La pace di Annie
L'altra America senza elmetto



di
SANDRO PORTELLI


"il manifesto", 19 marzo 2003


A poche ore dall'ultimatum di Bush telefono alla mia amica Annie Napier. Le chiedo: che pensi? E lei: «Qui siamo tutti contro. Secondo me laggiù non ci dovremmo mettere nemmeno piede». Annie non è la tipica dissidente pacifista intellettuale: vive a Harlan County, Kentucky, nel profondo più disperato degli Appalachi, un'America marginale, un disastro sociale e ambientale. Col suo lavoro (operaia, autista di scuolabus) ha tirato su due figlie e tre nipoti, e un marito ex minatore invalido di lavoro. E ha trovato il tempo far fare musica e lavoro sociale. Dio la benedica, lei e i suoi vicini: ci vuole molto coraggio e molta capacità critica, in America e più ancora in fondo al Kentucky, per pensare e parlare così. In questi giorni, i miei amici di laggiù sono in agitazione perché la Cbs ha deciso di fare un Grande Fratello "etnico": prendere una famiglia di montanari rurali appalachiani, gente più o meno come Annie, chiuderli in una villa di lusso a Beverly Hills con domestici e agiatezze varie, e farsi quattro risate sulle inevitabili gaffe e sull'accento zotico dei cafoni in prima serata. Gli hillbillies sono ormai l'ultimo gruppo sociale per cui non vale la correttezza politica, sul quale si possano spacciare stereotipi insultanti e barzellette razziste.

Anche per questo, come spesso fanno i poveri e gli emarginati, gli appalachiani hanno cercato di ribadire la propria dignità, il proprio essere parte dell'America, con un patriottismo assai acceso, accentuato da tradizioni di orgoglio militare e da media locali, gli unici disponibili, smaccatamente unilaterali (e anche dal fatto che le forze armate sono quasi l'unica occasione di lavoro: persino una figlia di Annie ha fatto per anni la soldata volontaria nell'esercito, e ne è venuta via fiera della sua divisa e della sua bravura col fucile: non è una pacifista). Perciò, ai tempi della prima guerra del Golfo, Harlan era tutta un fiorire di fiocchi gialli (Annie però era già contraria allora). Ora, forse Annie è ottimista sullo stato d'animo dei suoi vicini, ma le cose sono cambiate davvero: anche a Harlan si domandano se non altro come è possibile spendere miliardi di dollari per distruggere l'Iraq e non avere un centesimo per rendere vivibile Harlan. C'è un'altra ragione per cui voglio bene ad Annie. In questi giorni, anche molte voci contro la guerra negli Stati uniti hanno motivato il dissenso dicendo che si mettevano a rischio troppe vite americane. Annie non fa di queste distinzioni. Sa bene che la sua vita di tutti i giorni somiglia di più a quella di tanti iracheni che a quella della borghesia petrolifera del suo paese. Per questo è in grado di non essere d'accordo anche se questa guerra dovesse concludersi senza un morto americano (o almeno, senza un morto americano visibile in tv). Non ha studiato a Yale come il suo presidente, ma sa che gli iracheni sono persone.

A questo proposito, un'altra riflessione. Da più parti, ci sentiamo dire: sì, va bene essere contro la guerra, ma adesso che la guerra c'è, anche i pacifisti devono sperare che gli americani la vincano subito in modo che ci siano pochi morti («non farete mica il tifo per Saddam?»). Anche Adriano Sofri, la cui autorità morale è indiscutibile, ha usato questo argomento. E' molto plausibile sul piano umanitario ed emotivamente lo condivido; ma è problematico sul piano aritmetico: nessuno, Sofri compreso, si è preso la briga di calcolare quanti siano i «meno morti possibile», quanti siano pochi morti. Teniamo conto che tutto questo si fa in nome di quasi tremila morti a New York, una tragedia che a me è parsa incalcolabile. Sarebbero «pochi», adesso, tremila morti a Baghdad? E se invece saranno trecentomila, o trentamila (fermo restando che i «meno morti possibile» non saranno certo equamente suddivisi fra chi subisce la guerra e chi la porta)? Madeline Albright, che non è un mostro, ha detto che cinquecentomila bambini uccisi dalle sanzioni erano un prezzo accettabile «dati i risultati raggiunti». Quant'è un prezzo accettabile, per chi ci incita a tifare per i missili per non tifare Saddam? Proprio perché la guerra c'è, è un dovere assoluto ribadire che si tratta di un atto fuorilegge.

