Giuliano Amato: Noi in bilico. Inquietudini e speranze di un cittadino europeo


di
Roberto Piccoli


(Centro "W. Tobagi" Online)
23 marzo 2005)



Giuliano Amato, Noi in bilico. Inquietudini e speranze di un cittadino europeo .
a cura di Fabrizio Forquet. Roma-Bari 2005, Laterza, 183 pp.

Ho qui davanti a me gli appunti scarabocchiati su foglietti volanti, presi qua e là durante la lettura, e dico subito che il concetto che ritrovo più annotato è «paura del futuro».  Il libro precedente, Tornare al futuro (2002, vedi la mia recensione), probabilmente era un po' più fiducioso e propositivo, questo, invece, magari anche in conseguenza del fatto che si tratta di una meno impegnativa intervista, dove le idee scorrono veloci e con pochi filtri, o semplicemente perché sono passati tre anni, sembra descrivere il classico bicchiere mezzo vuoto.  Ma qui si parla essenzialmente di Europa, cioè ci si muove in un ambito più circoscritto rispetto a Tornare al futuro, che si occupava praticamente del mondo, anche se dall'ottica della sinistra. E' dunque proprio l'Europa che induce Amato al pessimismo? Io lo sospetto, ma non posso esserne sicuro …

  Cominciamo dalle prime pagine del libro. Bisogna dirlo con chiarezza, esordisce Amato, l'Europa esce da uno dei momenti più felici della sua storia. Possiamo lamentarci—con tutte le ragioni del mondo—di un sacco di cose che non vanno bene (disuguaglianze, sacche di povertà e di esclusione, ecc.), ma se pensiamo a come eravamo agli inizi degli anni Cinquanta e più ancora alle condizioni in cui versa buona parte del resto del mondo ancora oggi, non c'è paragone, cioè “non possiamo non vedere che in questi decenni abbiamo costruito una grande isola di benessere, di istituzioni sociali estese, di garanzie e tutele per tutti” (24).

  Eppure il futuro fa paura. Perché? Perché “le nostre certezze sono improvvisamente messe in discussione dai cambiamenti intervenuti”.  Cambiamenti che investono praticamente tutti i campi del pensare e del vivere, come Amato ha spiegato magnificamente in Tornare al futuro. E non serve osservare che le nostre incertezze attuali non sono niente al confronto con quelle che dovettero affrontare gli europei del secondo dopoguerra. Infatti, oggi siamo tutti meno preparati ad affrontare l'incertezza, proprio perché veniamo da un periodo di benessere e di relativa sicurezza. Oggi siamo più «anziani» di allora (per età e forse non solo) e i rischi ci spaventano molto di più, e la pura ci paralizza. E magari a molti, troppi, fa comodo pensare che «non convenga» abbandonare la via vecchia, che “il benessere ereditato durerà ancora sufficientemente a lungo perché valga la pena di affannarsi tanto a leggere il futuro”.  Ovviamente, riflette Amato, c'è “una profonda irresponsabilità verso il futuro e verso il mondo in un atteggiamento del genere” (31).

  E' già tutta qui, in questa premessa, la filigrana del libro: c'è una paura del futuro che attanaglia l'Europa, e noi europei ci stiamo dimostrando incapaci di superare le nostre incertezze, di prendere in mano il nostro destino. Ci manca il coraggio e la determinazione di affrontare la realtà in maniera creativa, riconoscendo che quella di lasciare la via vecchia per la nuova è ormai una scelta improrogabile e senza alternative.

  Il discorso si chiarisce ulteriormente nel capitolo dedicato alla politica estera, che è a mio avviso il più stimolante. A partire dal titolo (che dice tutto): «La politica estera: il doroteismo globale».  Interlocutore ideale, in un certo senso, è Robert Kagan, che nel suo famosissimo libro, Paradiso e potere. America ed Europa nel nuovo ordine mondiale, accusa gli europei di essere i «figli di Venere» che, narcotizzati dal proprio benessere, risultano tanto incapaci di assumersi le proprie responsabilità quanto pieni di risentimento verso i «figli di Marte» che le proprie responsabilità, invece, invece, se le assumono eccome. Ebbene, a Kagan Amato non risponde alla maniera di Javier Solana, cioè negando il «disimpegno» dell'Europa e mettendo sul tavolo, a dimostrazione del contrario, le spese invero ingenti che il Vecchio continente si sobbarca per la cooperazione con i Paesi poveri. Questo tipo di approccio, ancorché apprezzabile, “non basta”. Noi, dice Amato, cerchiamo di metterci la coscienza in pace, ma “non cambiamo gli architravi di ciò che rende il mondo un luogo così sovraccarico di squilibri, di ingiustizie, di diritti violati, di democrazie mancanti”. Gli europei, in sostanza, sono meritatamente contestati dai neoconservatori, le cui accuse—che poi sono le stesse che ci vengono dagli stessi Paesi che aiutiamo—possono tradursi con la formula di un «doroteismo globale», cioè l'atteggiamento di coloro i quali “per sfuggire alle responsabilità connesse al cambiamento, in realtà finiscono per accettare lo status quo” (84).

