INTERNET, né censura né anarchia selvaggia

di STEFANO RODOTA'


(Questo articolo è tratto dalla rivista Telèma della primavera '97)

Internet deve rimanere un luogo d'infinita libertà, al riparo da ogni interferenza e regola? O ha bisogno almeno di alcuni principi di riferimento, di un quadro istituzionale d'insieme? E, se così deve essere, servono regole del tutto nuove o sono sufficienti quelle che abbiamo?

L'11 giugno dell'anno scorso la Corte di Filadelfia, chiamata a occuparsi della legittimità del "Communication Decency Act", ha concluso che le limitazioni da esso imposte all'uso di Internet erano contrarie al Primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, dove si stabilisce che il Congresso non può approvare leggi che limitino la libertà di parola dei cittadini.

E' possibile, dunque, regolare il mondo nuovissimo delle reti ricorrendo a principi che hanno più di due secoli, visto che quell'emendamento venne approvato il 25 settembre del 1789 (il semplice passare del tempo non rende necessariamente inservibile un testo costituzionale, come credono certi innovatori di casa nostra, che spesso dichiarano inservibile la Costituzione repubblicana per il solo fatto d'essere entrata in vigore nel 1948). La decisione di quella Corte, peraltro, muoveva da una piena consapevolezza dell'assoluta novità della "rete delle reti", visto che in essa si affermava esplicitamente che la forza di Internet sta proprio nel caos che la caratterizza.

Ma, a parte questo caso assai significativo, molte volte le corti sono intervenute in questa materia, con decisioni che scavalcano le frontiere degli Stati, come fa la tecnologia alla quale si riferiscono. Ne ricordo una soltanto, che riguarda una vicenda di casa nostra: sempre nel giugno 1996 la District Court del Southern District di New York ha ordinato alla rivista italiana "Playmen" di adottare misure idonee a impedire l'accesso al suo sito Internet di utenti americani, per evitare una violazione dei diritti dei titolari della rivista "Playboy". Anche in assenza di norme che la riguardino esplicitamente, quindi, Internet deve fare i conti con un mondo profondamente "giuridificato", all'interno del quale le situazioni nuovissime sfidano certamente i criteri tradizionali di giudizio, ma incontrano pure regole da seguire, o nelle quali possono trovarsi impigliate. E, infatti, nella comunicazione della Commissione europea dell'ottobre 1996 sulle "Informazioni di contenuto illegale e dannoso su Internet", si afferma in maniera del tutto esplicita che "compete chiaramente agli Stati membri la responsabilità di garantire l'applicazione delle norme vigenti: ciò che è illegale fuori della rete rimane illegale anche sulla rete".

Qui si apre, ovviamente, la questione dei criteri in base ai quali valutare l'illegalità. Ad esempio: fino a che punto la tradizionale disciplina del copyright è applicabile alle particolari caratteristiche della comunicazione in rete? E qui, accanto ad ardui problemi tecnici che fanno di questa materia una delle più controverse, compare una posizione assai più radicale. In nome della libertà naturale, che dovrebbe regnare su Internet, si leva il grido "no copyright".

Così, Internet incarnerebbe un mondo vocato alla deregulation, assistito solo da regole volte a garantire la libertà di chi lo frequenta. I tentativi sempre più intensi di dettar regole, allora, esprimerebbero solo una propensione autoritaria, illiberale, una irresistibile vocazione censoria? Prima di rispondere direttamente a questa domanda, vorrei ricordare l'esperienza non lontanissima delle prime televisioni libere. Pure a quel tempo si gridò alla scoperta d'una dimensione nella quale la libertà sarebbe stata incomprimibile, e la regola soltanto un impaccio. Sappiamo com'è andata a finire, mancando proprio un quadro istituzionale che garantisse la libertà di tutti, al di là del gioco spontaneo delle forze presenti in quel nuovo settore. Via via che si manifestavano con forza gli interessi industriali, si faceva sempre più precaria la possibilità di sopravvivenza delle televisioni piccole e medie, e la logica della libertà veniva sopraffatta da quella commerciale.

