L’INFLUENZA DEL PENSATORE LIBERAL-SOCIALISTA

Come filosofo, è stato un eclettico e ci ha indicato la via del riformismo

La difficile impresa di mettere insieme lo storicismo di Croce e il normativismo di Kelsen




di
SEBASTIANO MAFFETTONE
presidente della Società italiana di filosofia politica


"Il Riformista", 10 gennaio 2004



Ci sono cose nella vita che non vorresti fare. Ma che, per una ragione o per un'altra, ritieni di dover fare. Una di queste è stata scrivere l'articolo che segue.

Norberto Bobbio non è stato solo un filosofo importante, ma anche un punto di riferimento insostituibile nella discussione politica e morale sulle vicende più significative che hanno caratterizzato la vita pubblica del nostro paese. Da questo punto di vista, l'influenza di Bobbio nella seconda metà del secolo ventesimo è stata eccezionale, paragonabile solo a quella di Benedetto Croce nella prima.

Come filosofo, Bobbio era in sostanza un eclettico. Come teorico della politica, può essere definito un liberal-socialista sui generis. Si può dire che la sua filosofia politica dipenda proprio dall'intersezione di una filosofia eclettica e di una concezione politica liberal-socialista, arricchite da una straordinaria competenza in storia delle dottrine politiche, in teoria generale del diritto e in scienza politica. In che senso Bobbio era un filosofo eclettico? Basta guardare ai suoi autori per comprenderlo. Tra gli autori di Bobbio giocano sicuramente un ruolo importante Kelsen e Croce, oltre ai positivisti (vecchia e nuova maniera), agli elitisti come Mosca e Pareto, a Weber, Einaudi, Gobetti, Cattaneo e Salvemini e ai classici del pensiero politico (Bobbio ne indica in particolare cinque: Hobbes, Locke, Rousseau, Kant e Hegel, cui aggiungerei Marx), classici che hanno ovviamente influenzato tutti noi, ma che nel caso di Bobbio sono davvero una struttura portante della sua visione filosofica.

Parlando dei contemporanei tra costoro, lo stesso Bobbio ha ammesso con usuale franchezza che: «…ogni tentativo di presentarli come tappe di una successiva e progressiva illuminazione sarebbe fin troppo apertamente una rassicurante razionalizzazione postuma destinata a ingannare il lettore» (dalla prefazione a Bibliografia di scritti su Norberto Bobbio). Come si possano poi mettere insieme, in particolare, due strutture argomentative differenti come lo storicismo di Croce e il normativismo di Kelsen, entrambe così centrali nel pensiero di Bobbio, è persino difficile da immaginare, se non dopo aver letto i testi di Bobbio. Adesso sappiamo che questa commistione può aver luogo attraverso una rilettura filosofica dei princìpi fondamentali del diritto, che Bobbio ha perseguito per lungo periodo e con notevoli risultati teorici, già dagli anni cinquanta del Novecento (Teoria dell'ordinamento giuridico del 1960 è già un punto fermo nella dottrina). Meta più evidente di questo percorso può essere considerata la formulazione di una concezione del liberalismo come costituzionalismo e teoria dei diritti (per un'interpretazione a ritroso e generale di questa, vedi gli scritti raccolti ne L'età dei diritti, 1990). L'esito teoretico di questa complessa formazione intellettuale non può essere altro che, come si diceva, un esito eclettico. I punti fermi, all'interno di questo eclettismo di sfondo, consistono, così, forse più nelle negazioni, le «vie negate» per usare un'espressione di Bobbio stesso, che nelle affermazioni teoretiche. Bobbio, per esempio, non ha mai amato l'esistenzialismo come sfondo della teoria politica, e nel 1944 ha anche scritto un piccolo libro polemico, intitolato La filosofia del decadentismo, per chiarirne le ragioni. E questo punto fermo non è forse meno significativo, da un punto di vista intellettuale, di quello assai più famoso che contrappose Bobbio a Togliatti e al Pci, negli scritti esemplari pubblicati in Politica e cultura, 1955. In questo caso, Bobbio si opponeva, come ben sappiamo, alle tentazione autoritarie del Pci. E' anche interessante notare come queste due battaglie, diverse e profonde entrambe, fossero combattute in nome di un ideale comune, quello basato sul primato teoretico e pratico assieme della liberal-democrazia. Quest'ultima era offesa, infatti, sia dall'oscurantismo nichilistico sia dalla carenza liberale dei comunisti.

