OLTRE L'OCCIDENTE

«La sfida di Osama tocca anche l'Europa»

L'America è percepita adesso come la capofila di ciò che viene variamente designato come Occidente, cristianità, o in modo più generico «Terra dei Miscredenti». In questo senso il presidente americano è il successore di una lunga serie di governanti: gli imperatori bizantini di Costantinopoli, i sacri romani imperatori a Vienna, la regina Vittoria e i suoi imperiali colleghi e successori in Europa.

Presentazione di Dario Fertilio


di
BERNARD LEWIS *


Corriere della Sera, 1 febbraio 2004


Il brano che pubblichiamo conclude il saggio di Bernard Lewis «La crisi dell'Islam», in libreria da martedì per Mondadori. Lo studioso inglese, considerato il più autorevole esperto di storia mediorientale, mette a nudo le radici dell'odio verso l'Occidente, e risale ai tempi di Maometto per spiegare molti dei comportamenti di oggi.

Il punto di vista musulmano differisce radicalmente da quello occidentale. Anziché concepire il mondo come un insieme di nazioni suddivise in vari gruppi religiosi, il musulmano - ricorda Lewis - si considera parte di una religione suddivisa in nazioni. E quando Bin Laden, nei suoi proclami, lamenta le umiliazioni subite dai suoi correligionari negli ultimi ottant'anni, allude a una cosa ovvia per chiunque sia stato allevato nella fede maomettana: il crollo dell'ultimo sultanato ottomano nel 1918.

Dunque, il linguaggio usato dai nemici dell'Occidente, apparentemente incomprensibile, può essere decifrato alla luce della storia. Certo, la maggioranza dei musulmani non è fondamentalista, non tutti i fondamentalisti sono terroristi; eppure - ricorda Lewis - i terroristi che insanguinano la terra oggi sono prevalentemente musulmani e lo rivendicano con orgoglio.

Un'ombra si allunga dunque sul nostro futuro. Ma esiste una strategia per difendersi: aiutare coloro che, nel mondo musulmano, sono disposti a battersi per la democrazia.

L'ultimo scenario del saggio è invece apocalittico: le tre grandi potenze asiatiche non musulmane, Russia, India e Cina, potrebbero scontrarsi con l'Islam e usare la loro devastante potenza militare in maniera ben più spietata di quanto abbia fatto l'Occidente.

Dario Fertilio

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Bernard Lewis Oggi come in passato questo mondo di miscredenti cristiani è visto come l'unica vera forza rivale che si oppone all'espansione dell'Islam decisa per volere divino, e che ne ostacola e ritarda, senza poterlo impedire, il trionfo finale, inevitabile, universale. Non c'è dubbio che la fondazione di Al Qaeda e la successiva dichiarazione di guerra da parte di Osama Bin Laden abbiano segnato l'inizio di una nuova e sciagurata fase nella storia dell'Islam e del terrorismo. A scatenare l'azione di Bin Laden, come lui stesso ha spiegato molto chiaramente, furono la presenza americana in Arabia durante la guerra del Golfo - una profanazione della Terra Santa musulmana - e l'uso che gli americani fecero dell'Arabia Saudita come base per un attacco all'Iraq. Se l'Arabia è il primo fra i luoghi più altamente simbolici del mondo islamico, Baghdad, che fu sede del califfato per mezzo millennio e scenario di alcuni dei più gloriosi capitoli della storia islamica, è il secondo.

Ci fu un altro fattore, forse ancora più importante, a muovere Bin Laden. In passato i musulmani che combattevano l'Occidente avevano sempre potuto rivolgersi ai nemici dell'Occidente per ricevere conforto, incoraggiamento e aiuto materiale e militare. Adesso, per la prima volta dopo secoli, un così utile nemico dell'Occidente non c'era più. Bin Laden e le sue schiere si resero presto conto che, nella nuova configurazione del potere mondiale, se volevano combattere l'America dovevano farlo da soli. Nel 1991, lo stesso anno in cui l'Unione Sovietica cessò di esistere, Bin Laden e le sue schiere crearono Al Qaeda, che accolse molti veterani della guerra in Afghanistan. Il loro compito avrebbe scoraggiato chiunque, ma essi lo vedevano in una luce diversa: avevano già scacciato i russi dall'Afghanistan, infliggendo loro una sconfitta così devastante da causare il crollo dell'Unione Sovietica. Avendo sopraffatto la superpotenza che avevano sempre considerato la più forte, si sentivano pronti ad affrontare l'altra; ed erano incoraggiati a farlo dall'opinione, sovente espressa, fra gli altri, da Bin Laden che l'America fosse una tigre di carta.

