"Uditi i critici ha ragione Oriana"


di
Giovanni Sartori

(Corriere della Sera, 15 ottobre 2001)


Ma questa volta la distanza selettiva delle letture è stata davvero straordinaria. Come risulterà dalla discussione. Dalla quale si ricava - ne anticipo la conclusione - che Oriana Fallaci deve aver ragione, visto che i suoi assaltanti hanno abbondantemente torto. All’inizio mi sono lasciato un po’ incantare dal flauto di Terzani, dal suo dire che «dubitare è una funzione essenziale del pensiero, il dubbio è il fondo della nostra cultura». Oddio, questo è il fondo della cultura di Amleto. Cartesio non scriveva «dubito quindi sono», ma cogito ergo sum. Il dubbio deve dunque essere inserito nel cogito , nel pensare. E il dubitare di Terzani - come vedremo - non lo è. Umberto Eco dice su Repubblica che lui si preoccupa «dei giovani perché tanto ai vecchi la testa non cambia più». Sarei curioso di sapere qual è la categoria nella quale Eco colloca se stesso, se tra i vecchi o no. Comunque sia, io di me stesso lo so: per i giovani sono uno stravecchio. Il che non toglie - sorpresa, sorpresa - che la mia testa sia tutta un frullo di cambiamenti.

Nel ’68 scrivevo - proprio sul Corriere - che la cosiddetta rivoluzione studentesca preparava l’avvento della asinocrazia, del trionfo degli asini. Il che mi costringeva, nella mia testa, a vedere con diminuitissimo ottimismo il progredire della democrazia. Subito dopo la caduta del Muro di Berlino notavo che la «democrazia senza nemico» era molto più difficile da gestire della democrazia minacciata da un nemico. Il che mi induceva a riorientare la mia testa su questo nuovo problema. E siccome già scrivevo della altissima vulnerabilità della società tecnologica negli anni Settanta, l’11 settembre non mi ha preso del tutto alla sprovvista. Mi sono subito detto: questa è Hiroshima Due; ancora un inedito, e un inedito ancora più terrorizzante di Hiroshima Uno. Nel 1945 c’era la guerra e si sapeva con certezza che la resa (del Giappone) fermava anche il bombardamento atomico americano. Oggi i confini tra guerra e pace si sono annebbiati, e oggi nulla ferma più niente. La polverizzazione delle due torri di Manhattan prefigura un orripilante scenario di «atomiche di pace» (per così riassumere) che ci possono colpire ogni giorno e che massacrano alla cieca.

Dunque, da un mese io mi sto rifacendo - bene o male - una testa nuova che cerca di capire e di fronteggiare una nuovissima (nonché orribilissima) realtà. Invece per la Maraini e Terzani è quasi come se non fosse successo niente di nuovo. In entrambi ripassa il déjà vu di sempre, ripassano i ritornelli di sempre. Saranno anche giovani, certo più giovani in anni di me; ma per il criterio di Umberto Eco la loro testa è già vecchia assai.

Dacia Maraini è una bravissima scrittrice di romanzi che leggo sempre con piacere; ma nel suo discettare etico-politico ritrovo soltanto gli stanchi luoghi comuni del terzomondismo politicamente corretto. Tiziano Terzani ci ha raccontato con finezza e bravura dell’Asia; ma quando cita - come ricette di salvezza - San Francesco d’Assisi, Gandhi e poi, scendendo di parecchi chilometri, padre Balducci e il mio collega (alla Columbia University) Edward Said, allora cita a sproposito.

