Clonazione umana vietata.
Per legge


di
Alberto Oliverio

(Il Messaggero, Giovedì 15 Marzo 2001)


CON uno degli ultimi atti di questa legislatura il Parlamento, a larghissima maggioranza, ha detto no alla clonazione umana convertendo in legge il protocollo del Consiglio d’Europa sottoscritto da 29 paesi. L’Italia è il sesto paese europeo a ratificare il protocollo che vieta “qualsiasi trattamento finalizzato a creare un essere umano geneticamente identico a un altro essere umano vivente o morto".

Il provvedimento rappresenta una chiara risposta alle posizioni espresse dal professor Antinori e da qualche altro ginecologo che, nei giorni scorsi, si erano dichiarati pronti a clonare l’uomo suscitando un’ulteriore netta presa di posizione del Consiglio d’Europa contro questo tipo di interventi.

La legge approvata dal Parlamento mette quindi una pietra sopra ogni ipotesi di praticare questa tecnica sul territorio nazionale e costituisce un passo iniziale per razionalizzare un settore, quello della fecondazione assistita, in cui la confusione è grande e la maggior parte degli interventi sono praticabili al di fuori di qualsiasi norma, nell’ambito di quello che è stato definito un farwest della medicina della riproduzione.

Il ritardo degli intenti legislativi in questo settore è legato a diverse ragioni: anzitutto il rapido divario che si è venuto a creare tra la disponibilità delle nuove tecnologie della riproduzione da un lato e un settore giuridico fermo a una situazione “pretecnologica" dall’altro; la ritrosia, comune ad altri paesi, nell’intervenire con leggi e regolamenti “pesanti" nell’ambito della bioetica per evitare una massiccia intrusione dello Stato in fatto di scelte individuali; la difficoltà di tracciare una netta linea di separazione tra interventi “terapeutici" e interventi che non implicano la “cura" di una incapacità riproduttiva.

Nel caso della clonazione, però, la situazione è molto chiara: anzitutto, come sottolineato dal protocollo europeo, essa attenta al principio di unicità dell’individuo in quanto lo rende biologicamente identico alla persona da cui il clone origina.

In secondo luogo, malgrado le affermazioni di Antinori, la clonazione non ha nulla di “terapeutico" ed è ben lontana, le si approvi o meno, da tutte le altre tecniche di fecondazione assistita basate sull’unione di “materiale genetico" proveniente da due individui diversi al fine di superare una incapacità riproduttiva.

In terzo luogo la clonazione porrebbe una serie di problemi giuridici — in termini di rapporti tra un individuo e il suo clone — non facilmente superabili: il “figlio" di una persona sarebbe in realtà il suo fratello gemello, anche se realizzato a distanza di tempo.

La clonazione, infine, porrebbe probabilmente gravi problemi psicologici a un bambino che guardasse alla propria esistenza in termini di ricreazione di una vita ormai spenta (clonazione di un bambino morto per “riportarlo in vita") o di un capriccio narcisistico di un adulto che desidera “continuare la propria vita" nel clone.

Se a ciò si aggiungono motivi di ordine medico-biologico, quali i rischi connessi a vitalità, salute e breve vita del clone, la tecnica appare oggi del tutto assurda e rappresenta soltanto una vetrina per mettere in mostra le — presunte — capacità di mago della riproduzione di chi la propone.

La legge che vieta la clonazione segna anche un altro punto significativo: stabilisce che la disponibilità di nuove tecnologie biogenetiche non implica necessariamente la loro praticabilità. In altre parole la scienza può studiare e praticare interventi a livello animale o sperimentale ma essi non sono necessariamente leciti a livello umano, malgrado i desideri e le fantasie che essi possono accendere.






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