"L'illusione di vivere senza nemico "


di
ADRIANO SOFRI

(La Repubblica, 6 ottobre 2001)


VIVERE senza nemico? Quelli come me, venticinque anni fa, si persuasero che non si trattasse di correggere e riconvertire un orientamento politico (quello che andava sotto il nome magnanimo di rivoluzione), ma di convertire dalle radici un modo di pensare. Lo slogan che preferimmo per significare questo mutamento, questa smobilitazione da dopoguerra, era: vivere senza nemico. Nel corso di un quarto di secolo quella idea, che allora era apparsa promettente come una liberazione, è stata messa duramente alla prova. Essa è piuttosto un ideale, cioè qualcosa cui tendere.

E DUNQUE qualcosa che non si realizza mai compiutamente, e che ammette eccezioni, delusioni, regressioni. Il nemico c'è, e viene a cercarti. Si può fare come i bambini, e i santi, mettersi le mani sugli occhi chiusi, e dire: "Non mi vedi". Oppure misurarsi col nemico, badando a ridurre al minimo la dipendenza da lui. Il pacifismo è a volte un modo di negarne l'esistenza, fino a lasciargli mano libera. Si sentì più angosciosamente l'impossibilità (e poi la viltà) di questo schematismo negli anni di Sarajevo e di Srebrenica. Una complicazione viene dal privilegio provvisorio di chi non ha un nemico proprio, e si spinge all'indulgenza verso il nemico altrui. Un egoismo, un pacifismo per conto terzi - come fu l'appeasement di Chamberlain a Monaco del 1938.

Oggi la questione è tornata improvvisamente essenziale, con una speciale drammaticità, perché riguarda un cimento col nemico sulla scala dell'intero pianeta. E, per giunta, su una frontiera poco territoriale, mimetica e ideale. Disabituati alla distinzione, si è in tentazione di denunciare l'Islam universale come nemico, o all'altro capo di ripudiare il sentimento stesso dell'inimicizia.

Nell'occasione dell'incontro fra personalità musulmane e cristiane convocato dalla Comunità di Sant'Egidio a Roma, ho appena sentito una persona saggia ed esperta come Andrea Riccardi ripetere che il punto è di imparare a vivere senza nemico. Non credo che importi per questo che si abbia o no una positiva fede religiosa. Lo stesso cristianesimo, e cattolicesimo, può suscitare uno spirito rovente di inimicizia, o di amore per tutto ciò che esiste. Tutto ciò che esiste viene da Dio, e tuttavia il Nemico contende a Dio il creato. Così ondeggiamo fra la crociata e il disarmo unilaterale. In realtà, ci dividiamo fra inermi di principio e guerrieri per vocazione, gli uni spregiatori degli altri, gli uni parassiti degli altri.

Il nemico può arrivare a cercarci dentro la nostra casa, nel cuore di Manhattan. Non siamo preparati. Non lo siamo per tre cause almeno. L'evangelismo senza nemici è solo una, e non la più influente. Il cosiddetto relativismo culturale, cioè l'abitudine a considerare relativa -parziale, contraddetta, arrischiata - la nostra scala di valori, e meritevoli di rispetto e attenzione altri sistemi di valori, è la seconda ragione. La terza, ormai la più influente, è nel costume: nel pregio assegnato al piacere, alla piacevolezza e all'apparenza, nell'avversione al dolore, alla pazienza e alla fatica, nel ripudio del virilismo, nell'estetica e nell'anestesia. Si dice dell'antica Sibari che perfino i suoi cavalli preferirono mettersi a danzare piuttosto che muovere all'incontro del nemico.

Machiavelli derideva amaramente l'Italia del suo tempo, affidata a truppe mercenarie, che si lasciava "pigliare col gesso" dall'invasore forestiero. La nostra civiltà può apparire ai suoi odiatori, che l'hanno frequentata e ne sono stati attratti e respinti, come una Sibari pronta a cadere per effeminatezza, come un'Italia da sottomettere col gesso. Abbiamo dei nemici. Uomini pii, addestrati piamente a uccidere e morire, come insegnano i loro ripugnanti dépliant di istruzioni. Sono pochi, benché non pochissimi, e autori di una mutazione culturale, avendo innovato l'idea del suicidio e della guerra. Chiamano martirio nella guerra santa quello che noi siamo costretti, in mancanza dell'idea, a chiamare suicidio, e chiamano guerra la strage di ignari moltiplicata dall'affollamento del mondo e dalla potenza dei suoi utensili ordinari. La loro sarebbe un'invasione di alieni, se non si fossero mutati guardandosi nel nostro specchio. E soprattutto se non avessero un legame, da campioni drogati a tifoseria, con enormi folle umane accese a loro volta dalla frustrazione e dall'odio. Il legame arduo che le avanguardie di popoli e classi dovevano cercarsi attraverso dogmi e ideologie e chiese e partiti, viene loro regalato dal richiamo a una fede comune, l'Islam, abusivo ma ricattatore, sicché i tanti Islam non trovano facilmente il coraggio morale e l'indipendenza intellettuale necessari a espellerli senza riserve. Né devono conquistare uno Stato, un governo, un territorio: agendo come una Internazionale capace di forzare al proprio scopo Stati governi e territori altrui. Certo che l'Islam non è terrorista, e che il bersaglio più frequente e spietato del terrorismo islamista è la moderazione e l'inclinazione laica nei paesi islamici. Ma è vero anche che l'appello alla vera e retta lettura del Corano è un'obiezione irrilevante alla violenza islamista. La filologia onesta non ha mai rallentato il passo dei fanatismi fondati su una scrittura sacra, cristiana o musulmana o marxista-leninista, e scatenati in guerre di religione, nelle "guerre per un paragrafo", come le chiamava Voltaire. Al contrario, la filologia è il riparo degli sconfitti e perseguitati dalla Parola trionfante in forza delle armi e del sangue. Non è citando la condanna (raccapricciante, del resto) del suicidio nel Corano che si avrà ragione dei suicidi terroristi, o si ridurrà il loro prestigio agli occhi delle folle.

