Da Harvard con il velo dell'ignoranza Rawls rianimò la sinistra post-Marx

Quando il mondo era dei Chicago boys, il filosofo offrì una teoria liberale dell'equità

di
STEFANO CINGOLANI


"Il Riformista", 27 novembre 2002


Controverso quanto rigoroso, appartato e nello stesso tempo centrale perché ha avuto il coraggio di affrontare le categorie più spinose dell'etica e della politica, John Rawls, morto all'età di 81 anni, è uno dei grandi protagonisti del pensiero americano e occidentale. Lo aveva introdotto in Italia Salvatore Veca, filosofo neo-contrattualista e suo seguace. Ma Rawls era entrato nel dibattito politico in piena era craxiana. I principali think tank socialisti avevano sposato la scuola di Chicago, Francesco Forte ne cantava le lodi. E anche Mondo operaio coniugava lib-lab con neoliberismo. Solo una minoranza cercava in America altri maestri da contrapporre a Milton Friedman e al suo best seller di quegli anni: «Liberi di scegliere ». Giuliano Amato, per esempio, guardava ad Harvard, la storica concorrente di Chicago: in economia e in diritto, le teste d'uovo di Boston rappresentavano quel liberalismo democratico che contrapponeva la giustizia distributiva alla integrale bontà e perfezione del mercato che i Chicago boys avevano così prepotentemente teorizzato. E lì, nelle aule di Harvard insegnava il maggiore teorico della “giustizia come equità”: Rawls, difficile da leggere e da capire, impossibile da tradurre in pillole politichesi. Con l'implosione dell'Unione sovietica e il dissolversi delle ultime illusioni marxiste, anche la sinistra postcomunista ha cominciato a cercare in Rawls la rinnovata legittimità di principi come redistribuzione della ricchezza ed eguaglianza sociale che sembravano sepolti sotto le macerie del muro di Berlino.

Nato nel 1921 a Baltimora, aveva insegnato a Princeton e al Mit (Massachusetts Institute of Technology) prima di guadagnare la cattedra di filosofia ad Harvard. In un saggio del 1958 aveva cominciato ad elaborare il concetto di “giustizia come equità” e dieci anni dopo aveva pubblicato l'altro saggio chiave: “Giustizia distributiva”. Il suo obiettivo era cercare una alternativa all'utilitarismo classico, sposando il contrattualismo di Rousseau e la libertà kantiana con John Stuart Mill. E lo realizza nelle 600 pagine di «Una teoria della giustizia» pubblicata nel 1971.

Rawls sembra il filosofo dell'era dell'abbondanza, l'epoca del kennedismo e della Great Society di Johnson. La sua speranza di conciliare il “principio di efficienza” su cui si basa il mercato con il “principio di soddisfazione” sul quale è fondato il benessere di una società equilibrata, si infrange con i conflitti generazionali e sociali che attraversano l'Occidente e con le crisi petrolifere. Quando Ronald Reagan arriva alla Casa Bianca, Rawls sembra un filosofo “inattuale”. I liberali sono conquistati dai pensatori di Chicago. La diseguaglianza non solo è più efficiente – teorizza uno dei divulgatori del nuovo mantra come George Gilder – ma più giusta perché gocciolando spontaneamente dal vertice alla base della società, promuove il benessere collettivo. E' la teoria del “trickle down” rilanciata di nuovo adesso sia pur con minor forza di convincimento.

Rawls riflette sulle critiche e le introietta. Ragiona sugli attacchi del collega Robert Nozick, libertario integrale che in «Anarchia, stato e utopia» lancia l'idea dello Stato minimo. Dialoga con Amartya Sen che vorrebbe un fondamento più forte all'idea di eguaglianza. Rielabora, rimugina Rawls, ma tiene fermi i suoi principi. Nel 1985 spiega che «giustizia come equità è politica non metafisica ». In piena era reaganiana, dunque, il grande teorico scende dal piedistallo e comprende che c'è bisogno di una nuova formulazione del liberalismo politico basata su valori e principi morali. Il giusto e il bene, così, diventano sempre più le fondamenta della società.

I capisaldi del suo pensiero si rafforzano. Il velo d'ignoranza attraverso il quale si formano i principi di giustizia è assunto come il livello zero, lo stato di natura dal quale muove il contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau. Rawls presuppone che l'uomo sia un essere ragionevole e che persegua la propria libertà (e il proprio utile) finché essa non violi la libertà (e l'utile) dell'altro, come sosteneva Immanuel Kant. L'ingiustizia è tollerabile esclusivamente quando e se consente di migliorare la condizione di chi sta peggio nella società. L'eguaglianza non riguarda solo le opportunità (quindi il punto di partenza, come per i teorici liberali classici), ma anche la possibilità di sviluppare le proprie chance (quindi il punto di arrivo). Le istituzioni debbono organizzarsi in quattro funzioni: l'allocazione e la stabilizzazione per favorire l'efficienza del mercato; il trasferimento (che garantisca un reddito minimo) e la distribuzione (con le tasse e «i necessari aggiustamenti dei diritti di proprietà ») per raggiungere l'equità sociale.

Rawls torna attuale negli anni clintoniani, quando la globalizzazione rilancia su scala mondiale il problema della equità e della distribuzione.Dopo le “guerre umanitarie” nei Balcani e altrove, applica i suoi principi alla sfera internazionale. Con «La legge dei popoli» del 1999, si lancia in una dottrina della guerra giusta e della pace democratica. E costruisce una sorta di utopia di convivenza tra le società liberali e quelle “decentemente gerarchiche” escludendo le vere e proprie tirannie. Convivere con Saddam, dunque, è impossibile. Ma i diritti degli Stati, direbbe il filosofo, non debbono prendere il posto dei diritti delle genti perché per Rawls come per Kant solo i popoli sono depositari dei principi morali.





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