BENEDETTO CROCE. A cinquant'anni dalla morte del grande intellettuale meridionale. Il regime e l'antifascismo, il duello con Gentile, la polemica con Einaudi

Il biografo dell'Italia adulta


Dal trauma che ne segnò la giovinezza quando, a soli diciassette anni, perse la famiglia durante il terremoto di Casamicciola ai primi scritti. Ritratti di donne nobili e infelici che della Rivoluzione napoletana del 1799 furono protagoniste ed eroine e che Croce custodì per tutta la vita in una sfera riparatadi devozione interiore.Quindi, le prime riflessioni sulla storia, il rifiuto della cultura positivista, l'incontro con Labriola. L'influenza di Croce sulla cultura italiana, troppo spesso intesa nei termini di una nefasta egemonia, fu dovuta alla forza e alla qualità delle sue idee capaci di esprimere un bisogno di rinnovamento già esistente. Nonché a uno stile personalissimo, il cui periodare era un lungo ragionamento ininterrotto. Tra i pochi intellettuali italiani a opporsi alla guerra, divenne fiancheggiatore del fascismo. Sino al delitto Matteotti

di
GIANPASQUALE SANTOMASSIMO


"il manifesto", 19/20 novembre 2002


Ma è poi esistito davvero Don Benedetto? C'è stata un'epoca in cui passava per Napoli la Storia del Mondo? Già a pochi anni dalla sua scomparsa il personaggio di Ferito a morte di Raffaele La Capria lo vedeva come una di quelle solitarie città azteche che un esploratore scopre per caso nel fondo della giungla... La sola tradizione che abbiamo nel Sud. Sentinelle che si passano la voce nel buio da secoli... Vecchio, grande, sorpassato, inattuale era sembrato per gran parte della sua vita. Con ricorrenti polemiche sulla sua «egemonia» e sui campi del sapere che questa aveva precluso. Con molta verità, ma anche con qualche ingenerosità. Perché rivolta a un uomo che non aveva mai detenuto un effettivo potere politico, e - a differenza del suo amico e poi antagonista Gentile - neppure un potere editoriale o accademico (non era neanche laureato, quanto a questo). Si trattava di un privato cittadino che per gran parte della sua vita aveva stampato a sue spese una rivista che scriveva quasi tutta da solo. L'influenza di Croce nella cultura italiana era dovuta alla forza e alla qualità delle sue idee e, all'origine, alla corrispondenza di esse con i bisogni di rinnovamento già esistenti.

Croce era stato un autentico self-made-man, non nel senso americano del termine, perché non aveva avuto bisogno di costruire una fortuna economica, ma in senso più arduo e difficile, di uomo che si «costruisce» da solo, con estrema determinazione. Sul piano culturale come su quello etico e spirituale, con un «disciplinamento» che non cessa di stupire e che a volte appare anche eccessivo e inquietante. La famosa «serenità» esteriore di Benedetto Croce era in realtà un programma, una conquista pressoché quotidiana che egli stesso si impone, con quell'invigilare se stesso che è fatto anche di quotidiane e quasi maniacali annotazioni di pagine lette e pagine scritte, di persone viste, di pensieri pensati.

All'origine c'è una grande tragedia, un trauma che segna la sua giovinezza a diciassette anni, quando perde la famiglia nel terremoto di Casamicciola del 1883. Croce rimase a lungo sotto le macerie e sentì morire, uno dopo l'altro, i suoi parenti. Disse poi che si aiutò a trascorrere quella notte ripetendosi a memoria i brani di Pietro Colletta là dove si descrive il sisma calabrese del 1783. Ne uscì menomato e rimase leggermente claudicante per tutta la vita. Morirono accanto al padre sua madre e la sorella Maria descritta da molti come una ragazza «di rara bellezza». Chi volesse esercitarsi in una psicanalisi rudimentale su questi aspetti della vita giovanile di Croce e sull'assenza improvvisa di figure femminili potrebbe trovare ampio materiale.

