L’inviato del «Corriere», assassinato 23 anni fa dai terroristi, nel ricordo degli studiosi e dei sindacalisti che gli furono vicini

Tobagi, alle radici del riformismo possibile


di
Dario Di Vico

(Corriere della Sera, 28 maggio 2003)


Se il terrorismo rosso non l'avesse ucciso ventitré anni fa, nei giorni scorsi avremmo visto Walter Tobagi aggirarsi, taccuino in mano, per le porte di Mirafiori. Sarebbe andato a intervistare le tute blu per capire, al di là del riepilogo aritmetico dei risultati ottenuti da ciascuna sigla sindacale, quale orientamento fosse veramente uscito vincente dalla consultazione elettorale che ha visto gli operai della grande fabbrica torinese rinnovare i propri rappresentanti. Mentre la Cgil si schiera per il sì al referendum sull’articolo 18, i metalmeccanici firmano il secondo contratto nazionale separato, la Cisl è sottoposta a un attacco senza precedenti, dalle urne di Mirafiori è davvero uscito bocciato il modello del sindacato conflittuale? Il primato ottenuto dalla Fim-Cisl alle Carrozzerie è un avvenimento che segna un passaggio d'epoca? Con il metodo Tobagi ne avremmo saputo di più. Ci avrebbe regalato uno dei suoi articoli migliori, in cui cronaca e riflessione erano un tutt'uno. Oggi le chiameremmo newsanalysis, ai suoi tempi erano per tutti semplicemente delle inchieste.

Racconta Giorgio Benvenuto: «Nei giorni scorsi dovevo prepararmi per una lezione sul sindacato da tenere agli studenti di Genova e sono andato a rivedere le cose che aveva scritto Walter Tobagi. Le ho trovate di straordinaria attualità. Prima che la marcia dei quarantamila mettesse a nudo le contraddizioni del sindacato, Walter le aveva descritte e analizzate con competenza e lucidità». Il leader storico della Uil e il giovane inviato del Corriere della Sera alla fine degli anni 70 si frequentarono assiduamente. Si trovarono l'uno accanto all'altro anche nell'immenso corteo genovese che salutò per l'ultima volta l’operaio Guido Rossa ucciso dalle Br. Tobagi, poi, collaborò con la Uil in occasione del trentesimo anniversario della confederazione e vide in Benvenuto il dirigente capace di ricucire sindacato e società civile, di dare al riformismo sindacale nuove basi di consenso.

A interrompere quel sodalizio furono i terroristi, la stessa follia che negli anni successivi toglierà di scena Ezio Tarantelli, Massimo D'Antona e Marco Biagi. I colpi di pistola sparati la mattina del 28 maggio 1980 interruppero una straordinaria avventura giornalistica. A soli 33 anni Tobagi aveva scritto già tantissimo. Inchieste sul Corriere e numerosi libri sui movimenti studenteschi, il sindacalismo cattolico e il riformismo socialista. Rileggendo i suoi pezzi colpisce la grande capacità di unire cronaca e riflessione. Il suo relatore di laurea, Brunello Vigezzi, ordinario di Storia moderna e contemporanea alla Statale di Milano, ricorda come la sua tesi sui sindacati del secondo dopoguerra fosse composta addirittura di due volumi, uno di ricostruzione storica e uno di interviste. Una dimostrazione di come Walter fosse legato al mondo del lavoro da una sorta di «simpatia pedagogica», riconosceva quanto fossero importanti le rappresentanze in una società che via via diventava più complessa e proprio per questo motivo pensava che al sindacato non andassero risparmiate critiche e stimoli.

Ma nell'Italia del 2003 come vanno le quotazioni del riformismo sindacale? E' davvero finito fuori mercato? Risponde Gino Giugni: «Una politica riformista dovrebbe essere innanzitutto contrattualistica, ma come si fa con questo centrodestra e con un quadro politico in perenne fibrillazione? Cgil-Cisl-Uil faticano a prendere le misure del bipolarismo». Per il padre dello Statuto dei lavoratori il sindacato, come gli altri corpi intermedi, soffre di fronte alla politica di oggi e da questa considerazione Giugni arriva alla sua proposta choc: «Torniamo al proporzionale, può essere una strada». Un percorso alla ricerca dello «scambio perduto», di una nuova e feconda dialettica tra potere politico e società civile organizzata.

Per Giuseppe Berta, storico del movimento sindacale e studente della Statale di Milano ai tempi in cui Tobagi faceva da assistente alla cattedra di Vigezzi, «un pregio di Walter fu quello di saper guardare al sindacato prescindendo da una logica politica stretta» e oggi, in qualche maniera, bisogna rifare la stessa operazione. I riformisti devono chiedere alle confederazioni di verificare costantemente la propria rappresentatività per tornare a essere «vero strumento di regolazione sociale».

Come si può facilmente constatare da queste analisi, il riformismo sindacale sconta innanzitutto la difficoltà di definire i propri connotati. Il Patto per l'Italia, voluto dal governo Berlusconi e dalla Confindustria, ha diviso i riformisti - e obiettivamente non era facile unirli a partire dai licenziamenti - e non si vede per ora una proposta capace di riunificarli. Benvenuto invita (saggiamente) a non sprecare i prossimi anni come purtroppo si fece negli 80 «quando per due lustri discutemmo solo di scala mobile e non vedemmo che l'industria perdeva competitività e che stavano partendo i processi di globalizzazione». L'ex ministro del Lavoro, il milanese Tiziano Treu («con Tobagi vivevamo nello stesso quartiere e capitava spesso di trovarci al parco Solari»), sottolinea l'estrema importanza del caso Cisl, epicentro delle difficoltà in cui versa il riformismo. La confederazione guidata da Savino Pezzotta, a giudizio di Treu, paga per intero i costi del bipolarismo, è assediata dal settarismo e, pur avendo una ricca tradizione di elaborazione riformista, oggi fatica a esprimere un profilo e una proposta vincente. E proprio per questi motivi la Cisl «non va lasciata sola».

Più ottimista sulle chance degli innovatori è il sociologo Aris Accornero. Che innanzitutto mette in guardia da un errore di ricostruzione storica oggi ricorrente: dall'omicidio Tobagi a quello Biagi non si può tirare una linea retta come se il riformismo in questi venti anni e oltre avesse sempre perso, vuoi per mano dei terroristi vuoi per propria immaturità. «Non dimentichiamo gli anni 90, la stagione della politica dei redditi», dice Accornero.

« Quel riformismo ha avuto corso, seguito di massa e ha prodotto risultati importanti come l'ingresso dell’Italia nell'euro». La riforma Dini delle pensioni fu votata e approvata da tutti i lavoratori, per una volta il gradualismo seppe farsi «popolo» e non rimase prerogativa delle élite. E quell'operazione, mutatis mutandis, si può ripetere, magari già dopo il referendum.

L'obiettivo per Accornero è chiaro: «Costruire un nuovo sistema di tutele che elimini il muro tra garantiti e non garantiti». Si scopre così che il riformismo possibile dell'anno di grazia 2003 è una questione di rapporti tra padri e figli.






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