Personalmente io preferisco i Domenicani ai Francescani. Concedo che Il Cantico di Frate Sole è un testo di un candore commovente. Ma quel candore non può essere trasferito da una età davvero primitiva all’età ultracomplicata del terzo millennio. Quanto a Gandhi, lui aveva a che fare con gli inglesi, e noi non abbiamo a che fare con dei Gandhi. E padre Balducci? Pochi sanno chi fosse. Ma a Firenze negli anni nei quali padre Balducci affascinava il colto e l’inclita (e anche, a quanto pare, Terzani) c’ero anch’io; e ricordo un dibattito nel quale lui attaccò così smodatamente il Papa da costringere il sottoscritto, laico abbastanza catafratto, a fare il papalino, il papofilo. Bel personaggio quel padre Balducci! Ma sempre più bello del cupissimo Edward Said, che scrive bene ma razzola malissimo. Il fatto che Said sia palestinese lo legittima nel suo essere pro palestinesi. Ma non mi risulta che Said abbia mai condannato i suoi uomini-bomba, ed esiste una fotografia che lo coglie, in zona Gaza, che lancia un sasso «intifadico» contro gli israeliani. Lui sarebbe un fautore di «campi di comprensione invece di campi di battaglia»? On aura tout vu , se ne vedono (e sentono) proprio di tutte.

Terzani scrive: «A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto, invece». Dopodiché cita i giapponesi che hanno dato origine al nome, le tigri Tamil, i palestinesi di Hamas. Fine lì. Terzani è troppo vecchio, direbbe Eco, per afferrare che i kamikaze di New York sono animali del tutto diversi da quelli che lui sta ancora studiando. I kamikaze all’antica - diciamo - si immolano per una loro patria, sono «locali». La loro causa è concreta e circoscritta. I suicidi di New York e del Pentagono, e quelli che verranno nella loro scia, sono «globali» e la loro patria è il Corano, è una fede religiosa. Non si battono per una loro madrepatria, per la patria nella quale sono nati, ma per un mondo islamizzato che combatte e punisce gli infedeli. Fa una bella differenza. Che però a Terzani sfugge.

Il Nostro prosegue così: «Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perché io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolve uccidendo i terroristi ma eliminando le ragioni che li rendono tali». Sante parole, ma soltanto parole. Asserire che il problema del terrorismo non si risolve uccidendo i terroristi è come asserire che il problema della criminalità non si risolve arrestando e condannando i criminali. Vero; ma quale sarebbe l’alternativa? Eliminare le prigioni e rinviare i criminali a uno «studio Terzani» nel quale possono essere studiati e compresi? Se Terzani ci sta, io ci sto. Mi fornisca l’indirizzo e io proporrò (alla Basaglia) che le prigioni vengano abolite e che i loro inquilini lo vadano a trovare nella sua baita nell’Himalaya. Poi veda lui.

Il punto serio è, comunque, che il problema del terrorismo deve essere spiegato dalle ragioni che lo motivano. Ma Terzani lo spiega asserendo che l’attacco alle Torri Gemelle «certo non è l’atto di una guerra di religione degli estremisti musulmani». Per una persona che esordisce dichiarando di non avere certezze e che per lui la nostra civiltà è la civiltà del dubbio, questa asserzione è stonata. Ed è anche infondata. Perché Terzani la sostiene citando un collega americano di nessuna particolare eminenza (uno tra centomila) per il quale gli «assassini suicidi dell’11 settembre non hanno attaccato l’America ma la politica estera americana», colpevole, tra l’altro, di aver mantenuto, nonostante la fine della guerra fredda, «circa 800 installazioni militari nel mondo». Davvero formidabili questi fondamentalisti addestrati da Bin Laden. Sapevano, sanno, cose che non sapevo nemmeno io. Faccio ammenda. Dopodiché passo lo stesso a dichiarare che questa è una spiegazione risibile. Come ho già spiegato su questo giornale, chi capisce così non capisce nulla.

Terzani osserva che «se alla violenza dell’attacco alle Torri Gemelle noi rispondiamo con ancora più terribile violenza... alla nostra ne seguirà una loro ancora più orribile e così via». Certo, la violenza chiama violenza. Ma, intanto, non è lecito equiparare la violenza di chi inizia con la violenza di chi si difende. Uno mi spara addosso. Io, dopo, gli rispondo contro-sparando. È la stessa cosa? Ovviamente no. Ciò fermato, qual è l’alternativa? Subire la violenza, farsi violentare senza reagire, fermare la violenza? Non è mai successo. Né succederà, questo è sicuro, con il terrorismo islamico.