I terroristi musulmani erano stati spinti da convinzioni simili anche in precedenza. Una delle più sorprendenti rivelazioni uscite dalle memorie dei protagonisti del sequestro che si protrasse dal 1979 al 1981 all'ambasciata americana a Teheran fu che la loro intenzione originaria era stata di sequestrare l'edificio e gli ostaggi per pochi giorni soltanto. Cambiarono idea quando dalle dichiarazioni di Washington capirono che non c'era il minimo pericolo di un'azione seria contro di loro. Quando alla fine rilasciarono gli ostaggi - spiegarono - fu solo per timore che il nuovo presidente eletto, Ronald Reagan, potesse affrontare il problema «come un cowboy». Bin Laden e i suoi seguaci chiaramente non hanno queste preoccupazioni e il loro odio non è frenato dalla paura né attenuato dal rispetto. Come precedenti essi citano ripetutamente la ritirata americana dal Vietnam, dal Libano, e - più importante di tutti ai loro occhi - dalla Somalia.

Osama Bin Laden con la sua dichiarazione di guerra contro gli Stati Uniti, riprende la lotta per il dominio religioso del mondo incominciata nel VII secolo. Per lui e per i suoi seguaci, questo è il momento buono. Oggi l'America è il simbolo della civiltà e incarna la leadership della Casa della Guerra, e come Roma e Bisanzio è diventata degenere e corrotta, pronta a essere abbattuta. Nonostante la sua vulnerabilità, tuttavia, è pericolosa. Il titolo di «Grande Satana» che Khomeini diede agli Stati Uniti era eloquente, e per i membri di Al Qaeda sono la seduzione dell'America e il suo modo di vivere licenzioso, dissoluto a rappresentare la più grande minaccia per quell'Islam che essi vorrebbero imporre ai loro compagni musulmani.

Ma ci sono altri musulmani per i quali l'America rappresenta una tentazione di diverso genere: la prospettiva di diritti umani, di libere istituzioni e di un governo responsabile e rappresentativo. Un numero crescente di persone e alcuni movimenti si sono assunti il difficile compito di introdurre analoghe istituzioni nei loro Paesi. Non è un compito facile. Tentativi del genere, come si è detto, hanno portato a molti dei regimi corrotti odierni. Dei cinquantasette Stati membri dell'Organizzazione della conferenza islamica, solo uno, la Turchia, ha sperimentato istituzioni democratiche per un lungo periodo di tempo e, nonostante debba confrontarsi tuttora con problemi di difficile soluzione, ha fatto progressi nell'instaurare un'economia liberale, e una società e un sistema politico liberi.

In Iraq e in Iran, due Paesi con regimi fortemente antiamericani, esiste un'opposizione democratica in grado di subentrare agli attuali governi e di formarne di nuovi. Noi, in quello che ci piace chiamare il mondo libero, avremmo potuto fare molto per aiutarli, invece abbiamo fatto poco. Nella maggior parte degli altri Paesi della regione c'è gente che condivide i nostri valori, ha simpatia per noi e vorrebbe partecipare al nostro modo di vivere. E gente che capisce la libertà e vorrebbe goderne in patria. E' più difficile per noi aiutarli, ma almeno non dovremmo ostacolarli. Se ce la faranno, avremo degli amici e degli alleati nel senso vero del termine, e non soltanto diplomatico.

Nel frattempo, c'è un problema più urgente. Se i capi di Al Qaeda riescono a persuadere il mondo islamico ad accettare le loro idee e la loro guida, una lunga e aspra lotta ci attende, e questo vale non solo per l'America. L'Europa, e in particolare l'Europa occidentale, è ormai sede stabile di una vasta comunità musulmana in rapido aumento, e molti europei cominciano a sentire la sua presenza come un problema, alcuni come una minaccia. Prima o poi Al Qaeda e i gruppi a essa collegati si scontreranno con gli altri vicini dell'Islam - Russia, Cina, India -, i quali potrebbero rivelarsi meno schizzinosi degli americani nell'usare la loro potenza contro i musulmani e i loro santuari. Se i fondamentalisti hanno fatto bene i loro conti e vincono la loro guerra, un tetro futuro attende il mondo, e specialmente la parte di esso che abbraccia l'Islam.

© 2004 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.
Traduzione di Lodovico Terzi


* islamista, docente a Princeton




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