«Pensate che io sia venuto
a portare la pace sulla terra?»

(Luca 12,51)


XX domenica Tempo Ordinario – Anno C
Letture: Ger 38, 4-6; 8-10; Eb 12, 1-4; Lc 12, 49-57



Potremmo prendere, come avvio per la nostra riflessione, le parole della Lettera agli Ebrei:

Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta dinanzi

Il tema della perseveranza nel combattere la nostra battaglia si lega in maniera perfetta con l'altro della necessità di essere, in quanto fedeli a Gesù Cristo, anche elementi di divisione, dato che la pace che noi perseguiamo sta sì al di là di ogni divisione, ma prevede l'eliminazione di tutte le cause che dividono gli uomini.
Riflessione molto pertinente nell'ora attuale, caratterizzata da una estrema labilità, dall'incostanza, dalla facilità ad abbracciare, una dopo l'altra, tutte le bandiere.
Quel che stupisce è come, nel breve volgere di anni, degli ideali che sembravano irrinunciabili sono crollati, altri che sembravano inconfutabili li abbiamo abbandonati. Il risultato è sotto i nostri occhi: un sentimento di scetticismo, una difficoltà ad accendere il fuoco degli animi, quasi che questa esperienza collettiva abbia gettato un medesimo segno di discredito su tutte le forze, su tutte le istituzioni, su tutti gli insegnamenti.
E' una tentazione, questa, a cui siamo tutti esposti, ma in particolare modo, coloro che, per ragioni di età, avrebbero bisogno di affacciarsi alla vita con degli obiettivi verso cui camminare e con una capacità di perseveranza.
Invece, gli obiettivi sono incerti e la perseveranza è quasi impossibile: è lo smarrimento delle ultime generazioni.
D'altra parte la nostra perseveranza dipende dall'obiettivo che ci proponiamo, ma soprattutto dalle ragioni per cui lo abbiamo abbracciato.
L'esempio che la Lettera agli Ebrei propone è Gesù il quale, avendo scelto non la gioia, come poteva, ma la croce, va avanti fino a consumare la sua scelta, senza preoccuparsi dell'ostilità dei peccatori che aveva attorno, o del tradimento degli amici che lo avevano abbandonato.
Questa perseveranza che segna tutta la sua vita, senza sbandamenti e pur con grandi angosce e perplessità interiori, era dovuta ad una scelta di Amore in cui la sua personale gioia non aveva peso.
Prendere la croce questo significa: assumere come motivo di fondo della propria esistenza non l'affermazione di sé, ma la realizzazione del Disegno per cui ci sentiamo chiamati.
Basta appena che noi poniamo al primo posto noi stessi, perché l'apparente fortezza nel perseguire la meta sia gravemente insidiata e compromessa.
Quanti di noi si trovano in questa situazione!
Ma saremmo ingiusti se ci dimenticassimo di coloro che in questo stesso momento stanno scegliendo tra la fedeltà al proprio ideale e la propria vita.
Se non c'è questa disposizione al rischio, anche gli uomini più fermi, più coerenti, si trovano nel tradimento.
Quanti giovani, nelle ultime generazioni, partiti eroi sono finiti commendatori! Partiti generosi, sono diventati opportunisti! La loro spinta morale di fondo si è rivelata essere l'affermazione di sé.
La croce, tradotta in termini morali, è innanzitutto la posposizione degli interessi anche superiori alla causa per cui si vive:
tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l'ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio.

Che vuol dire “scegliere il Regno di Dio”?
I nomi del Regno sono quelli della pace, della fraternità, della gioia del vivere, dell'uso gioioso dei beni della creazione e della spontanea comunione con Dio: questi obiettivi, in modi diversi, significano la pienezza verso cui siamo incamminati. Chi fa questa scelta, non può non trovarsi nella necessità di individuare nel concreto della sua vita le indicazioni per tradurre questa scelta.
Voi sapete prevedere, dice il Signore, come andrà il tempo, ma non siete in grado di leggere questo tempo – il tempo storico – non siete in grado appunto perché la lettura del tempo storico è proporzionata alla purezza interiore con cui si guarda.
Un opportunista, coglierà del tempo che vive le occasioni positive nei confronti del suo progetto personale di carriera, di affermazione di sé, in ogni campo: economico, culturale, ecc. La lettura del tempo è viziata in radice da una mancanza di intuizione di ciò che veramente giova all'uomo, di ciò che va nel senso del vero bene universale dell'umanità.
Noi guardiamo nell'immediatezza un fatto, e lo leggiamo a partire dai nostri paradigmi, legati ai nostri interessi.

