Un futuro «biotech»

di
Domenico Siniscalco

(Il Sole 24 Ore, 13 febbraio 2001)


Nei dintorni di Washington, sull'Interstate 270, si trova la cosiddetta "Dna-Alley": la più grande concentrazione del mondo di centri di ricerca sul genoma. In soli 24 chilometri, infatti, si incontrano la Food and drug administration, che regola il settore farmaceutico e alimentare; l'università Johns Hopkins, l'Institute for Genomic research e il Nih di Bethesda, l'istituto medico nazionale, famoso nel mondo per la qualità e la quantità della sua ricerca genetica.

Di fianco a questi colossi della ricerca pubblica troviamo le più note e dinamiche imprese private di biotecnologie: la Celera genomics, fondata nel 1998 da Craig Venter; e poi Gene-logic, Human genome sciences e una miriade di piccole start-up, tutte impegnate nel brevettare sequenze di geni e farmaci basati sulla genetica.

Nonché alcuni fondi di venture capital, come Genomics fund e Fbr emerging technologies, specializzati nel biotech. In questo straordinario distretto tecnologico si è combattuta la gara per la mappatura del genoma umano tra Craig Venter, fondatore di Celera e Francis Collins direttore Nih. Una gara in cui Venter, con fama di scienziato ribelle e brillantissimo, sembra aver battuto il Nih, obbligando i ricercatori pubblici a raddoppiare più volte produttività e investimenti per tentare almeno di tenere il ritmo di Celera e pubblicare risultati in contemporanea.

Data l'importanza fondamentale della ricerca genetica, la corsa alla mappatura del genoma umano è già stata oggetto di numerose analisi dal punto di vista economico. E gli studi più convincenti hanno dimostrato che i successi recenti sono stati ottenuti grazie alla coesistenza e all'interazione tra ricerca privata, scienza pubblica e regolamentazione. La ricerca privata, finanziata da fondi di venture-capital attratti dalle prospettive di profitti, dà efficienza e competizione all'ambiente della ricerca. La scienza pubblica, finanziata dai Governi, crea competenze, capitale umano e garantisce la trasparenza dei risultati attraverso la continua revisione scientifica dei risultati via-via raggiunti. La regolamentazione garantisce la pubblicazione dei risultati e assicura una corretta sperimentazione in un campo oggettivamente cruciale quanto sensibile per l'opinione pubblica.

In effetti, gli sviluppi più recenti della genetica sono insieme fondamentali e inquietanti. Sono fondamentali, come osserva Renato Dulbecco, perché la ricerca, in tutti i campi della biologia, della medicina e dell'agricoltura, adopererà sempre più modificazioni genetiche di tutti i tipi, dai virus, ai batteri, alle cellule, a piante e animali, tra cui l'uomo. Sono inquietanti, come osservano alcuni biologi, perché l'uomo — per la prima volta nella sua storia — può modificare radicalmente il corso dell'evoluzione, sconnettendola dai meccanismi della selezione naturale. Per questo motivo la politica della ricerca, in tutti i Paesi più avanzati, sta compiendo un grande sforzo per tenere insieme scienza, tecnologie e sicurezza. E per lo stesso motivo elementi tradizionali come brevetti, sostegno pubblico alla ricerca, regolamentazione e informazione vengono ricombinati in maniera innovativa. In questa chiave, per così dire di sistema, occorre valutare la decisione di ammettere brevetti (e dunque diritti di proprietà) su sequenze di geni, o la richiesta di rendere pubblica, anche da parte di Celera, la sequenza del genoma umano.

In questo quadro, stride il recente dibattito italiano sulla ricerca genetica, sugli Ogm e sulle cellule staminali. Permeato da motivi dogmatici e religiosi, il nostro dibattito si è concentrato con virulenza su questioni astratte, come la libertà di ricerca e non affronta invece pragmaticamente i nodi di una politica per la ricerca, come le relazioni tra pubblico, privato e regolatore, che pure sono oggetto del recentissimo Piano nazionale per la ricerca che stanzia risorse importati per il genoma. In questo contesto, una decisione di rallentare e ostacolare tout-court la ricerca genetica, in agricoltura o in medicina, se fosse mai attuata, porterebbe sicuramente al peggiore degli esiti possibili. Da un lato bloccherebbe l'accumulo di conoscenze e di capitale umano, lasciando ad altri Paesi la ricerca; dall'altro non fermerebbe comunque gli eventuali effetti negativi di possibili "degenerazioni tecnologiche", perché malattie e alterazioni indesiderate si propagano comunque attraverso canali estranei alla ricerca. Gli scienziati italiani hanno senz'altro ragione a sostenere l'importanza fondamentale della ricerca e chiedere più risorse e meno sbarramenti, visto il clima di generale diffidenza verso il loro lavoro nel campo della genetica. Per questo proviamo una naturale simpatia nei confronti delle loro richieste.

A questo proposito, occorre tuttavia notare che la controversia si è eccessivamente radicalizzata, perché ciò che in gioco non è la libertà della ricerca, ma soltanto la possibilità (negata) di sperimentare gli Organismi geneticamente modificati in campo, ma non in serra o in laboratorio. Il guaio è che ciò che è teoricamente consentito poi di fatti viene ostacolato, negando o rallentando permessi, autorizzazioni e visti burocratici.

In ogni caso, quello che stupisce nel dibattito di questi giorni è l'eccesso di polemica e la povertà dell'informazione. Per comprendere le ragioni della scienza e per varare politiche appropriate occorrono innanzitutto trasparenza e comunicazione sul lavoro degli scienziati. E occorre evitare le guerre di religione per concentrarsi sugli aspetti concreti della politica della ricerca: fondi, brevetti, meccanismi di finanziamento, regolamentazioni. Evitando, questa volta almeno, discorsi sui massimi sistemi.






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