Non lo sa ascoltare
La sinistra tradita dal popolo



di
Barbara Spinelli


"La Stampa", Domenica 9 giugno 2002



C’ERA un tempo in cui il suffragio universale allettava le sinistre, e le mobilitava. Era il tempo in cui esse riconoscevano nell’elettore il loro popolo, convinte che esso ineluttabilmente marciasse verso un avvenire di sicuro progresso. Era l’epoca in cui il conflitto nella società era intenso, ma i capi della sinistra si ripromettevano di eliminarlo e di instaurare un regno dove l’uguaglianza fra le classi e la liberazione dal bisogno avrebbero messo fine alle dure necessità dell’esistenza e agli scontri spesso brutali che la caratterizzavano. Il progresso stesso era un’idea di sinistra, coincidendo con il progresso sociale.

Poi venne la disillusione, che caratterizza l’epoca che viviamo e le campagne elettorali che sembrano oggi penalizzare socialisti e socialdemocratici in Europa. Il suffragio universale ha smesso di essere una promessa, per trasformarsi in incubo. Le masse che vanno a votare sono guardate con sospetto, a volte con paura, quasi avessero cessato di essere popolo e fossero antropologicamente degradate. Sono divenute inafferrabili, e soprattutto imprevedibili. Sono solo in apparenza un collettivo, da quando non sono più ammaestrate da quei collettivi intermedi che erano le chiese, i sindacati, i partiti. Sono composte di individui al tempo stesso molto malleabili e molto refrattari all’influenza esercitata da partiti o chiese.

Sono animate da passioni forti ma passeggere, da risentimenti oltre che da sentimenti costruttivi. La disillusione certo non è nuova: già dopo la prima guerra mondiale il suffragio venne manipolato dai totalitari di destra, in Italia e Germania. Ma è una disillusione che si ripropone con forza. In genere queste masse di elettori credono poco alle virtù e all’efficacia dei politici. Ma è anche vero il contrario: i politici stessi mostrano di non credere nella bontà della volontà popolare. O meglio, ci credono solo quando questa volontà coincide con la propria. Questo vale in primo luogo per la sinistra anche se non solo per lei: il popolo che cambia opinione è visto come traditore, come umanità ridotta a bestia, ammaliata da qualche cattivo demiurgo.

Non si osa neppure più chiamarlo popolo, perché il popolo è ricordato come buono, fin dall’origine e per sempre. Il popolo diventa qualcosa che suscita segretamente orrore, e chi ne conquista i favori è subito chiamato populista. Naturalmente i populisti esistono e hanno notevole successo, in buona parte d’Europa. Il più delle volte rappresentano anche un rischio, per il farsi dell’Unione europea, così come rappresentano un pericolo le maggioranze che fanno e disfano quel che vogliono, senza contropoteri. Lo si vede in Francia, dove il partito di Le Pen è riuscito addirittura a eliminare dalla corsa all’Eliseo il candidato socialista.

Oggi i francesi vanno a votare per il rinnovo del Parlamento, e le spinte populiste non spariranno. Lo si vede anche in Olanda, in Danimarca, in Belgio. E in Italia, dove questa domenica si vota per il secondo turno delle amministrative. Ma una cosa le sinistre non sembrano vedere, nel loro timore delle masse votanti: il populismo classico, che promuove il popolo in quanto tale a monarca assoluto delle democrazie, sono state loro a coltivarlo e sfruttarlo con impressionante disinvoltura. Il popolo indubitabilmente buono e saggio, che si incarna tutto intero in un unico partito del progresso e che ha un futuro tracciato in anticipo dove i vecchi conflitti sono aboliti: le democrazie popolari sono state il frutto avvelenato di questa visione collettivizzata della società di questo vero e proprio sequestro del divenire e del tempo e della popolazione stessa e il totalitarismo di sinistra non nasce in origine contro il suffragio universale.

Ambedue i totalitarismi sono figli di questa straordinaria, semireligiosa scommessa su un’umanità che non vive di conflitti ma procede compatta verso un unico lido: quello fissato da una piccola avanguardia di rivoluzionari, di destra o sinistra. Oggi i vecchi rivoluzionari sono colti di sorpresa da un loro progetto che si realizza, ma con una variante essenziale: il popolo dice la sua, le democrazie diventano popolari senza spargimento di sangue, solo che il futuro non è più prestabilito e il conflitto, lungi dall’essere eliminato, diventa la costante delle nostre società.

