Libertà dagli Ogm

Il pubblico non si fida dei cibi geneticamente modificati. E le aziende italiane si adeguano. Ecco tecniche e consigli


di
Federico Ferrazza

(L'Espresso, 19.09.2002)


Gli alimenti che contengono Ogm, gli organismi geneticamente modificati, non sono rischiosi per la salute umana. Ad affermarlo nei giorni scorsi non è stato il dirigente di una multinazionale delle biotecnologie, come Novartis o Monsanto, ma Gro Harlem Brundtland, direttrice generale dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Che nel corso di una riunione di dieci ministri della Sanità africani nello Zimbabwe, affrontando il tema degli aiuti alimentari transgenici, ha dichiarato: «Sulla base delle attuali conoscenze scientifiche, il consumo di alimenti contenenti Ogm non presenta rischi per la salute. L'Oms non è al corrente di casi scientificamente documentati secondo i quali il consumo di tali alimenti abbia avuto effetti nocivi per la salute».

Dunque, si riapre la questione amletica sulla presunta tossicità di quelli che gli ambientalisti chiamano "cibi di Frankenstein" e che molti ricercatori e politici vedono come una delle possibili soluzioni contro la fame nel mondo. A conclusioni tranquillizzanti, simili a quelle espresse dalla Brundtland, era giunta la Commissione europea già alla fine del 2001. Quando ha presentato i risultati di 15 anni di studi, svolti da oltre 400 équipe di ricercatori europei in 81 progetti pubblici per una spesa complessiva vicina ai 70 milioni di euro. Le ricerche hanno dimostrato che «le piante geneticamente modificate e i prodotti sviluppati e commercializzati fino a questo momento non mostrano alcun rischio per la salute. Anzi, l'uso di una tecnologia più precisa e la maggiore severità delle regole li rendono probabilmente ancora più sicuri delle piante e degli alimenti convenzionali».

Ma se da una parte non ci sono prove che i cibi transgenici facciano male, in ugual misura non esistono studi scientifici che dimostrino con certezza il contrario. Ed è per questo che la legislazione europea è improntata al principio di precauzione: nell'incertezza meglio rischiare meno possibile. Attualmente, infatti, è possibile non segnalare in etichetta la presenza di Ogm solo fino all'1 per cento, soglia al di sotto della quale la contaminazione viene considerata accidentale. Ma le regole stanno per cambiare. Dal 2003 entrerà probabilmente in vigore una normativa (già approvata dal Parlamento europeo: si attende il ritorno in Commissione) che abbassa la soglia allo 0,5 per cento. Non solo: secondo la legislazione attuale, gli Ogm in etichetta devono essere segnalati solo se presenti nell'alimento finale. Con il nuovo provvedimento, invece, i consumatori dovranno essere avvertiti in etichetta di tutti i prodotti alimentari «contenenti, costituiti e derivati da Ogm», a prescindere dal momento in cui questi sono stati utilizzati: all'origine, durante la lavorazione o nel prodotto finale. Un regolamento che va incontro alle esigenze di 94 europei su cento che, secondo un recente sondaggio di Eurobarometro, pretende di conoscere la presenza di Ogm nei cibi in vendita.

«Il problema degli Ogm», afferma Giorgio Sampietro, presidente di Federalimentare, «deve essere affrontato con massima responsabilità e rigore dalla comunità scientifica e dai governi. Sono loro che devono trasformare gli orientamenti scientifici in regole certe. E noi abbiamo l'obbligo di eseguire tutti i controlli che ci impone la legge. In ogni caso, vogliamo rispettare gli orientamenti dei consumatori, che in questo momento sono diffidenti verso gli Ogm».

Per effettuare questi controlli solitamente l'industria alimentare ricorre alla tecnica della "reazione a catena della polimerasi", la cosiddetta Pcr sviluppata negli anni Ottanta dal biologo Kary Mullis (che per questo vinse il Nobel nel 1993). Un primo esame viene eseguito dal grossista. Poi le aziende, per tutelarsi su ciò che acquistano, ne effettuano un secondo. In Italia sono pochi i centri che svolgono l'esame in modo accurato e rapido: per esempio, l'Università di Perugia o il Cnr di Avellino. Ed è qui che la maggior parte delle aziende esegue i controlli.

«Attraverso la Pcr, che attualmente è di gran lunga il metodo più affidabile», spiega Norberto Pogna, direttore della Sezione di genetica applicata dell'Istituto Sperimentale per la Cerealicoltura del ministero delle Politiche agricole, «è possibile fare un'analisi del Dna dell'alimento, in modo da individuare eventuali geni intrusi». Di questa tecnica esistono due varianti. La prima è in grado di stabilire se sostanze transgeniche sono presenti; la seconda ne definiscono la quantità. Ma la Pcr presenta alcuni limiti. Quando si esegue questo esame bisogna sapere quali variazioni genetiche cercare: quelle ignote non si riescono a individuare. Un po' come succede con l'antivirus di un computer: se il software non è aggiornato, i virus più recenti non vengono smascherati. Insomma, i controlli - anche i più accurati - hanno un margine di errore.

