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Centro Walter Tobagi
Pagina a cura di S. R. Piccoli


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"Dunes", lo sfondo di questa pagina di spiritualità, è stato realizzato da Iain Anderson.

Ultimo aggiornamento : 1 novembre 2003










Presentazione




"Spiritualità"? E' possibile, nel cyberspazio, coltivare lo spirito, dissetarlo alla fonte eterna della saggezza, sottraendolo alle lusinghe di interpretazioni tutte in chiave materialistico-tecnocratica dell'era di Internet? A mio sommesso parere lo è. Del resto, un "mezzo" non è pur sempre un mezzo? Ed anche se oggi preferiamo adoperare la più intellettualistica locuzione "i media", non si tratta pur sempre della stessa cosa? Ecco allora che il cyberspazio può ben divenire un "luogo" di meditazione, di silenzio. Dipende solo da noi. A qualcuno potrebbe perfino venire in mente che, forse, anche nel "silenzio del cyberspazio", si può incontrare Dio.

Tempo fa, un vecchio e caro amico mi ha mandato una sua riflessione, scritta per il settimanale diocesano di Bolzano. Ho ottenuto da Padre Franco, monaco camaldolese, il permesso di offrire al popolo di Internet questa perla di saggezza. Lo ringrazio di cuore. Si intitola "Un silenzio abitato da Dio".

E' il testo con il quale apriamo il discorso.




S. R. Piccoli

(CentroWalter Tobagi)









Un silenzio abitato da Dio



E' un fatto da tutti constatabile come il bisogno del silenzio sia ormai una esigenza imprescindibile per ogni uomo. Le grandi città raggiungono momenti di parossistica eccitazione e si avverte un crescente bisogno di silenzio.
D'altra parte uno dei più gravi pericoli che corre il cristiano d'oggi è lo svuotamento e l'inaridimento del suo spirito, la perdita della dimensione interiore e personale della ferie, della vita cristiana, quindi l'annebbiamento delle realtà spirituali. Infatti, Dio, la vita interiore, la preghiera, l'unione con Dio ecc., rischiano oggi di perdere consistenza e spessore, di diventare evanescenti e marginali. A ciò contribuisce enormemente il modo di pensare, di sentire e di vivere proprio del nostro tempo.
La civiltà industriale, la civiltà della tecnica, dell'elettronica è ormai definita come la civiltà del rumore. E' difficile ormai fare silenzio, trovare il silenzio, abituarsi a pause di silenzio quando si possono trovare. I fine settimana diventano altri momenti di fatica e di rumore invece di salutari pause di riflessione.
Passando per le nostre affollate città si avverte un eccesso di suoni in disarmonia, ripetuti con insistenza e ossessione, che colpiscono l'orecchio e il sistema nervoso, e come consuguenza danneggiano lo stesso equilibrio psichico. Non solo, ma questo sistema di esistenza, spesso subìto inconsciamente, è venuto anche a rompere i ritmi biologici umani più profondi. Non fosse altro che per questo, il silenzio il silenzio oggi, nel nostro tempo, si pone come un bisogno che si colloca all'interno delle situazioni di crisi che investono il nostro pianeta a tutti i livelli, da quello umano a quello ecologico. Dobbiamo ancora ripetere che questo frenetico sistema di vita non lascia spazio nemmeno a Dio e, come si accennava, alle realtà spirituali. L'uomo ha paura del silenzio perché, inconsciamente o no, ha eliminato la fonte del proprio silenzio, che è Dio. Se so da dove proviene il silenzio, lo accetto. E' possibile accettare il silenzio soltanto se si conosce la fonte da cui proviene. Avendo eliminato Dio, il silenzio è diventato inaccettabile.
Se Dio esiste, deve darsi da fare, altrimenti è un falso Dio. Anche noi, oggi, percepiamo il silenzio come un'assenza, come un vuoto. Non riusciamo a concepire un silenzio "abitato" da Qualcuno.
Noi cerchiamo sempre di spiegare, non cerchiamo mai di rispondere col silenzio. Nel silenzio, l'uomo si sente solo. Noi non accettiamo il silenzio e non riusciamo a fare silenzio perché abbiamo paura della solitudine. Per accettare il silenzio, bisogna essere in compagnia di qualcuno. Per non essere costretto ad affrontare il silenzio, l'uomo cerca di riempire ogni angolo di tempo e di spazio: "Dove mi trovo?... a che punto sono?... che ora è... cosa sto facendo?" E' il terrore di non sapere dove si è, che posto si occupa, che ruolo si svolge.
L'esperienza contemplativa insegna la disciplina del silenzio come esclusione di ogni essere rumoroso, di ogni chiacchiera inutile che violerebbe questi spazi di silenzio. Il vero saggio si esprime in poche parole; la sua parola è nello stesso tempo silenzio, ciò che egli dice viene dal cuore e non soltanto dalla punta della sua lingua. Le sue parole scaturiscono da una profonda meditazione; il vero silenzio ci tiene lontani dalle grettezze.
Diciamo che solo chi è sceso in profondità nella propria solitudine e vi ha incontrato Dio è veramente capace di comunione anche con gli uomini, ogni uomo senza discriminazioni. E' stata l'intuizione anche di un Bonhoeffer: solo chi è capace di solitudine è capace di comunione e dunque può contribuire davvero a costruire la comunità, e solo chi è capace di comunione può vivere una solitudine che non uccide. La ricerca della comunità e degli altri, se non si è arrivati a riconoscere e accettare la propria solitudine esistenziale, è fuga da se stessi; e la solitudine, magari per dedicarsi alla preghiera, che rifiuta gli altri e la comunità non porta ad alcun incontro, neanche con Dio: è una solitudine che uccide.
Il vero, profondo e vissuto silenzio rende possibile la presenza e la trasparenza di una persona; silenzio inteso e visto non solo e semplicemente come mezzo, strumento di vita, ma come pienezza di vita. Il silenzio è il dono dell'eternità, è una profonda realtà, è sorgente di vita. Il silenzio è una eredità che ci viene da Dio stesso. La vita esce da una realtà silenziosa; nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa... il Tuo Verbo onnipotente, o Signore, è sceso dal cielo, dal trono regale (Sap. 18, 14-15).
Un uomo come Lanza del Vasto proponeva questa massima: "Taci molto per avere qualcosa da dire che valga la pena di essere sentita. Ma ancora taci, per ascoltare te stesso". La bontà di ogni parola detta è proporzionata alla maturazione avvenuta nel silenzio meditativo.