Intanto, i nemici ci sono, e vengono a cercarci. Possono vincere? Forse no, ma noi possiamo perdere. Possiamo fare molto male a noi stessi, e al modo di vivere che amiamo -che non coincide senz'altro con quello vigente. Possiamo perdere subito le prime prove, per scarsa combattività. Lo stesso imbarazzo con cui nominiamo questa formula, che appartiene al gergo tecnico della boxe, arte già nobile e oggi contestata, ne è un sintomo. Non dobbiamo affatto vergognarcene, al contrario: la civiltà amabile e socievole cui tendiamo ha al centro una diserzione dalla brutalità, una premura per la fragilità e la debolezza, un'ammirazione per la cedevolezza e la simpatia. (E' strano, però, che sia così ipnotizzata dalla finzione della violenza più brutale, e dai record gratuitamente estremi). Ma essa soffre di una sproporzione. Essa accumula la potenza, una potenza fisica incorporata in congegni e ordigni di meravigliosa e micidiale genialità, e la contrappone a una umanità tendenzialmente più imbelle, renitente all'infortunio e tanto più al rischio della vita. La caccia e il servizio militare non le si addicono più. Ha dei giovanottoni di trent'anni che si accomodano in una nicchia di Grande Fratello e dopo una settimana piagnucolano e hanno tanta nostalgia di casa. Essa compensa col divario schiacciante di scienza tecnologia e ricchezza tradotte in armamenti la svalutazione che della vita personale su questa terra fanno i suoi odiatori: ma l'handicap nella tempra agonistica minaccia di essere troppo forte. (Lo si vede in quel laboratorio della vicenda planetaria che oppone in un fazzoletto di terra Israele e Palestina, il rapporto fra potenza militare e crescente renitenza alla leva in Israele, e moltiplicazione dei "martiri" suicidi e assassini palestinesi).

L'irruzione inattesa del nemico in una società disabituata, e anche moralmente restia ad ammetterne l'idea, spingerà ad affidarsi alla sua gente più disponibile e adatta alla guerra. Quando la guerra, finalmente, non è più il modello ispiratore dell'educazione, dell'addestramento dei corpi e della formazione dei caratteri, i combattenti si reclutano piuttosto fra le persone più illese dalla delicatezza e dalla convivialità dei costumi. Tanto più se la guerra inaspettata è per definizione dichiarata "sporca": si ricorrerà a bravi specialisti e a fervidi patrioti, ma anche a qualche sporca dozzina, a qualche legione straniera, e comunque a maneschi e spavaldi, di quelli che in guerra prendono le medaglie e al ritorno vanno in galera per rissa e vagabondaggio. È un problema ricorrente: lo avevamo appena lasciato, su una scala locale, a Genova. Paragonerò grossolanamente, senza urtare suscettibilità, la vicenda genovese a quella planetaria che l'ha seguita e surclassata. C'è un'irruzione aliena e in costume, i Black Bloc. C'è un "movimento" che nella sua vastissima composizione pacifica e pacifista è travolto dalla violenza aliena: esclude in principio ed è incapace di fatto di costituire un proprio servizio d'ordine, di esercitare una forza a propria difesa. C'è, terzo ingente attore, lo schieramento delle forze dell'ordine, nel quale, sulla spinta dell'assalto Black Bloc, prevalgono naturalmente i reparti e gli individui più sbrigativi e spregiudicati, a scapito del mucchio pacifico e pacifista. Il quale, naturalmente, ha ragione a temere di mettere in moto nelle proprie file lo stesso meccanismo di selezione alla rovescia, per costituire un servizio d'ordine. Le cose sono complicate.

Figurarsi su scala mondiale. Si direbbe che bisogni tenersi caro l'ideale di un mondo senza nemico (più concretamente, di non lasciar modellare la propria personalità dall'inimicizia) ma insieme reintrodurre l'esistenza attuale del nemico nella nostra immaginazione quotidiana, nell'educazione, nel linguaggio. Rimuovere il nemico vuol dire ingigantirne il fantasma, e disarmarsi, anche moralmente, di fronte ai suoi colpi. Vuole dire anche dividersi fra pacifici pacifisti e specialisti del nemico e della (sporca) guerra. I quali specialisti resteranno indispensabili, e solo la cattiva ipocrisia li farà disprezzare in tempi ordinari e convocare in tutta fretta quando suoni l'allarme: sia detto anche per la Folgore, delitti privati e pubblici eroismi. Io continuo a pensare ai passeggeri dell'aereo di Pittsburgh, che non si erano addestrati su un disgustoso vademecum del martire.







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