Ma da dove nasce questo atteggiamento? Da un retaggio storico, risponde Amato, da un rapporto (“difficile” e “sofferente”) con la nostra storia, dal nostro avvertire il peso del male che l'Europa ha fatto quando ha varcato i propri confini: “Siamo noi ad aver inventato l'imperialismo e la colonizzazione, la schiavitù, il nazismo e il genocidio” (85). Il che ci fa dimenticare di essere anche coloro che hanno inventato la democrazia e i diritti umani. Al confronto delle nostre, le colpe degli americani (“dallo stermnio dei nativi americani al Vietnam”) sono molto meno pesanti. E inoltre sono gli americani che, nel XX secolo ci hanno tolto dai guai per ben due volte.

  Insomma, non è che non ci siano giustificazioni dalla nostra parte, secondo il Dottor Sottile. Non solo, l'ex premier individua la possibilità di ribaltare il discorso, di volgere in bene un male, di trasformare una debolezza in forza: se l'imperialismo ci ha insegnato che, siccome siamo stati capaci di fare del male, ed  è molto probabile che lo siamo ancora, abbiamo anche imparato a capire meglio e di più i Paesi con i quali possiamo avere a che fare, quelli cioè dove andiamo a operare, il loro contesto culturale e civile (87). Ecco perché “la prudente ponderazione” e il “soft power” europei possono diventare degli atout formidabili: invece di rinunciare ad intervenire per migliorare il mondo, com'è stato fino ad ora, possiamo realizzare quella sorta di «Terza via» tra il nostro doroteismo e l'”interventismo spregiudicato di chi crede sempre e comunque di avere Dio dalla propria parte”. Perché valori come la pace, la democrazia, i diritti umani, uno sviluppo equilibrato, l'Europa può promuoverli meglio di altri su scala universale, dal momento che abbiamo imparato a rispettare culture diverse dalle nostre (88).

  Per quanto riguarda il terrorismo di matrice islamista, secondo Amato la sfida sarà vinta “se sapremo promuovere e scuotere il riformismo islamico”, ricordando che anche noi abbiamo dovuto faticare non poco per “uscire dall'ossificazione dei nostri fondamentalismi”. Noi abbiamo avuto i nostri Galileo, ora evidentemente tocca al riformismo islamico produrre i suoi.

  Cosa possiamo fare per dare una mano? Tra le tante cose, dice Amato, dovremmo metterci in condizione di ospitare nelle nostre università migliaia e migliaia di giovani provenienti da tutto il mondo. Un soft power che si rispetti—a meno che non decidiamo che l'Europa debba essere un potere soltanto regionale—non può sottrarsi alla sfida sul terreno della formazione, oggi stravinta dagli Stati Uniti. Se vogliamo trapiantare i nostri valori senza violare le altre culture questa è una strada obbligata. Quello della formazione è l'unico esempio suggerito da Amato, ma è illuminante circa il metodo che egli propone di seguire. 

  Ovvio che a questo punto si pone la questione della relazione transatlantica (“l'asse di una geopolitica virtuosa”): l'Europa può fare molto, ma ovviamente non in contrapposizione con gli USA, perché condividiamo con loro valori, cultura e interessi. Naturalmente, intorno a questo asse occorre costruire ulteriori relazioni, per arrivare ad un vero multilateralismo. Ma è chiaro altresì che la governance di cui il mondo ha bisogno si fonda soprattutto sulle relazioni transatlantiche (95).

  Il capitolo dedicato all'economia si occupa di alcuni dei principali argomenti all'ordine del giorno. Mi limito, però, a qualche rapido cenno. Il sistema economico americano—riconosce Amato—ha dimostrato di essere, sotto molti punti di vista, più efficiente e produttivo del nostro. Ma, attenzione, avverte Amato, “sarebbe sbagliato chiedere all'Europa di inseguire il modello americano, perché ciascuno ha i suoi percorsi e i suoi contesti”. Va benissimo se Monti sollecita gli europei a “fare passi avanti sulle liberalizzazioni e sull'efficienza del sistema economico contro le rendite e i monopoli”, ma non dimentichiamo che, in Europa, Svezia e Regno Unito si sono già messi in cammino. “E' a questi che bisogna guardare”. Alla modernizzazione e alle liberalizzazioni messe in atto oltremanica, sul tronco di una preesistente internazionalizzazione e di una rete di sicurezza sociale di stampo schiettamente laburista. Alla capacità mostrata dagli svedesi  di far convivere il mercato, “misuratore dell'efficienza dell'impresa”, e transito di consistenti quantità di reddito nazionale attraverso il bilancio dello Stato, il tutto accompagnato dal ruolo primario assegnato ai sindacati e ai corpi intermedi.

  Nel libro si parla, ovviamente, anche del Trattato costituzionale europeo, di cui Amato, in qualità di Vicepresidente della Convenzione, non disconosce la paternità, pur non nascondendo una forte delusione per l'esito finale di un percorso al quale ha dedicato gran parte del suo tempo e delle sue energie nel corso degli ultimi tre anni.

  In conclusione, un lungo cahier des doléances questo Noi in bilico. Quasi un grido di dolore, che forse si spiega con l'urgenza di una svolta che tuttavia non sembra profilarsi all'orizzonte. Né in Italia, né in Europa. E intanto la storia non si ferma certamente davanti a un portone nelle città di Bruxelles o di Stasburgo, roccaforti del «doroteismo globale».

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Si vedano anche anche le recensioni di Carlo Bastasin (La Stampa del 10 marzo 2005) e Benedetto Della Vedova (Corriere/Economia del 21 marzo 2005).




Copyright © 2005 Roberto Piccoli


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