Giustizia planetaria

L'ultimo libro di Rawls discute sull'estensione dei nostri valori a tutti i popoli Un dialogo con gli Statì non democratici ma rispettosi dei diritti umani

di
SEBASTIANO MAFFETTONE


"Il Sole-24 Ore", 10 dicembre 2000


L'austera casa di Lexington, nel Massachusetts, a breve distanza da Cambridge e dall'Università di Harvard, dove per tanti anni ha insegnato, è il ritratto di un uomo schivo e ritirato dal mondo. Vi abita, con la moglie Mard, John Rawls, che, a pochi mesi dagli ottant'anni, può essere definito il più importante filosofo politico del secolo. Nel soggiorno di legno scuro, Rawls siede tra le foto di famiglia e i libri dei suoi idoli di sempre, Immanuel Kant e Abraham Lincoln. Colpito da diversi infarti dal 1995 in poi, non è più in grado di lavorare. Ma sotto l'aria timida e impacciata, da sempre si cela una tenacia ostinata, come sanno gli amici e allievi che l'hanno visto lavorare forsennatamente, contro il parere dei medici, dopo il primo infarto, con la lucida consapevolezza di dover portare a termine la versione definitiva di The Law of Peoples (da poco uscito per Harvard University Press, in traduzione italiana da Comunità), che insieme ad altre recenti pubblicazioni ci permette di fare un bilancio del suo lavoro di una vita.

Come si evince dai Collected Papers, pubblicati da Harvard University Press nel 1999 (anch'essi in traduzione per Comunità), Rawls ha pubblicato il suo primo articolo nel 1951, a trent'anni. Insieme ad altri articoli degli anni cinquanta, esso presenta in nuce il progetto del suo capolavoro, A Theory of Justice, del 1971, tradotto in italiano da Feltrinelli (i suoi lavori dal 1951 al 1971 sono pubblicati in italiano da Liguori, a cura di Giampaolo Ferranti, con il titolo La giustizia colle equità). In libreria, dal 1995 c'è una versione emendata della Teoria, rivista, dal momento della pubblicazione dell'edizione tedesca del libro. Le revisioni non intaccano la sostanza dell'opera, ma smussano piuttosto qualche difficoltà sostanziale o stilistica. In particolare, è stata rivista la formulazione del primo principio di giustizia e alcuni passi del paragrafo intitolato "la tendenza all'eguaglianza", probabilmente emendati in seguito alle critiche rispettivamente di Hart e Nozick. Il quadro dell'opera è completato dall'uscita, da circa un mese, delle Lectures on the History of Moral Philosophy, che discutono temi della filosofia pratica di Leibniz, Hume, Kant e Hegel, e dalla pubblicazione annunciata come imminente di un volumetto di lezioni sulla teoria della giustizia, intitolato Justice as Fairness: a Restatement (entrambi per Harvard University Press).

La sua opera può dunque essere organizzata intorno ai tre poli, costituiti dalla Teoria del 1971, da Political Liberalism del 1993 (tr. it. Comunità), e dal ricordato The Law of Peoples. Così facendo si passa da un cerchio più interno, costituito da una teoria liberale della giustizia adatta a spiriti liberali, a un cerchio allargato, che include i cittadini non-liberali ma leali alla costituzione liberal-democratica, a un cerchio ancora più esterno che estende il liberalismo a popoli non liberali e diversi culturalmente.

