IL ROMPICAPO DELLE RAGIONI

Una vigilia con tanti «se e ma»


di
Giovanni Sartori

(Corriere della Sera, 12 marzo 2003)


Secondo l' ultimo sondaggio di Mannheimer sulla guerra all' Iraq, soltanto 2 italiani su 100 «non sanno». Tutti gli altri, il 98% (davvero un bel record) «sanno», e si dichiarano al 69% per il no assoluto, al 21 per un sì condizionato e soltanto per un 8 per il sì senza Onu.

Mi sono chiesto: e io dove sto? E ho scoperto di essere senza casella, di essere in triste solitudine. Non mi so decidere perché per ogni tesi mi viene in mente una controtesi.

Prima tesi: questa guerra è per il petrolio. Controtesi: no, è motivata dal terrore del terrorismo.

Seconda tesi: la guerra al terrorismo deve essere fatta ai terroristi, non contro gli Stati che li finanziano e sostengono. Controtesi: no, perché un terrorismo diffuso e invisibile può essere colpito solo nelle sue infrastrutture di sostegno e dove le sue armi sono fabbricabili.

Terza tesi: questa guerra non indebolirà ma anzi rafforzerà in tutto il mondo islamico il fondamentalismo che alimenta il terrorismo. Controtesi: sì, ma è anche vero che la punizione di uno Stato canaglia metterà una salutare paura agli altri. Vedi quando il presidente Reagan bombardò Gheddafi: il tiranno libico si salvò, ma da allora è stato cauto.

Quarta tesi: questa guerra non è necessaria, visto che Saddam Hussein può essere disarmato dalle ispezioni dell' Onu. Controtesi: forse sì, ma il tiranno iracheno gli ispettori dell' Onu li cacciò; e se ora fa l' agnellino è solo perché è minacciato ai suoi confini da un formidabile esercito.

Quinta tesi: non è provato che l' Iraq possieda armi di distruzione di massa di pericolosità bastevole. Controtesi: nemmeno è provato che non le abbia; e poi qui si confonde tra armi nucleari e missilistiche poco pericolose e trovabili, e armi chimiche e batteriologiche (gas nervino, antrace, gas mostarda e simili) che sono invece pericolosissime, difficili da trovare e che sicuramente mancano all' appello.

Sesta tesi: fermare questa guerra è forse affermare per sempre la «pace perpetua» auspicata da Kant. Controtesi: no, è soltanto far vincere Saddam trasformandolo in padrone di tutto il Medio Oriente e in potere controllante di quasi tutto il petrolio necessario all' Europa.

Mi fermo qui anche se potrei continuare. Volevo solo spiegare perché a me manca la granitica sicurezza dei nostri pacifisti «senza se e senza ma».

Beninteso non è che in ogni caso i pro e i contro si pareggiano. In certi casi la tesi appare più convincente della sua antitesi, mentre in altri è la controtesi che convince di più. Ma non c' è mai, in questi scenari, un corso di azione senza pesanti controindicazioni. Beato chi è tanto sicuro.

Per me è un rompicapo. Chi ci ha così malamente incastrati? Sì, in partenza Bush. Ma ora, confesso, mi fa altrettanta paura Chirac. La sua tesi è di dare tempo agli ispettori Onu. Però qui Chirac gioca sporco, perché sa benissimo che l' esercito tutto ammantato di acciaio schierato attorno all' Iraq verrebbe liquefatto dal caldo. Pertanto questa alternativa non esiste. Ne consegue che l' attacco americano è pressoché inevitabile.

Conviene che avvenga con la copertura dell' Onu, o senza? Per Chirac questa copertura non ci deve essere. Ma a che pro? Chirac può sì delegittimare gli Stati Uniti, ma non li può certo fermare. Può solo aprire un secondo fronte, quello della sua guerra ideologico-diplomatica contro l' America. Il che inaugura davvero un gioco a somma negativa nel quale tutti i giocatori perdono.

Il secondo fronte di Chirac - che è in parte valoroso e in parte vanaglorioso - andrà a sfasciare le Nazioni Unite e la solidarietà del mondo occidentale. Tra Bush e Chirac chi finirà per fare più danno? Una incertezza in più.






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