"Scienza povera e prigioniera l’Italia è un paese disastrato"

Intervista a Silvio Garattini
Direttore Istituto «Mario Negri»

di

Giovanni Maria Pace


(la Repubblica, 11 febbraio 2001)


MILANO — Questa volta saranno loro, i parlamentari, ad ascoltare che cosa hanno da dire gli scienziati. Martedì mattina, a Roma, ci sarà una specie di «briefing» a uso degli amministratori della cosa pubblica, in cui i più importati nomi del sapere, da Renato Dulbecco a Tullio Regge, esporranno le ragioni dei laboratori. Per una volta la voce della scienza sovrasterà il clamore della politica, la quale negli ultimi tempi si è resa responsabile di sconfinamenti che violano la libertà dei ricercatori. Tra gli oratori di Palazzo San Macuto ci sarà Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche «Mario Negri».

Professor Garattini, che cosa direte alle autorità?
«Sostanzialmente due cose: che i finanziamenti alla ricerca non bastano e che la libertà di ricerca va rispettata. Sul primo punto è appena il caso di ripetere che siamo un paese disastrato. Quanto a percentuale del prodotto lordo destinato alla ricerca, possiamo confrontarci solo con la Grecia; abbiamo un terzo dei ricercatori che possiede l’Inghilterra e meno della metà di quelli della Francia. Quando, in economia, si parla di competizione tra paesi dell’Unione europea, l’Italia deve sapere che è gravata da un handicap: senza ricerca non c’è innovazione e senza innovazione non ci sono prodotti e servizi ad alto valore aggiunto. Corriamo svantaggiati. E chiediamo una sufficiente quantità di ricerca nell’interesse del paese. I governanti promettono, ma poi non mantengono. Anche l’attuale finanziaria, benché il Cipe avesse approvato uno stanziamento di quattromila miliardi supplementari per la ricerca, offre briciole. Modesto è pure lo sbandierato apporto dall’asta dei telefonini: ottocento miliardi, una tantum».

Fin qui la penuria di finanziamenti. Che altro?
«Il secondo punto riguarda il pesante condizionamento cui è sottoposta oggi la ricerca. La vicenda degli Ogm è paradigmatica: si vuole evitare che si studino gli organismi geneticamente modificati attentando alla libertà di indagine, che è un bene collettivo. Paradossalmente, si vuole anche privilegiare la ricerca sull’agricoltura «biologica», che non ha bisogno di ricerca perché è fatta come cent’anni fa. Abbiamo avuto il problema delle cellule staminali, con la reazione, in questo caso, dell’autorità religiosa. E infine, proprio perché disponiamo di scarsissime risorse pubbliche, dobbiamo fare i conti con l’industria. Voglio dire che la ricerca alla fine prevalente è quella finanziata dall’industria e quindi condizionata dagli interessi industriali. Insomma nel nostro paese la ricerca si trova non soltanto nella condizione di cenerentola ma anche in libertà condizionata».

I guai della scienza non avranno radici nella società?
«In Italia, occorre dirlo, è diffusa una mentalità antiscientifica. Domina da noi il pensiero «verde», che tende a dire «no» a qualsiasi innovazione. Intendiamoci, non vogliamo, noi ricercatori, discutere della disponibilità sul mercato di determinati prodotti — parliamo della bioingegneria — perché ciò spetta alla politica. Diciamo però che ci deve essere libertà di ricercare. Per la mentalità di tipo «verde» la natura è sempre buona e fa bene, una sciocchezza che si sente ripetere anche in Parlamento, vedi l’approvazione in corso della legge sull’erboristeria che autorizza a vendere oltre millecento piante alle quali vengono attribuite, senza prova scientifica, qualità curative. La legge usa la definizione di «prodotti che rafforzano le difese organiche e contribuiscono a migliorare le attività fisiologiche». Ma le pare possibile che esistano millecento estratti di piante tutti in possesso di ultraterrene capacità?».

Che fare di fronte all’onda di piena dell’irrazionale?
«Occorre far capire ai politici e alla gente che la ricerca è un bene, una attività fondamentale dell’uomo, una garanzia per il futuro. Occorre insomma riconquistare la nozione della scienza come fattore di progresso, un concetto che sembrava irreversibile, e che oggi è negato. Con una avvertenza. La società apprezza e utilizza i frutti della ricerca, dai farmaci ai telefonini, ma nello stesso tempo indulge nell’invettiva contro la scienza. Una contraddizione difficile da capire. Va detto che molta della colpa è di noi ricercatori, che non siamo capaci di far capire ciò che facciamo. Ma la nostra pur condannabile reticenza non autorizza a penalizzare una delle attività fondamentali dell’uomo».

I ricercatori chiedono libertà, cioè una autonomia che a qualcuno può sembrare insindacabilità.
«La libertà della scienza è sancita dalla Costituzione, è un bene importante come la libertà di espressione artistica, di critica e così via. Questo non significa però che la scienza possa andare in qualsiasi direzione. Al contrario, le sue scelte sono governate dall’etica, dalle convinzioni morali del ricercatore e dalle leggi dello Stato, basti pensare alle stringenti regole sulla sperimentazione animale o sullo studio degli stessi organismi geneticamente modificati. Osservo soltanto che quando si lavora alle frontiere della conoscenza è difficile decidere a priori in quale direzione muoversi. Per questo è necessaria un’ampia latitudine di libertà che consenta di percorrere un po’ tutte le vie e quindi di scegliere la più promettente. Storicamente, è difficile sostenere che la ricerca sia o sia stata contraria agli interessi dell’uomo. Se arroganza può esserci, e c’è stata, è nelle applicazioni della ricerca. Ma l’indagine scientifica di per sé è aumento di conoscenza, arricchimento, bene».






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