Da qualche tempo è di moda bollare chi si oppone alle bombe come «pacifista assoluto». Io vedo invece una quantità di bellicisti assoluti, di gente che la mezza dozzina di guerre degli ultimi quindici anni (Granada, Panama, Golfo, Somalia, Kosovo, Afganistan, Iraq) le approvate tutte e sempre, senza se e senza ma; che ha sempre trovato adeguato il numero di morti e di effetti collaterali che si sono portate dietro; che arriva a scrivere che Bush è più vicino a Dio del papa perché si richiama al «Dio degli eserciti». Per questo faccio tanto di cappello a gente come Robin Cook, che ha approvato e condiviso altre guerre (a cui io ero contrario) ma che si rifiuta di appoggiare questa: a gente, cioè, che mantiene la sua capacità di distinguere. Anche nel fronte pacifista questa capacità critica è implicita: dei tre milioni di persone in piazza a Roma il 15 febbraio, credo quasi tutti pensassero che era stata necessaria la guerra partigiana contro l'occupazione nazista e i suoi complici fascisti (necessaria, non giusta: è una distinzione che mi hanno insegnato gappiste combattenti come Carla Capponi e Marisa Musu. Le guerre giuste non esistono, specie da quando a morire sono soprattutto gli innocenti: che cavolo di giustizia è?). Ma riconoscere quella necessità non significa dire che la guerra è necessaria sempre e dovunque.

Perciò non c'è dubbio che il Kuwait o il Kosovo un fumus boni iuris ce l'avevano: l'aggressione irachena al Kuwait, la pulizia etnica... Ma una prima ragione per essere contrari alla risposta militare era che, per essere pieno, il buon diritto deve valere erga omnes, verso tutti: e siamo sicuri di voler bombardare tutti gli stati che disapplicano mozioni dell'Onu, possiedono armi di distruzione di massa, occupano territori non propri, negano i diritti civili a intere popolazioni? Direi proprio di no: che razza di mondo sarebbe? Ma allora una giustizia violenta applicata selettivamente smette comunque di essere giustizia e si fa arbitrio.

Una seconda ragione era che, anche col consenso (per lo più estorto all'Onu) e col nitido casus belli, già la prima guerra del Golfo apriva la strada a una progressione destinata a rendere la guerra strumento ordinario di intervento nelle questioni internazionali: dalla risposta all'aggressione internazionale siamo passati all'ingerenza umanitaria, poi alla guerra punitiva e infine alla guerra preventiva; la guerra con l'autorizzazione delle Nazioni Unite ha aperto il varco alla guerra solipsistica dell'iperpotenza e dei suoi vassalli. Per questo sono orgoglioso di appartenere a un paese che il rifiuto alla guerra come soluzione delle controversie internazionali ce l'ha iscritto nella sua carta costitutiva (e mi vergogno di appartenere a un paese che questa carta la cancella, la ignora o la manipola), e sono orgoglioso di appartenere a un mondo di nazioni unite che hanno ritrovato un ruolo col semplice gesto di dire ai potenti, per la prima volta, no.

Tornando a Annie. Sua figlia lavorava come vigile urbano a Harlan. Si è dovuta assentare per malattia, e ha perso il posto. Ma è possibile che il paese più ricco, potente e orgoglioso del mondo non riesca a darsi non dico un sistema sanitario decente, ma almeno un minimo di tutele per chi lavora?




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