A. K. SEN, La diseguaglianza,
ed. Il Mulino, Bologna 1994


di
Renato Pagotto
(Fondazione "Stefanini")



Amartya K. SEN, docente di economia e filosofia ad Harvard, è esponente di tesi che, dai primi anni settanta, lo contrappongono all'utilitarismo. Anche in questo saggio (uscito ad Oxford nel 1992 con il titolo Inequality Reexamined, che fa seguito a On Economic Inequality del 1973), come in altri volumi (tra i quali, tradotti in italiano, Scelta, benessere, equità e Il tenore di vita), ripropone le sue argomentazioni sui problemi di giustizia sociale, a livello di etica sociale, specificamente di etica economica, e di filosofia politica applicata.

Dato per scontato che le differenze tra individui e gruppi sociali esistono, e che le etiche pare esigano tutte l'assunto del perseguimento dell'eguaglianza (quelle dichiarantesi antiegualitarie lo sono in forza di un'eguaglianza a livello più sostanziale, come l'esigenza di equità in Rawls, o, comunque, di imparzialità di un determinato punto di vista) è da chiedersi: come misurare le necessarie diseguaglianze da introdurre in un sistema di etica sociale che si prefigge il valore dell'eguaglianza? E una volta accordatisi su di un modello egualitario da attuare, quale sarà l'"indice appropriato" nella "misurazione dell'eguaglianza" ?

Negli ultimi due decenni ci sono stati progressi nelle analisi valutative. Ma vari sono "i modi possibili di affrontare il problema della scelta dello spazio per la valutazione della diseguaglianza"[p.135]. Alla fine si scopre che l'esercizio per identificare i valori positivi è, a sua volta, un esercizio valutativo a "forte potere discriminatorio"[68]. Vista la difficoltà di trovare un accordo tra opinioni e teorie in conflitto, è quindi importante esaminare "la natura della strategia di giustificazione della diseguaglianza tramite l'eguaglianza"[40].

Il saggio si avvale di numerosissimi riscontri con gli "approcci più tradizionali all'eguaglianza"[21] nei confronti dei quali si diversifica nel determinare i criteri per una diseguaglianza che corregga sì le inevitabili sperequità sociali, ma si prefigga una dimensione più alta della pura elencazione di panieri di beni da prendere in considerazione. Non dobbiamo identificare gli elementi costitutivi dello stato di benessere, il cosiddetto well-being, con oggetti tipo reddito o risorse o posizione sociale o altro, tutti rientranti nell'idea di acquisizioni, ma mettere al primo posto l'insieme delle capacità di perseguire da sè, liberamente, tali elementi. Questo criterio si può chiamare "approccio delle capacità" rispetto all'altro definibile genericamente come "approccio delle preferenze" (per capacità di intende un insieme di funzionamenti che combinandosi danno consistenza alla "libertà di scelta" sia nell'acquisire well-being che nel gestire le acquisizioni). L'"approccio delle capacità" ci trasporta "dallo spazio delle merci, dei redditi, delle utilità, ecc., verso lo spazio delle componenti costitutive del vivere"[77]. "Agire liberamente" non significa solo "numero di alternative a disposizione"[78], come si vorrebbe nella prospettiva di libertà del consumatore. Significa piuttosto aver la capacità di "tener conto dell'incertezza sulle proprie preferenze future" [79n]. Insomma, "scegliere uno stile di vita non è esattamente equivalente ad avere quello stile di vita indipendentemente da come è sorto"[79]. Una "misurazione della diseguaglianza" che si basa solo sulla distribuzione dei redditi non rende giustizia alla "importanza della libertà come elemento costitutivo di una buona società"[143].

Welfarismo e utilitarismo enfatizzano l'utilità individuale e rifacendosi a metriche mentali (grado di appagamento dei desideri per valutare le acquisizioni) valutano un modo di vedere il vantaggio individuale "particolarmente limitante in presenza di radicate diseguaglianze"[22] e addirittura fuorviante nel misurare l'appagamento dei desideri in un contesto di miseria in cui anche un piccolo vantaggio può apparire notevole per chi non ha niente.

Pertanto, se in contesti A e B di preferenze, il paniere x di beni in A, non è confrontabile con il paniere y in B, tuttavia può risultare interessante ricondurre differenti strategie valutative in una logica di "libertà di scelta" da estendere come un bene a sè stante. In tal caso la libertà "deve essere distinta non solo dalle acquisizioni, ma anche dalle risorse e dagli strumenti per la libertà"[60s]. Per questo risultano "sostanzialmente inadeguati" i tentativi di Rawls e Dworkin di comparare le libertà. In particolare, la teoria di Rawls, forse la più meritevole di sviluppi tra le molte in circolazione, presenta il limite inaccettabile della priorità riservata "agli strumenti della libertà rispetto a una qualche valutazione dell'estensione della libertà"[25].

Ci sono modi di vedere "la relazione tra eguaglianza e libertà" completamente sbagliati[41]. Una "libertà eguale" non è assioma sufficiente a garantire eguaglianza in senso pieno, nè tanto meno una eguale distribuzione di beni primari è garanzia di libertà in senso completo. Inoltre, "la libertà è uno dei possibili campi d'applicazione dell'eguaglianza, e l'eguaglianza è una delle possibili configurazioni della distribuzione delle libertà"[42]. "Libertà, diritti, utilità, redditi, risorse, beni primari, appagamento dei bisogni, ecc., sono tutti modi diversi di vedere la singola vita delle varie persone, e ciascuna delle prospettive conduce a una differente visione dell'eguaglianza"[45]. In breve, un "insieme di capacità" riflette la libertà di "scegliere fra le vite possibili"[64]; un "insieme di bilancio" riflette solo la libertà di comprare merci.