So bene che le caratteristiche di Internet sono irriducibili a quelle della televisione: ma è significativo che la pressione degli interessi commerciali già si faccia sentire su Internet, e già ne stia cambiando alcuni connotati. L'illusione generosa e testarda del no assoluto a ogni regola rischia di riprodurre una vicenda analoga a quella già conosciuta nel mondo televisivo. La libertà su Internet ha bisogno di robusti presidi, che certamente possono venirci anche da un lontano passato, come quelli offerti dal Primo emendamento. E l'innovazione comincia a seguire, accanto al mutamento delle legislazioni nazionali, la via delle regole sovranazionali e dei codici di condotta e dell'autodisciplina di settore che, tra l'altro, possono rappresentare forme di sperimentazione utili per valutare che cosa potrà richiedere una formalizzazione legislativa.

Volendo schematizzare assai, si può dire che oggi siano tre i condizionamenti più evidenti e le spinte maggiori per una regolamentazione giuridica di Internet, simboleggiati da tre P: Pornografia, Proprietà, Privacy. Riproducendo un vecchio schema, mille volte utilizzato per aprire la strada alle più diverse forme di censura, si mette l'accento sulla capacità corruttrice di Internet. Si elencano siti dove è possibile trovare materiale pornografico. Ormai quasi non v'è fuga di ragazzine che non venga collegata, dai mezzi di informazione, a contatti stabiliti su Internet. La pedofilia sembra aver trovato un nuovo e congeniale luogo.

Non si può certo trascurare la formidabile capacità moltiplicatrice di un mezzo come Internet, insieme alla (relativa) facilità di accesso. Ma fenomeni come la diffusione di materiale pornografico e, soprattutto, la facilitazione della pedofilia non nascono, né si intensificano per il solo avvento di Internet. Se è giusto che governi e istituzioni internazionali si preoccupino del rischio di avere "paradisi telematici", dove collocare informazioni sfuggendo ai divieti nazionali, altrettanta attenzione non viene dedicata al fatto che i paradisi della pedofilia esistono già, sono reali e non virtuali, sostengono l'industria turistica di più d'un Paese.

Se si vuole veramente mettere a punto una disciplina che non costituisca l'avvio o il pretesto per la proposta e l'approvazione di regole censorie, è necessario:

a) inquadrare ogni azione rivolta specificamente al settore telematico in una strategia di carattere globale;

b) individuare comportamenti ritenuti assolutamente inaccettabili, come la pedofilia o altre gravi forme criminali, e perseguirli sempre e comunque con la massima severità;

c) rispettare negli altri casi la libertà di scelta individuale, anche in casi sgradevoli come la pornografia, sempre con il limite della tutela dei minori. Il tema della proprietà mette in evidenza due paradossi. Il primo riguarda il fatto che alla crescita tecnica dei mezzi di accesso corrisponde una concentrazione in poche mani della proprietà di questi mezzi. Il secondo si manifesta attraverso un dilatarsi delle possibilità di accesso al quale si accompagna un restringimento dell'area delle informazioni liberamente disponibili, al posto delle quali si trovano sempre più spesso informazioni a pagamento.

Per affrontare questi problemi, le strategie istituzionali devono quindi muoversi nella direzione di discipline sovranazionali di tipo antitrust e nella individuazione di una adeguata "massa critica" di informazioni, che vanno rese liberamente accessibile da parte di tutti i cittadini. Nella materia della privacy i conflitti più evidenti sono quelli relativi allÕanonimato e alle comunicazioni criptate. Fermo restando il principio della segretezza delle comunicazioni, l'anonimato può far nascere conflitti tra due diverse esigenze di privacy, quella di chi comunica e quella di chi vede la sua sfera privata violata da comunicazioni delle quali non è identificabile l'autore. Tra le molte proposte di composizione di questi due interessi, si può qui fare riferimento a quella che consente lÕanonimato a condizione che sia possibile risalire all'autore esclusivamente per finalità particolari, come quelle di giustizia, e comunque dopo l'intervento e l'autorizzazione del magistrato.

Si giunge così alla questione delicatissima dei compiti dei gestori delle reti. Riferire soprattutto a essi la responsabilità di quanto avviene sulle reti, come da varie parti si sostiene, fa nascere diversi problemi tecnici, ma soprattutto rischia di creare una situazione in cui il gestore, per evitare una pesante responsabilità per danni, si trasforma nel più severo dei censori. Nascerebbe così una censura di mercato ancor più capillare e penetrante di quelle tradizionalmente affidate a organi pubblici, e nella sostanza ineludibile.




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