Le "ragioni" del silenzio
L'uomo di natura espansiva, abituato alla più cordiale comunicativa con il mondo esterno, aperto con i propri simili, si chiede: perché tacere? Non si deve essere comunicativi? Come può effettuarsi il contatto con gli altri se non con le parole? Perché essere chiusi? Quando seguendo l'esperienza monastica si consiglia di parlare meno, di parlare poco, o di tacere del tutto, di dominare la lingua, non si vuole affatto consigliare di diventare tipi chiusi, non comunicativi, solitari, o, peggio, complessati, contorti, complicati, pieni di sottintesi; no davvero! I grandi uomini furono e sono tutti silenziosi. Anche quelli di cui si dice che parlarono molto, che furono sommi oratori; tutti maturarono in lunghi silenzi quello che poi dissero agli uomini.
La parola è grande cosa, ma non è ciò che vi è di più grande. Se essa è argento, il silenzio è oro, afferma un antico proverbio. Quelli stessi che sanno meglio parlare sentono più degli altri come le parole non esprimano mai le reali e speciali relazioni esistenti tra due esseri. Rimangono sempre delle verità che nessuno crede di poter esprimere con la Parola. Sono verità che si intravedono nel silenzio e restano inespresse.
Il silenzio è come l'aprirsi di altre porte, di altri canali, per i quali arriva all'uomo un'altra voce. Chi tende a mete di vita più elevata dal punto di vista dello spirito, ha bisogno di silenzio, per ristoro e ripresa di energie, come ha bisogno di pane quotidiano e di riposo del corpo. Nell'usura di ogni giorno, la mente si svuota, le energie si logorano e la vita si appesantisce di infinite scorie. Chi voglia realizzare una vita interiore profonda, sa circondarsi di silenzio, di quiete, di pace, per frapporre tra sé e le cose esteriori una fascia in cui le onde turbolente del fragore umano vadano ad infrangersi e a spegnersi, prima di giungere a lui. L'uomo cerca il silenzio per un bisogno di vita più alta. La ricerca si impone da una spinta che viene dal proprio intimo e alla quale non si può disobbedire.