Questi temi, "tendenzialmente trascurati nella letteratura sulla misurazione della diseguaglianza in economia"[50], riflettono "la libertà dell'individuo di condurre un certo tipo di vita piuttosto che un altro"[64] e riguardano sostanzialmente gli elementi costitutivi di "uno stato di benessere" (well-being) perché chiamano in causa le capacità di funzionare degli aspetti della vita fondamentali (nutrizione, salute, partecipazione sociale, ecc.).

Sappiamo, però, che due aspetti, distinti e non indipendenti tra loro, l'"agency" e lo "well-being", ossia la "abilità di promuovere fini che si ha motivo di promuovere"[90] e lo stato di benessere goduto, vanno distinti quanto alla libertà; infatti libertà di agency e libertà di well-being possono crescere in parallelo ma anche a scapito una dell'altra (la dottoressa che decide di andare volontaria ad esercitare un'opera assistenziale nel terzo mondo, sviluppa la libertà di agency a scapito di quella del suo well-being). Per questo non è mai scontato il giudizio sul vantaggio reale di un individuo. Del resto, non un qualunque ampliamento delle libertà procura vantaggio se, come succede, essendo scomodo scegliere una posizione sociale che conferisce maggiori libertà, qualcuno preferisce rinunciarvi.

In pratica, tuttavia, nel contesto di politiche sociali non è sbagliato preferire obiettivi di giustizia mediante il criterio del miglior well-being per tutti anzichè quello della miglior agency. Questa, però, non va mai trascurata in una ricerca che sia meno incompleta possibile sul modello di vita desiderabile. Rawls ha ragione nello spostare l'attenzione "dalla diseguaglianza nei risultati...a quella nelle opportunità", ma la sua teoria non volge "una adeguata attenzione alla libertà in quanto tale"[123], quasi comportasse l'assunzione di una particolare visione dei fini per ottenerla.

In conclusione, gli approcci tradizionali, incluso l'indice di misurazione di Atkinson, non intaccano la struttura di una economia del benessere (un indice per cui la distinzione del reddito totale massimizzi un reddito egualitariamente distribuito, individuando nel 22% la distribuzione egualitaria, non massimizza il benessere sociale: c'è "perdita di benessere sociale" se la diseguaglianza di redditi e di utilità individuali aumenta). Ciò si vede anche nello "uso del reddito basso come elemento identificativo della povertà"[146]. Se tracciare la "linea di povertà" consiste nel definire i dati al di sotto dei quali la sussistenza diviene problematica, non è sufficiente poi o contare il numero dei poveri al di sotto di quella linea o stabilire il reddito medio di essi. Tale misurazione non fornisce la "distribuzione del reddito fra i poveri" nè individua gli stati più acuti della deprivazione, quasi non esistesse "alcun problema di diseguaglianza fra i poveri"[147]. L'uso di rifarsi alla "quota dei poveri" di un paese, per l'applicazione di politiche anti-povertà onde diminuire tale quota, favorisce in pratica i più ricchi fra i poveri, e non intacca i livelli infimi di povertà. L'errore consiste nell'orientarsi su indicatori di povertà basati sul reddito. Un reddito eguale è diseguale se riferito ad una persona sana o ammalata e non dà l'idea della diseguale povertà. Anche la povertà, quindi, può essere definita "come mancata capacità"[208]; ossia occorre distinguere tra guadagnare un reddito e usare un reddito. Persino Marx, nella sua inadeguata differenziazione della società in classi, che pur si fissa esclusivamente sul processo lavorativo della produzione, evita di considerare il compenso per il lavoro (reddito) come unico criterio onde perseguire l'eguaglianza (sua critica al programma di Gotha). Che la nozione di povertà non sia riconducibile al solo reddito risulta abbastanza evidente. Nel quartiere di Harlem a New York si ha un reddito medio che, rapportato a quello inferiore di un villaggio africano, determina un più alto livello di povertà di tipo urbano. Il Kerala che, in India, presenta un livello di reddito inferiore, registra tuttavia uno sviluppo culturale e di libertà individuali nettamente superiore a quello delle altre regioni indiane. Insomma, la scelta del reddito come spazio privilegiato per prospettive egualitarie non regge.

Un breve giudizio sul saggio di Sen. Esso è fortemente segnato dalla conflittualità in cui versano le attuali teorie di etica sociale, spesso divergenti nel perseguire l'eguaglianza o nel rilevare l'importanza delle diseguaglianze cui rimediare. Nel mettere seriamente in dubbio i vari parametri di eguaglianza in voga, esso difende con palese buon senso, in nome dell'eguaglianza, la diseguaglianza meritocratica degli incentivi in vista di un'efficienza positiva per tutti e la pratica della selettività asimmetrica nell'attribuzione di pubbliche responsabilità. Di indubbio merito è soprattutto l'aver rimesso in causa la dimensione della qualità della vita, concentrando l'analisi sul senso della libertà, quale obiettivo da privilegiare rispetto ai generici luoghi comuni dell'egualitarismo sociale. La ben articolata argomentazione dell'istanza etica lo riscatta, anche sul piano della pura teoria socio-economica, da riformulazioni ripetitive di stampo professorale. Un po' meno il costo dell'edizione.






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