A proposito, i terroristi chi sono? Cosa li caratterizza? E, quindi, come li dobbiamo definire? Dopo aver menzionato i kamikaze giapponesi, i Tamil e i palestinesi di Hamas, Terzani scopre le sue carte: dobbiamo accettare - dichiara - che anche il presidente della Union Carbide (il richiamo è alla esplosione della fabbrica chimica di Bhopal, in India, nel 1984) sia percepito come un terrorista. Perché dobbiamo accettare che «per altri» (il Nostro non si scopre e non lascia capire se lui si includa nei suddetti altri; ma sospetto di sì) il terrorista «possa essere l’uomo di affari che arriva in un Paese povero del Terzo Mondo» per fare, come fa, soltanto i suoi sporchi affari. Terzani si rende conto di averla sparata grossa, e mette le mani avanti. Questo - avverte - «non è relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo come modo di usare la violenza può esprimersi in varie forme, a volte anche economiche». Difatti questo non è relativismo; è pasticciare tutto, è incapacità di distinguere, incapacità di usare (come prescritto da Cartesio) idee chiare e distinte. E fa specie che Terzani si lanci all’attacco di Oriana Fallaci accusando lei di attentare «al meglio della testa umana, alla ragione». Perché qui è lui che va in clamoroso autogol. L’Union Carbide come (quasi come) Al Qaeda? Gianni Agnelli come (quasi come) Bin Laden? Alla stregua di questa logica anche Terzani sarebbe un terrorista, perché «usa violenza» alla logica. Il punto è che il terrorismo non può essere definito soltanto come «modo di usare violenza». A metterla così tutto è terrorismo, e perciò stesso (nota Mario Pirani) nulla è terrorismo. Ma per chi ragiona e sa ragionare queste sono soltanto sciocchezze.

Vengo a Dacia Maraini. Che addirittura si appella al Papa: «Nel momento in cui tutti, dal Papa al presidente degli Stati Uniti cercano di distinguere tra Islam e terrorismo, tu te la prendi con chi non è pronto a buttarsi in una guerra di religione. Per te chi distingue tra terrorismo e Islam è un ipocrita, un fottuto intellettuale. Con questo criterio anche il Papa sarebbe un ipocrita». Ma occorre davvero arrivare a un combattimento a colpi bassi, a colpi di Papa? Rileggiamo assieme il testo incriminato, che dice: «Qui è in atto una guerra di religione, forse voluta e dichiarata soltanto da una frangia di quella religione, ma comunque una guerra di religione». D’accordo, a livello diplomatico dobbiamo essere prudenti, dobbiamo sottacere. Ma Galli della Loggia ( Corriere del 4/10) ha benissimo spiegato che le prudenze diplomatiche sono una cosa e la verità dei fatti un’altra. E il fatto è che l’ostilità dei cosiddetti Stati arabi «moderati» verso il terrorismo «non nasce da un loro supposto moderatismo, nasce dalla paura del radicalismo militante».

Difatti i governi in questione non sono in grado di «tradurre la loro paura dell’estremismo in una qualunque battaglia ideologico-culturale a favore di una versione moderata dell’Islam... Dalle società del fronte cosiddetto moderato non è mai venuta una condanna esplicita contro la sentenza di morte dei mullah iraniani a carico di Salman Rushdie, contro le pene degradanti e inumane... contro la bestiale persecuzione di cristiani in Sudan...». Il fatto è, allora, che il fanatismo fondamentalista non può essere messo in discussione in nessuno Stato musulmano «perché ciò equivarrebbe a mettere in discussione in modo pubblico il Corano». Il che è tutto esatto.

Allora, quale sarebbe il terribile, vergognoso sbaglio di Oriana Fallaci? Forse sta nell’aver detto «forse». Invece avrebbe dovuto dire: qui è in atto una guerra di religione «anche se» voluta e dichiarata soltanto da una frangia di quella religione. Ma l’ira di Dacia Maraini non può essere stata scatenata da così poco. Potrebbe essere stata innescata dall’attacco di Oriana Fallaci a una Italia «stupida, vigliacca... imbelle, senza anima»? Non vorrei mai che la Maraini si sia sentita in qualche modo inclusa in quel ritratto. Sarebbe peccato.