Dal punto di vista della teoria politica, Bobbio è sempre stato un liberale sui generis, come possono esserlo quei liberali che traevano ispirazione da Capitini e Calogero, da Giustizia e Libertà e dal Partito d'Azione. Possiamo, come è noto, parlare in proposito di liberal-socialismo, che non è poi cosa troppo diversa da una forma di socialdemocrazia particolarmente preoccupata per il destino della libertà e i diritti individuali. Sicuramente, in quest'enfasi sulla libertà si può riconoscere la traccia di Croce critico del fascismo, come si evince dalla lettura di quel preziosissimo volume di storia intellettuale dell'Italia che è il Profilo storico del Novecento italiano, 1969. Il liberalismo istituzionale si può però anche leggere come il riscatto della tradizione liberale nella cultura italiana, che talvolta era stata, come con Croce, anche liberale, ma in maniera di certo "anomala", e ora - con Bobbio - rivendicava invece con forza l'eredità normale del liberalismo, sarebbe a dire Locke, la tradizione dei diritti umani, il giusnaturalismo, senza al tempo stesso rinnegare mai, magari con qualche sacrificio di coerenza teoretica, l'eredità del positivismo giuridico alla maniera di Kelsen. Tutto ciò è certo complicato e però alla fine comprensibile. Ma già se guardiamo al socialismo di Bobbio (per cui vedi Quale socialismo?, del 1976), la ricostruzione riflessiva diventa più impervia, e poco resta di certo che non sia un'indubbia opzione socialdemocratica di fondo e una conclamata predilezione per l'eguaglianza concepita come guida e imperativo della sinistra, quale si evince anche dalle pagine, chiare quante altre mai in proposito, di Destra e sinistra, 1994.

Lo stesso paradigma, però, diventa difficilmente giustificabile se vi si innesta, come pure Bobbio fa, una vena di realismo conservatore e anti-liberale, che trova le sue fonti nel pensiero non solo di Pareto e Mosca ma anche di Croce, Machiavelli, Hobbes, Hegel, Marx e persino Vico. La storia coi suoi lutti, la forza dei fatti compiuti, l'autorità delle istituzioni effettive diventano, in quest'ottica, gli arbitri veri del destino umano, e il razionale si adatta al reale molto più di quanto non avvenga il contrario. I molti scritti e importanti di Bobbio sulla politica internazionale sono una testimonianza evidente di questo realismo e delle sue difficoltà. (vedi Il problema della guerra e le vie della pace, del 1979).

Se si scava sotto le sue peraltro famose critiche della democrazia contemporanea si ritrovano le classiche obiezioni conservatrici, reazionarie e rivoluzionarie contro il liberalismo, obiezioni che - manco a dirlo - sono una sorta di eredità involontaria dello spiritualismo italiano, cui pure Bobbio costituisce in altre occasioni un antidoto straordinario. Ne Il futuro della democrazia, 1984, sotto la visione delle «promesse non mantenute» della democrazia, così, non si celano deficienze empiriche oppure guasti occasionali di questo sistema di governo, ma una sorta di impossibilità definitiva e strutturale che lo renderebbe sostanzialmente impraticabile. E poco altro possiamo fare che rassegnarci. In questo modo, l'uomo che ha difeso per una vita la liberal-democrazia dall'eredità schiettamente anti-liberale e anti-democratica di fascisti e comunisti, diventa il teorico dell'impossibilità della democrazia. Se l'eclettismo di fondo della sua posizione teoretica può aver costituito forse un problema per gli esegeti più appassionati della coerenza logica, invece ha costituito sicuramente un vantaggio per chi, venendo con lui o dopo di lui, ha voluto sperimentare nuovi percorsi intellettuali e filosofici. In queste occasioni, Bobbio ha tenuto il posto agli altri cioè, e aperto loro la strada. Non c'è stata quasi novità teoretico-politica, affermatisi in Italia dal 1950 a oggi, che non abbia avuto il vantaggio di un previo esame critico di Bobbio.

Con strumenti analitici sofisticati e diversi, Bobbio da «filosofo militante» ha investigato, in quasi settant'anni di pubblicazioni, temi e problemi fondamentali della cultura politica contemporanea. La natura del rapporto tra politica e cultura può forse essere considerata la cifra più tipica della sua indagine. Da questo punto di vista, Bobbio ci lascia un messaggio su cui riflettere, un messaggio secondo cui il calore della passione politica va necessariamente temperato alla luce di una più fredda sapienza istituzionale guidata dalla sapienza dei classici. Per essere incapaci di questa evoluzione sono, anche filosoficamente, condannabili l'oscurantismo degli irrazionalisti non meno che il comunismo illiberale, l'utopismo giovanilistico non meno dell'assolutismo al potere. Non è affatto un caso che la frase forse più amara mai pubblicata da Bobbio, «Non mi nascondo che il bilancio della nostra generazione è stato disastroso. Inseguimmo le 'alcinesche seduzioni' della Giustizia e della Libertà: abbiamo realizzato ben poca giustizia e forse stiamo perdendo la libertà», sia stata scritta da lui non pensando a un dittatore ma riflettendo sul caso italiano dopo i moti studenteschi del sessantotto (in Una filosofia militante, del 1970). Questo, da parte di un uomo della sinistra, come indubbiamente Bobbio era, significa una cosa e una sola: contro ogni massimalismo e spontaneismo, Bobbio ci ha senza dubbio indicato la via del riformismo. Un riformismo che, per carenza di cultura politica liberale e democratica, resta il grande assente della vita pubblica italiana. Un riformismo che, proprio nella sua natura fronetica di fondo, trova il rimedio per affrontare una prassi talvolta recalcitrante ai tentativi dell'intelligenza filosofica. Un riformismo che noi, con l'insostituibile supporto del suo magistero filosofico-politico, siamo invitati a perseguire in un paese troppo spesso riluttante a prendere sul serio l'idea che il progresso sociale è frutto dei diritti e delle regole.




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