Forse è da qui che le sinistre potrebbero partire, per reinventare un proprio ruolo. Potrebbero partire da questi massacri delle il- lusioni, a proposito del popolo, del progresso, del futuro, dei conflitti. Il popolo che ormai universalmente vota è un’invenzione recente della democrazia, che solo transitoriamente è stato monopolizzato dalla sinistra. Ha visto la luce poco tempo fa, all’inizio del ‘900, e il suffragio è divenuto completamente universale solo dopo due guerre mondiali, quando le donne hanno avuto il diritto di voto. Inizialmente la rivendicazione non era di si- nistra: il ‘14-‘18 e l’esperienza del- la comune morte in battaglia democratizzarono d’un sol colpo le società occidentali. Tutti avevano diritto di morire in guerra, e tutti ebbe- ro di conseguenza il diritto di voto. Venne poi l’era in cui tanti concetti vennero fatti propri dalla sinistra.

Era di sinistra il progresso, perché progredire significava risolvere la questione sociale. Era di sinistra il popolo, perché nella lotta di classe e sotto la guida di un’avanguardia esso avrebbe trovato la pace, la prosperità, l’uguaglianza dei punti di arrivo e non solo di partenza. La storia stessa andava in quella direzione, e infatti esisteva una specie di provvidenza progressista. La società era chiamata civile perché condivideva quest’idea della provvidenza. Il determinismo storicista dispensava la sinistra dal fare la sintesi fra la capacità di mettersi in ascolto del popolo e la capacità di guidarlo. Le sinistre sapevano dove andava la storia, ed erano già lì al traguardo per trascinarvi le masse. Sono queste certezze che oggi vengono meno: in Francia come in Italia.

Il progresso di un paese o di un insieme di paesi può entrare in conflitto con il classico progresso sociale, e le sinistre non sanno come maneggiare questo nuovo progresso, che ruota attorno al destino e alla protezione giuridica dei lavori precari e dei giovani senza posto fisso, al futuro della flessibilità e della competitività mondiale. Deluse, le vecchie sinistre guardano passare davanti ai propri occhi questo mutato fiume del progresso, e non sanno dargli un nome: il più delle volte parlano di progresso sociale, ma finiscono col contrapporlo a quel che molti cittadini pensano del progresso (non solo la sicurezza del posto ma anche la sicurezza dal crimine, o i diritti di chi lavora precariamente e non è sindacalizzato). Finiscono col difendere, di fatto, la conservazione di diritti detenuti da una parte soltanto della popolazione.

Vedono che la democrazia si spoliticizza mettendo radici, e in cuor loro paiono quasi rancorose verso un suffragio universale che procura tante brutte sorprese e tanti partiti senza bussola. Dopo aver idolatrato il popolo, sono costrette a operare su due fronti: tendere l’orecchio a quello che il popolo effettivamente dice, e meditare sulle istituzioni necessarie al suo addomesticamento, alla sua responsabilizzazione. L’autonomia della giustizia, la Costituzione come garante delle libertà civili e delle minoranze, i contrappesi al dominio delle maggioranze, la selezione dei leader: molto sarà probabilmente da rifondare, se non si vuol ricadere in vecchie trappole. Un esempio recente è quello di Jacques Delors, l’ex presidente della Commissione che i sondaggi davano per vincente contro Chirac, sette anni fa. Spaventato all’idea di dover fronteggiare l’elettore Delors declinò l’offerta, in un’intervista del dicembre ‘95, spiegando come fosse difficile governare un paese senza esser sicuri di avere maggioranze stabili, prevedibili. Tanta paura incuteva il suffragio universale.

Tanto grande era il sogno di esser non già eletto, bensì nominato come quando si è promossi alla testa di un consiglio di amministrazione. Il distacco delle sinistre dalla società civile comincia in questo modo, in svariati paesi. Esse possono anche governare bene: è accaduto in Italia, in Francia ai tempi di Jospin, in Olanda con Wim Kok. La loro alleanza storica con i sindacati può intralciare i movimenti ma può anche essere di aiuto inestimabile, come è successo in Olanda dove il sindacato ha fatto una rivoluzione culturale sul lavoro e la flessibilità. Non è propriamente l’orrore del suffragio universale a perdere le sinistre, a renderle così dipendenti dai rivoluzionari di vecchio stampo che militano alle loro estreme.

Abituata a guidare il popolo, la sinistra sembra essere incapace di mettersi in suo ascolto, ed è il motivo per cui ne è regolarmente sconcertata. È come stupefatta davanti a un tempo non più lineare, e a un conflitto che non accenna a dissolversi ma che perdura, inestirpabile e vivificante, al nostro fianco. Per vincere le destre, la sinistra non potrà evitare lo scoglio più impervio: lo scoglio che impone di pensare contro se stessa, e contro il proprio mito dell’onniscienza storica.




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