoi lettori; la lotta armata, i morti, sono state evidenze che non avrebbero potuto lasciarlo indifferente. Ha percorso tutta la lunga parabola del terrore, commentando tra i tanti casi quelli importanti di Giangiacomo Feltrinelli, Idalgo Macchiarini, Carlo Casalegno, e poi la nascita delle Brigate Rosse fino ad arrivare al delitto Moro. Già in precedenza redattore dell'Avanti!, per affinità si è avvicinato ai socialisti del dopo Midas, impegnati nella realizzazione di un nuovo progetto politico che si riprometteva nel tempo di restituire una rinnovata e concreta autonomia al vecchio PSI, troppo appiattitosi su posizioni vicine al partito comunista, al fine di porre termine a quel duopolio egemonico che aveva dato vita al compromesso storico; Walter ha creduto con entusiasmo nel nuovo corso socialista, in un indirizzo moderato pienamente in sintonia con le socialdemocrazie europee ma anche attento a mantenere forte l'identità nazionale. E vi ha creduto da vero riformista. (Egli fu in seguito accusato per questa sua simpatia di essere la lunga mano di Craxi nel mondo dell'informazione ; sulla base di quest'accusa si iniziò la campagna di odio nei suoi confronti . Ma non fu mai il servomuto del segretario, tant'è che rifiutò anche la tessera per mantenere quell'indipendenza che solo chi aveva deciso di far uso strumentale del suo operato poteva negargli -n.d.r.-).
Poi, qualcuno ha deciso di fermare per sempre la sua esistenza, la vita di un piccolo immenso frammento del nostro sciagurato paese. Quando è morto, gli amici più cari lo hanno voluto commemorare con queste belle e toccanti parole: "Uccidendolo non hanno sparato nel mucchio. Hanno voluto colpire l'uomo, la civiltà che egli esemplarmente rappresentava, democratica, della tolleranza e della cultura, del lavoro e della uguaglianza".
Il prezzo della libertà, lo sappiamo, è sempre stato alto. Walter Tobagi l'ha pagato tutto.









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