La guerra e le piazze del mondo


di
Barbara Spinelli


"La Stampa", 23 marzo 2003


INVECE di sentirsi malinconici e disorientati, forse i movimenti della pace possono guardare alla guerra appena cominciata in Iraq, e riflettere sulla maniera in cui il conflitto si sta svolgendo. Più o meno consapevolmente, infatti, il presidente Bush combatte su due fronti in contemporanea: il primo è quello iracheno - è il teatro vero e proprio della battaglia - e l’obiettivo è di disarmare l’avversario e rovesciare il regime di Saddam. Il secondo fronte non è meno cruciale, e ha per obiettivo l’opinione pubblica mondiale nel suo complesso: quella occidentale e orientale, quella cristiana, musulmana e arabo-musulmana. Sia pur controvoglia, l’amministrazione americana è costretta a includere questa seconda battaglia nei propri piani di guerra, perché la sconfitta che ha subito prima ancora di imbracciare il fucile è stata drammatica e foriera di possibili drammi in futuro.

Su questo secondo fronte non si tratta di vincere militarmente, come sul terreno fisico della guerra. Si tratta di riparare quel che si è infranto, di restaurare non solo una parvenza di fiducia ma anche la credibilità che è andata smarrita, di rovesciare le sorti di quella che è stata una disfatta propagandistica di proporzioni mondiali. La prima guerra Bush la deve vincere con la sua forza militare preponderante, ed è sperabile lo faccia presto, senza troppi danni e morti civili. L’altra guerra - la guerra propagandistica mentale - dovrà farla in posizione di perdente cui spetta il compito di convincere, di condursi più rettamente che in passato, di riconquistare quella stima e quella reputazione che negli ultimi sette mesi sono state non solo rovinate, ma rese inutilizzabili.

Thomas Friedman, lo studioso di Medio Oriente che all’inizio auspicò il rovesciamento di Saddam e criticò la posizione parigina, lo ha detto chiaramente sul New York Times: nell’odierna guerra del Golfo, lo scopo deve essere quello di legittimare sia pure ex post una guerra che è stata respinta dalla stragrande maggioranza dell’umanità. Quel che urge è una «lobotomia del comportamento americano» - una attitude lobotomy - che consenta all’amministrazione di persuadere non solo le piazze arabe, ma le «piazze del mondo». Che questa sia la guerra parallela e niente affatto secondaria di Bush è dimostrato dall’attenzione straordinaria che viene riservata dagli strateghi statunitensi ai mezzi di comunicazione mondiali, alla celerità delle operazioni, alle vittime civili, al distinguo che viene fatto fra i bombardamenti della seconda guerra mondiale e i bombardamenti mirati ottenuti attraverso missili di alta precisione.

E’ una differenza fondamentale rispetto alla prima guerra del Golfo, che tendeva a segregare telecamere e voci dissidenti: oggi non è più possibile, proprio a causa della disfatta diplomatico-mentale subita da Bush prima della battaglia, e inoltre il modo arabo ha uno strumento a disposizione che prima non era immaginabile: la rete televisiva Al Jazeera, che emette dal Qatar e che i musulmani seguono con fiducia. Gli innumerevoli giornalisti che ci parlano da Baghdad e dalle due zone nevralgiche dell’Iraq (il Sud sciita dove le truppe assediano Bassora, il Nord dove si temono scontri futuri fra soldati turchi e milizie curde), l’insistenza sulle necessarie defezioni di militari e nomenclature fedeli a Saddam, l’uso della radio e di 25 milioni di volantini per persuadere la popolazione irachena a perdere la paura che per decenni l’ha attanagliata: gli ingredienti psicologici della battaglia Usa sono enormemente dilatati, e questo significa che della piazza mondiale Bush deve e vuole tener conto, per il momento.

Lo si deve probabilmente anche alla piazza se i militari americani stanno facendo di tutto perché il regime crolli dal di dentro, e perché nei bombardamenti cittadini siano preservate infrastrutture come elettricità, acqua, telefoni. Le immagini che abbiamo visto di Baghdad nel fumo e nelle fiamme facevano pensare all’inferno di Dresda, ma non son state inferno di Dresda: gli iracheni parlano di 3 morti nella notte del 22. E’ il motivo per cui il movimento della pace non ha ragione di ritirarsi come animale ferito nello sconforto e nella mera indignazione. Il suo compito non è di far vergognare di sé chi questa guerra l’ha voluta, contro il parere dei manifestanti e dell’Onu. E forse non è neppure quella che Ferruccio de Bortoli, nel suo limpido editoriale sul Corriere della Sera, chiama la «curiosa condizione» di chi pur avendo avversato la guerra, si trova ora necessitato a sperare che Bush vinca: right or wrong, my country.