Un altro problema è rappresentato dai prodotti importati da paesi in cui le coltivazioni Ogm sono consentite e in costante aumento. Secondo l'ultimo rapporto rilasciato dall'Isaaa (International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications) nel 2001, ben 5 milioni e mezzo di agricoltori hanno coltivato nel mondo piante geneticamente modificate, rispetto ai 3 milioni e mezzo dell'anno precedente. La superficie coltivata con piante geneticamente modificate ha superato ormai il traguardo dei 50 milioni di ettari, registrando una crescita del 19 per cento tra il 2000 e il 2001, un dato che equivale a circa il doppio dell'incremento riscontrato tra il 1999 e il 2000. Spiega Pogna: «Se si considera che i due paesi da cui importiamo la maggior parte della soia sono Stati Uniti e Argentina, in cui la produzione della versione transgenica di questa pianta corrisponde rispettivamente al 70 e al 95 per cento del totale, il rischio di contaminazioni è reale. Ed è proprio la contaminazione l'unico aspetto negativo degli Ogm provato scientificamente. È stato dimostrato che se una coltivazione è geneticamente modificata per resistere agli erbicidi, il cosiddetto "flusso di geni" può contaminare le coltivazioni biologiche vicine e rendere resistenti ai diserbanti anche le erbacce che si trovano intorno ai campi». Un altro pericolo arriva da chi trasporta i prodotti. Anche se si acquistano alimenti "Ogm free", i controlli devono essere accurati perché nello stesso camion possono aver viaggiato cibi transgenici.

Un discorso a parte va fatto per la filiera zootecnica, l'unica a rimanere fuori dalle nuove regole relative all'etichettatura. Infatti, se un consumatore acquista una bistecca, una scatola di uova, un litro di latte o qualsiasi altro alimento di origine animale, in etichetta non troverà se la carne da cui deriva quel prodotto è stata allevata con mangimi geneticamente modificati. Perché? Risponde Luigi Scordamaglia, segretario generale di Assocarni: «Come nel caso dell'essere umano, non è stato dimostrato che la salute di un animale, e quindi della sua carne, è messa in pericolo da mangimi transgenici. In altre parole, dal punto di vista della sicurezza alimentare non ci sono differenze se si mangia un filetto preso da un animale nutrito con mangimi Ogm oppure biologici. In ogni caso, a scanso di equivoci, noi non usiamo prodotti contenenti Ogm».

Ribadisce Gianni Gorreri, direttore generale dell'Assica, Associazione industriale delle carni: «Tutti gli studi scientifici dicono che il Dna degli organismi geneticamente modificati non lascia tracce dopo il processo di metabolizzazione da parte degli animali. In ogni caso, nei limiti del possibile - dovendo importare alimenti dal mercato internazionale - cerchiamo di eliminare quelli Ogm».

Infine le sementi. Anche qui il problema dei controlli riguarda soprattutto le importazioni. Basti pensare che il fatturato complessivo del settore sementiero in Italia è stimato dall'Associazione italiana sementi (Ais) prossimo ai 600 milioni di euro e che, secondo l'Istat, nel 2001 sono state importate nel nostro paese sementi per oltre 250 milioni di euro, mentre le esportazioni si sono fermate a circa 120 milioni di euro. Spiega Marco Nardi, segretario dell'Ais: «Nel 2001 sono giunte in Italia, dalla Ue ma anche da paesi extracomunitari, sementi di mais ibrido per circa 20 mila tonnellate (rispetto a un fabbisogno nazionale vicino alle 27-28 mila tonnellate) e sementi di soia per circa 14 mila tonnellate (su un fabbisogno di circa 20 mila tonnellate)».

La fase da tenere più sott'occhio è quella della moltiplicazione delle sementi, dove, per esempio, con il mais nei paesi del Sud America molte aziende riescono a moltiplicare il seme "contro stagione" (autunno e inverno) per averlo pronto a inizio primavera nei paesi dell'Emisfero boreale. «L'accidentalità della presenza di Ogm nelle sementi», continua Nardi, «è un fatto tecnicamente inevitabile. Può essere ridotta con costi esponenzialmente crescenti per le aziende sementiere, per gli agricoltori e per i consumatori, ma certamente non annullata». «Inoltre i controlli non possono garantire la totale assenza di Ogm nelle sementi», incalza Pogna: «Da ogni sacco di semi, infatti, ne vengono presi solo alcuni per essere esaminati. E non può essere altrimenti, visto che per controllare un seme bisogna distruggerlo. Con il risultato che non si può avere certezza ma solo alta probabilità».

È per questo che, secondo le nuove regole Ue, i margini di accettabilità di presenza di Ogm nelle sementi sono dello 0,3 per cento per la colza, 0,5 per il mais e 0,7 per la soia. Annunciare, quindi, come fa il ministro delle Politiche agricole Giovanni Alemanno, di voler perseguire la strada della "tolleranza zero" rischia di essere solo demagogia.






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