Sia come sia, qui mi interessa la Maraini che ci leziona su come le culture e/o le civiltà siano o non siano da paragonare. L’attacco è questo: Tu (Oriana) «con foga impaziente sostieni che non vuoi nemmeno sentire parlare di due culture, perché le si metterebbero sullo stesso piano... E parti come un ciclone a fare quel che chiunque abbia un briciolo di buon senso ti direbbe che non si può fare: una comparazione fra civiltà». Fermi: qui stiamo parlando di culture o di civiltà? Dacia Maraini evidentemente confonde le due cose. Il che, vedremo, è una grave «fallacia». Ma prima continuiamo a citare: «Non c’è bisogno di aver studiato antropologia per sapere che ogni confronto tra culture è insensato. In quanto la civiltà è in movimento... sfugge al concetto di bene e di male. Ogni cultura... vive di valori, di regole... che non possono essere disprezzate mai, per nessuna ragione». E dunque, conclude la Nostra, «lasciamo stare il discorso sulla civiltà. Dopo millenni di odi e di guerre dovremmo perlomeno avere imparato che il dolore non ha bandiera».

Sì, certo, il dolore non ha bandiere. Come qualmente le lacrime sono tutte eguali. Ma cosa c’entra, in questo bel dire, la civiltà? C’entra se osserviamo che queste sono massime di alta civiltà (che non sono condivise, vedi caso, dalla «bassa civiltà» di chi esulta per il massacro di Manhattan). Però perché dobbiamo abbandonare il discorso sulle civiltà per scoprire che il dolore non ha bandiere? Il nesso mi sfugge. E mi sfugge perché proprio non c’è. E temo che tutto il succitato argomentare di Dacia Maraini sia del tutto sconnesso.

Il guaio è - già notavo - che la Nostra non distingue, non sa distinguere, tra cultura e civiltà. Tra l’altro la sua sola pezza d’appoggio è l’antropologia culturale (l’antropologia senza aggettivi è un’altra cosa); e l’antropologia culturale non ha, come suo concetto portante, il concetto di civiltà. Lévy-Bruhl e gli altri padri fondatori della disciplina hanno esplorato la «mentalità primitiva» e la sua distanza-differenza dalla nostra (e dalla nostra logica). E se io mi travestissi da antropologo culturale sarei prontissimo a sostenere che gli antropofaghi che mangiano i nemici che uccidono sono molto più «razionali» di chi non lo fa. Se non lo sostengo è perché la mia sensibilità etica si ascrive ad un’altra civiltà. Appunto, civiltà. Ma anche a questo proposito ci dobbiamo intendere. Se io difendo, come difendo, la civiltà occidentale non lo faccio in sede estetica e nemmeno religiosa. L’architettura, la letteratura e l’arte di molte civiltà non-occidentali sono, a mio giudizio, di straordinaria bellezza. E se mi venisse chiesto di scegliere una religione, io passerei al buddismo (anche se sono attratto dal nitore e dalla compostezza dello shintoismo).

Dunque, e venendo al nocciolo, qual è la civiltà che io difendo, e della quale la Maraini e Terzani non danno mostra di accorgersi? È la civiltà nell’accezione etico-politica del concetto. È la civiltà che ha conseguito più di ogni altra - sì, al paragone con ogni altra - la «buona città», la città politica più umana, più vivibile, più libera, più aperta di ogni altra. È, questo, un paragone «insensato»? È una tesi che lascio agli insensati che la sostengono. Terzani scrive che l’intolleranza di Oriana lo inquieta. A me inquieta molto di più, confesso, la cecità di chi fruisce di una «buona vita» (etico-politica) che non vede perché non sa vedere in contrasto. Per Oriana Fallaci, «se crolla l’America crolla l’Europa. Crolla l’Occidente, crolliamo noi. Blair l’ha capito...». Evidentemente Terzani e la Maraini no. Perciò sono davvero spaventato.






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