Le vittorie mentali e propagandistiche che hanno ottenuto nel pre-guerra, i movimenti della pace possono farle fruttare, se vogliono: ponendosi il problema del diritto nella guerra oltre che della guerra, pensando la natura della battaglia e il ben più difficile dopoguerra che si sta preparando, e mantenendo su Bush una pressione severa, occhiuta, esigente. Per rovesciare le sorti della battaglia mentale che ha perduto prima di cominciare la guerra, Bush stesso sarà costretto a pensare la fisionomia di un conflitto che ha voluto unilaterale oltre che preventivo, indifferente all’Onu e fuori dalla legge internazionale. Non mancano i primi segni di giubilo per la liberazione degli iracheni dal regime di Saddam, e questo sarà elemento decisivo di una riconquista dell’opinione mondiale.

Ma aver perso la reputazione di equanimità e legalità è tutt’altro che vantaggioso, e può rivelarsi alla lunga una trappola: non pochi governi infatti potrebbero esser spinti a imitare il comportamento unilaterale statunitense e a ignorare i dettami delle Nazioni Unite, a cominciare dalla Turchia che la Casa Bianca ha cercato di piegare con prebende e che potrebbe, inorgoglita, fare da sé. Ankara già sta ammassando truppe al confine Nord, nella speranza forse di condurre una sua guerra preventiva e unilaterale contro l’autonomia dei curdi iracheni. Come difendere di fronte ai turchi la preminenza del diritto, quando gli americani l’hanno per primi sprezzata?

E come sarà interpretato questo diffuso unilateralismo dai terroristi islamici, che non aspettano in fondo che questo: il trionfo della legge della giungla sull’imperio della legge? Ma pensare meglio la guerra e il mondo in cui viviamo non è solo una missione per Bush. E’ una missione anche per i movimenti della pace, e per i governi europei che si sono battuti per una soluzione politica o multilaterale del conflitto. Pensare la guerra significa capire tutte le piazze del mondo e non solo le proprie: significa capire anche l'opinione araba dissidente, che in Iraq come in tanti paesi arabi sogna di sbarazzarsi dei propri tiranni. Fouad Allam ha spiegato molto bene questa debolezza dei pacifisti e delle élite europee, su La Stampa del 20 marzo: per decenni, gli europei «hanno ignorato l’esistenza di una dissidenza nel mondo arabo, vivace e spesso creativa come quella russa ai tempi di Solzenicyn, anche perché spesso la realtà di queste società era letta unicamente attraverso il prisma del conflitto israelo-palestinese».

In secondo luogo, pensare la guerra vuol dire meditare sulla forza che l’Europa può avere, se gli Stati membri vogliono dargliela. La forza non di contrastare la smisurata potenza Usa nelle vesti di nani, ma di negoziare l’ordine del mondo nelle vesti di «secondo gigante, accanto al gigante statunitense». Lo ha detto Romano Prodi, al vertice europeo di Bruxelles, indicando la via da seguire: «Non possiamo continuare a mettere il nostro portafoglio nelle mani dell’Unione europea e la nostra sicurezza nelle mani di altre potenze». Quel che occorre è dare all’Europa i mezzi di una forza diplomatica e militare credibile, e le istituzioni affinché tale duplice forza possa essere amministrata con efficacia. Altre vie non esistono, se non quella di fondere gli investimenti di difesa e operare perché dalla Convenzione esca un trattato costituzionale che permetta il formarsi di decisioni prese a maggioranza. Questa guerra ha messo fine, fortunatamente, al mediocre sogno e menzognero di un’Europa che «parla con una sola voce».

Un’Europa che sappia solo parlare, senza far seguire azioni ardite alla coralità del verbo, non è un’Unione e non è neppure Europa. Tener alto lo stendardo della politica nel mezzo della guerra è importante per chi ha avversato la politica di Bush con un vasto movimento traversale, perché ogni momento la vittoria propagandistica può andar perduta. A Bassora potrebbero esserci folle di iracheni che inneggiano ai liberatori dell’Iraq - partì da qui l’insurrezione contro Saddam, nel ‘91 - e per questo è così essenziale guardare in faccia il mondo arabo in tutte le sue sfaccettature e battersi fin d’ora per una restaurazione del rule of law, dell’imperio della legge. E’ troppo presto per seppellire Onu e Unione europea, perché di ambedue c’è più che mai bisogno. E’ troppo presto per regalare tutta la vittoria a Bush, perché la sua guerra è a lungo termine vincibile a una sola condizione: che appaia agli occhi di tutti come una vittoria degli arabi moderati, e non dell’America.

Che muti il rapporto dell’opinione pubblica con gli Usa, e che le piazze del mondo cessino di esser tentate dalle violenze dell’antiamericanismo. L’antiamericanismo è un virus che gli uomini di Bush vedono annidato in ogni opinione contraria, di questi tempi, e quasi si direbbe che essi si stiano affezionando a quest’ostilità quasi razziale che solo nel terrorismo è certificabile: che in buona parte nasce nell’immaginazione, e che facilita l’uso della paura come strumento di governo e di comando. Oderint dum metuant - Mi odino pure, purché mi temano: secondo Svetonio, era questo il motto di Caligola. Non può essere il motto del governo Usa, che in Iraq dice di esser andato per difendere la democrazia, il rispetto delle risoluzioni Onu, il pacifico scontro tra opinioni, e la libertà di parola.




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