Il progetto Amato, il riformismo e la cultura politica americana


di
Roberto Piccoli


(Caffé Europa, N. 140, 7 giugno 2001)



Ho trovato utile la sintesi che Giancarlo Bosetti ha proposto del “progetto Amato” ("Serve ancora una sinistra?"). Le tappe che la “levatrice” di questo processo di confluenza delle varie “botteghe e botteghini” in una nuova e più grande forza del socialismo riformista -- compatibilmente con le prudenze che sono d’obbligo in un’opera così complessa -- risultano intelligibili e ragionevoli.

Personalmente ho condiviso e sostenuto praticamente da subito l’ipotesi di lavoro, anche perché appartengo alla schiera di coloro i quali non se la sentono di “affiliarsi a una delle botteghe esistenti” e , sia pure in maniera non indolore, preferiscono tenersi alla larga dalle logiche annesse e connesse. Per la semplice ragione che adeguarsi sarebbe una forzatura ben più difficile da digerire.

Terrei molto, tuttavia, a che fossero apertamente dibattuti, fin dalle prime manifestazioni vitali della creatura di cui Amato vuol essere “levatrice”, alcuni aspetti che finora sono stati sostanzialmente elusi o soltanto sfiorati -- con l’eccezione del discorso dell’ex-premier al convegno summenzionato, nel quale si possono trovare spunti molto interessanti al riguardo. Auspico, cioè, che un progetto tanto giustamente ambizioso sia in grado di far decollare anche una riflessione che affronti, per tentare di arrivare a dare delle risposte ampiamente condivisibili, interrogativi che riguardano le coordinate culturali e filosofiche del progetto medesimo. Questione che, ancor più che gli aspetti politici e programmatici, già di per sé difficili da portare a sintesi, può a mio avviso costituire un ostacolo formidabile al processo di confluenza da parte di “identità” storicamente e, appunto, culturalmente piuttosto lontane tra loro. Mentre le pur legittime aspirazioni di una sinistra non estremista che intende candidarsi in maniera pienamente convincente alla guida del Paese, di per sé, non possono interessare più di tanto la società civile e il corpo elettorale.

Se, insomma, più o meno tutti desideriamo superare le diatribe del passato, occorre accertarsi se siamo anche disposti a fare un passo avanti rispetto a quel tanto o quel poco di nobile e comunque di non strumentale quelle diatribe pur sempre sottendevano, cioè l’idea generale di società e di stato. Con ciò che ne conseguiva, molto concretamente, per la vita quotidiana del cittadino.

Sollevare la questione è forse mettere immediatamente in crisi l’ipotesi di lavoro? Personalmente non credo, anzi, credo sia vero esattamente il contrario. Ma certo ci vuole molto coraggio e molta determinazione. E non penso che ad Amato queste qualità facciano difetto.

Per uscire dal vago, direi che una domanda “banalissima” come “che cosa si intende veramente per riformismo?” può essere con successo elusa o aggirata a livello di propaganda, un po’ meno in termini di “programmi”, molto meno in termini culturali, ancor meno (cioè quasi per niente) dal punto di vista delle ricadute sulla vita quotidiana, sia del singolo sia della società e dello stato.

Cosa vuol dire, tanto per fare un esempio, una frase fatta (oltre che una necessità pratica) come “abbandoniamo gli ideologismi e confrontiamoci con i problemi concreti del nostro tempo”? Significa forse -- a volerla metterla in termini filosofici -- andar oltre il mondo della filosofia storicistica successivo ad Hegel, come un sostenitore del «Pragmatismo americano» quale Richard Rorty auspica? Significa chiamare a testimoni, come fa appunto Rorty, tanto un liberal del calibro di Dewey quanto un Heidegger che ripudia la filosofia “als strenge Wissenschaft”, come disciplina argomentativa, ecc.? Significa avvertire la necessità di una ridefinizione del liberalismo di sinistra come impegno a far sì che tutta la cultura possa essere poeticizzata invece che illuministicamente (l’ Aufklaerung!) razionalizzata o scientificizzata -- e con tanti saluti ad Habermas?

Mi rendo perfettamente conto che forse una parte consistente della cultura di sinistra in Italia ignora che è sicuramente lecito vedere nel “pragmatismo”, di Dewey in particolare, un equivalente americano della tradizione riformista europea, o se si preferisce un cocktail di socialdemocrazia e liberalismo di sinistra. Certo non lo ignora Nadia Urbinati, di cui, se non ricordo male, mi è capitato di leggere qualcosa sulle pagine del “Caffè Europa”. Questa studiosa ha scritto un bellissimo saggio -- Individualismo democratico. Emerson, Dewey e la cultura politica americana -- che aiuta sicuramente a capire come e in quale misura una migliore conoscenza della “cultura politica” americana, e delle sue radici emersoniane e deweyane appunto, potrebbe tornarci utile, fatti i dovuti distinguo, anche in un momento come questo.

Ma quello che vorrei auspicare è che se si deve fare “un dibattito vero” -- dentro e fuori congresso dei DS -- lo si faccia anche su questioni come queste. Non per fare dell’accademia, ma proprio per non caderci dentro senza accorgersene.






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