Con la Teoria, Rawls presenta nel 1971 un'opera innovativa, che poggia su un marcato oggettivismo etico. L'oggettivismo etico si rivela nella convinzione che sia possibile discutere questioni pratiche, lasciando sullo sfondo complesse indagini metaetiche. Il messaggio viene accolto con entusiasmo da un pubblico di lettori, che va molto al di là del pubblico filosofico strettamente inteso, evidentemente desideroso di tornare a discutere i grandi problemi etico-politici. Politico è, infatti, il contenuto della Teoria. Rawls presenta due famosi principi di giustizia, imperniati intorno ai concetti cardine di libertà ed eguaglianza. Rawls è un filosofo liberale, e per questo la libertà ha una priorità indiscussa nella sua teoria. Ma, come è stato più volte notato, si tratta di un liberalismo sui generis, nel senso che le libertà di cui parla Rawls sono le libertà civili e politiche, e non quelle economiche, se non indirettamente. Rawls è un liberale non libertario. E' anche un egualitarista convinto. Ciò che più gli sta a cuore è un sistema istituzionale che riduca al minimo le discriminazione e, con esse, le disuguaglianza che non siamo in grado di giustificare. Queste ultime dipendono dal caso, e sono quindi ingiuste. Tra esse, ci sono quelle che derivano dalla famiglia e dall'ambiente in cui si nasce, ma ne fa parte anche il nostro patrimonio genetico e i talenti che ne dipendono.

E' un problema aperto, e ancora dibattuto nella letteratura accademica, quanto i due principi di Rawls dipendano da tesi morali sostantive e quanto dal complesso apparato di giustificazione messo a punto nella Teoria. Quest'ultimo è imperniato attorno allo strumento, prestigioso per tradizione ma anche in parte screditato, del contratto sociale. Il contratto rawlsiano è proposto nei termini di una "posizione originaria", complessamente definita. I principi di giustizia sono scelti da individui virtuali in questa situazione contrattuale ipotetica. E sono ribaditi, attraverso un controllo ulteriore, di natura intuitiva, dato dal metodo detto dell'equilibrio riflessivo.

Rawls ha privilegiato, nel continuare il suo lavoro dopo l'enorme discussione provocata dalla Teoria, la revisione del primo principio, e in genere della questione delle libertà costituzionali, rispetto alla questione dei rapporti economico sociali legata al secondo principio. Ciò è forse in parte dovuto alle tante critiche che hanno sottolineato negli anni il fatto che la Teoria conteneva più liberalismo nelle assunzione di quanto il suo autore lasciasse intendere. Political Liberalism affronta specificamente il problema della stabilità, data la presenza nello stesso stato di persone che, in regime di pluralismo, vivono normalmente alla luce di dottrine morali, religiose e metafisiche diverse. Lo fa, discutendo a fondo il senso di una concezione politica della giustizia, dove politica vuol dire indipendente dalle visioni profonde della vita buona e della fede che ognuno di noi possiede. Questa concezione politica ruota attorno a un'idea di ragione pubblica, cioè un modo in cui cittadini rispettosi della diversità affrontano le faccende politiche e istituzionali. E presuppone un consenso per sovrapposizione, per cui gruppi e individui, diversi per le visioni ultime, convivono di fatto sotto lo stesso ombrello costituzionale e democratico. La plausibilità di un simile modello e la sua coerenza con quello della Teoria sono oggetto di dibattito filosofico vivo e attuale.

In The Law of Peoples, Rawls applica il modello di Political Liberalism alle questioni di etica delle relazioni internazionali. I soggetti della giustizia internazionale sono, a suo avviso, i popoli, e non gli stati o gli individui. Nella ideale società dei popoli, che sta sullo sfondo della costruzione teorica, sono inclusi i cosiddetti "popoli decenti", i quali sono al di fuori dell'orizzonte liberaldemocratico, ma rispettano i diritti umani e osservano alcune procedure di consultazione popolare. Questa inclusione pone il problema delle minoranze democratiche, oppresse dai governi illiberali dei popoli decenti. E tutta la costruzione sembra trascurare il secondo principio di giustizia, e in genere la questione dell'eguaglianza, e una sua eventuale applicazione allo scenario internazionale.

Ho detto all'inizio che gli eroi di Rawls sono sempre stati Kant e Lincoln. La vita di Rawls ha tratto ispirazione diretta molto più dal primo che dal secondo. Ma la repulsione per ogni forma di discriminazione e il senso quasi religioso di giustizia derivano chiaramente da Lincoln. Ma la lezione più importante di Rawls, anche se indiretta è forse la seguente: contrariamente a quanto si ritiene di solito, si può imparare molto sul mondo avendo il coraggio dell'astrazione e la forza di seguire percorsi solitari e intellettualmente impervi.





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