E Gesù, al suo tempo, era il grande “segno” di tutta la storia dell'umanità.
Irripetibile, perché non ce ne sarà uno uguale nella sua straordinarietà.
Ma gli uomini del suo tempo non furono capaci di “leggerlo”.
Da qui, la sua “invettiva”, giusta invettiva, contro una ottusità o cecità incredibile, possibile in tutti i tempi, compresi i nostri.

Ipocriti!
Sapete giudicare l'aspetto della terra e quello del cielo,
come mai questo tempo non sapete giudicarlo?

Oggi è veramente uno dei tempi stupendi dello Spirito che, dentro i fatti, attende che noi Gli diamo, tramite la nostra totale disponibilità, il modo o la via per rinnovare la sua Pentecoste che riempia tutta la terra della sua Luce.
Direi che la nostra storia è come in attesa di questo “fuoco” che la divori.
Oggi si tocca con mano questa nuova, impellente voglia di cambiare, di ritrovare una pienezza di verità e di vita.
E la chiesa, oggi, dovrebbe essere un punto di riferimento. Da lei ci si attende una speranza; tutti guardano alla Chiesa con fiducia.
Non è più il tempo di giocare con le parole: il gioco delle parole fa comodo al disimpegno e alla ipocrisia: non giova per nulla al Vangelo e all'uomo.
E' il tempo in cui l'unica parola da spendere è la vita vissuta in pienezza di fede, in immensità di carità.
E qui ci scontriamo con quella chiusura, propria di coloro che vorrebbero sì vivere il Vangelo, ma alla periferia, senza farsi toccare dalla dirompente conversione che ti stritola fino a farti morire.
Sarebbe come portare la croce senza farsi tagliare le spalle.

A questo punto è fondamentale arrivare a delle decisioni.
L'esperienza della decisione è esperienza necessaria in ogni esistenza.
Ogni persona si misura dalle sue decisioni, perché decidere è sempre prendere posizione; in definitiva, determinare se stessi e la propria destinazione.
In ogni decisione importante siamo certamente in gioco noi stessi; è sempre porsi davanti ad una alternativa e rischiarsi in essa; e proprio in questo atteggiamento, diventa importante l'azione del discernimento.
Per il cristiano, la decisione per Cristo è il centro della sua esistenza di fede. Qui emerge tutta la serietà del Cristianesimo: decidersi per Cristo non è indolore!
Il tema della vigilanza richiama l'attenzione sui numerosi condizionamenti a cui questa decisione è esposta: dall'opportunismo egoistico alla logica della comodità, al capriccio infantile del non voler rinunciare a nulla, a mille altri ostacoli.
Perciò non è possibile ingannare se stessi (fare gli ipocriti), nascondersi dietro maschere molteplici e di varia natura: se in Gesù si coglie la verità sull'uomo, quindi su noi stessi, diventa urgente uscire dalla mediocrità per rinnovare di continuo il proprio essere e il proprio agire.
Questa urgenza del momento presente, alla luce della decisione fondamentale per Cristo, comporta una continua azione di “discernimento cristiano” e di radicale conversione al Signore e alla sua Parola.

Nasceranno allora i conflitti e le divisioni:
Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra?
No, vi dico, ma la divisione.
Ma bisogna capire: la pace voluta da Gesù non è quella dei cimiteri, cioè la pace del conformismo o dell'acquiescienza alla logica ingiusta dei poteri. La pace è una dura conquista e comporta la lotta. E' un fatto: se io mi metto a vivere seriamente il Vangelo, non cercherò i conflitti, ma i conflitti verranno a cercare me.
Essere cristiani vuol dire essere chiamati a patire conflitti non voluti, ma inevitabili.
Il cristiano, per riprendere l'immagine del Vangelo, è colui che alla sera osserva il cielo per vedere che tempo farà e sa che, quale che sia il tempo, ci sarà da lottare.
La pace è sempre al termine di un'alta lotta nella quale è forte il rischio di risultare perdenti.
C'è sempre il pericolo di finire, come Geremia, in una cisterna piena di fango.
Ma c'è sempre la certezza che da questa cisterna un giorno qualcuno ci tirerà fuori.

Tenete fisso lo sguardo su Gesù
raccomanda l'autore della Lettera agli Ebrei.

E' Cristo la norma, il cammino e la ragione di ogni speranza.



Franco Mosconi, OSB Cam
Eremo di San Giorgio,
Bardolino (Verona)



Torna ad inizio pagina



[Home Page] [Bioetica & Bioetiche] [Che cos'è la Bioetica] [Spiritualità] [Scuola] [Libri & Libri] [Rassegna Stampa] [Cos'è il Centro «W. Tobagi»] [Documenti] [Filosofia della Politica] [Massime & Citazioni]