E' naturale allora constatare come in questi ultimi anni i monasteri siano sempre più meta di ospiti, giovani soprattutto, alla ricerca di una dimensione di vita più autentica e più vera, attraverso il dialogo orante col Padre, con lunghi spazi di silenzio e nel confronto con la vita della comunità. L'esperienza monastica aiuta l'ospite a ritrovare il senso della vita e a dare una risposta alla sua ricerca di significati: in quasi tutti gli ospiti si avverte il desiderio di sperimentare giornate in piena solitudine, per ascoltare in profondità la voce di Dio, per far sì che la sua Parola diventi ancora un annuncio di vita. Una volta gustato il valore del silenzio, si riesce a cogliere in esso momenti di verità e sincerità con se stessi, con Dio e con i fratelli. In definitiva, lo spazio di silenzio e di deserto che il monastero di S. Benedetto offre all'uomo di oggi, alle prese con le sue disperazioni e i suoi non sensi della vita, aiuta l'ospite a riscoprire nella sua storia il giusto posto, la sua responsabilità corrispondente a quel piano di amore che Dio ha su ciascun uomo. Abitualmente sono molti i fratelli che frequentano i monasteri ritornano a ripetere la loro esperienza di silenzio; in questi spazi di "deserto" ritrovano la speranza che li spinge a superare momenti di stanchezza e di sfiducia; ritrovano in essi la forza dello Spirito che li ricolloca continuamente nel loro giusto posto nel piano della salvezza.

Franco Mosconi
Priore dell'Eremo di S. Giorgio
Bardolino (Vr)


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Scritti di spiritualità (presso questo e altri siti)














Scritti di don Franco Mosconi, OSB Cam


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Detti dei Padri del deserto
(tratti da Vitae patrum e Philokalìa)



Un anziano ha detto:
"Colui che, seduto nella sua cella, medita i Salmi, somiglia a un uomo che cerchi un re. Ma colui che prega senza intermissione somiglia a un uomo che può parlare al re. Quanto a quello che supplica con lacrime, egli tiene i piedi del re e ne invoca pietà, come fece la cortigiana che in pochi attimi lavò con le lacrime tutti i propri peccati".



Un anziano disse:
"Se sei orgoglioso, sei il diavolo. Se sei triste, sei suo figlio. E se ti preoccupi di mille cose, sei il suo servitore senza riposo".



Un monaco, vittima di un furto, diceva al ladro: "Fa' presto, prima che arrivino i fratelli".



Un anziano diceva:
"Sii come un cammello: porta il carico dei tuoi peccati e, attaccato alla briglia, segui i passi di colui che conosce le vie di Dio".



"A ogni pensiero che ti sopravviene," dicevano i vecchi, "tu domanda: 'Sei dei nostri o vieni dal nemico?' E non potrà non confessartelo".



Un fratello interrogò un anziano: "Che devo fare, poiché la vanagloria mi attanaglia?" L'anziano gli rispose: "Hai ragione, perché sei tu che hai fatto il cielo e la terra". Il fratello, toccato dalla compunzione, disse: "Perdonami, non ho fatto nulla".



L'Abate Evagrio diceva:
"Se ti vien meno il coraggio, prega. Prega con timore e tremore, con ardore, sobrietà e vigilanza. Così bisogna pregare, soprattutto a motivo dei nostri nemici invisibili che sono malvagi e accurati nel male, perché principalmente su questo punto essi ci porranno ostacoli".



Un anziano diceva:
"Se il tuo pensiero dimora in Dio, la forza di Dio dimora in te".



L'Abate Mosè disse ancora:
"Tutto quello che può pensare un uomo su quanto è sotto il cielo e su quanto è sopra il cielo, è inutile. Solo colui che persevera nel ricordo di Gesù è nella verità",



Disse un anziano:
"Compito del monaco è veder giungere fin da lontano i propri pensieri".



"La preoccupazione di compiacere agli uomini fa perdere ogni floridezza spirituale e ti lascia scarnificato", disse un anziano.



Un anziano disse:
"Se vuoi vivere, o uomo, secondo la legge di Dio, avrai per protettore l'autore stesso di quella legge".


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