Certo è che i suoi primi scritti impegnativi usciranno su una rivista «femminista» (come si definivano le riviste di cultura rivolte a un pubblico femminile) e saranno ritratti di eroine nobili e infelici. Nel 1887 pubblica i ritratti di Gaspara Stampa ed Eleonora Fonseca Pimentel. Farà seguito l'anno dopo in altra sede il ritratto di Luisa Sanfelice. Prende inizio con queste pagine anche il culto dei martiri della rivoluzione napoletana del 1799, a cui resterà fedele per tutta la vita. In intimo contrasto con tutto quanto verrà poi scrivendo e pensando su giacobinismo, illuminismo, rivoluzione francese; ma sarà come una sfera di devozione interiore al riparo da ogni critica.

Il Croce di questi anni è un giovane erudito che trascorre le giornate in biblioteca e ogni sera affitta un mulo (che restituirà come d'uso la mattina dopo) per risalire la collina del Vomero. Il primo scatto di irrequietudine e genialità avviene nel 1893, quando si cimenta in una memoria accademica a tema: se la storia sia arte o scienza. In ossequio alle idee del tempo scrive di storia e scienza, quando all'improvviso gli «scoppia nella mente» la soluzione nuova del problema. «Non avevo capito niente! La storia non può essere scienza, ma deve essere arte; perché la scienza è dell'astratto, e la storia è, come l'arte, del concreto... l'arte rappresenta il possibile, la storia, il reale. Corsi in tipografia. Scomponete! - Era tutto il passato che scomponevo. Ma, per edificare, nulla è più necessario che distruggere». Quasi un secolo dopo queste teorie giovanili gli assicureranno una imprevista fama postuma negli Stati Uniti presso la scuola di Hayden White e del linguistic turn. Ma all'epoca ciò che conta è che la sua produzione si caratterizzerà d'ora in poi stabilmente in opposizione alla cultura positivistica.

Su questo terreno avviene anche il suo incontro con Antonio Labriola e con il marxismo. Incontro ricco, complesso e pieno di equivoci. Labriola vede in lui il suo erede, il pensatore sistematico in grado di dare organicità a una filosofia marxista, e Croce vede nelle teorie di Marx un pensiero «forte» che può contrapporsi alle banalità «scientiste» dell'epoca. Suo malgrado, diviene uno dei protagonisti del dibattito europeo sul revisionismo, ma gli esiti a cui perviene saranno diversi da quelli auspicati da Labriola. Sei solo un «letterato», non hai vera passione politica, gli rimprovera, e Croce ne converrà. Entrambi non possono sapere quanto questo giudizio si rivelerà sbagliato.

Cosa tiene di Marx? Gli aspetti peggiori, si potrebbe dire. L'antidemocrazia e una teoria della violenza come «levatrice della storia», di impronta sorelliana, che lo salvaguarderebbe, a suo dire, dalle illusioni - oggi diremmo «buoniste» - del socialismo evoluzionista e riformista.

Croce si definirà d'ora in poi liberale, ma non «democratico»; i termini sono intesi del resto come conflittuali in gran parte della cultura liberale italiana del tempo. Liberalismo è per lui la creazione alta e concreta del secolo decimonono, democrazia discende dal diciottesimo secolo con le sue astrattezze e i suoi pregiudizi «massonici». Solo dopo il 1945 le parole democratico e democrazia usciranno dalla sua penna in termini non deprecativi.

Ma Croce si afferma ormai come il capofila di una «rinascita idealistica» in opposizione alla cultura del positivismo agonizzante. Tanto si è detto e scritto su questa svolta. Certo ne fa le spese il cosiddetto marxismo della II Internazionale, ma non si tratta di una ventata di irrazionalismo che cancella una sana cultura «scientifica». L'irrazionalismo era in realtà nella fermentazione della cultura del positivismo, dove tra darwinismo sociale, superuomismo e misurazione dei crani erano già in incubazione i fascismi e i razzismi del `900. La svolta antipositivistica di inizio secolo rappresenta uno scrollone salutare, e senza di essa sarebbe impensabile la cultura dei Gramsci e dei Gobetti.

Comunque, fin dai primi del secolo, Benedetto Croce prende stabilmente il posto di Carducci come intellettuale più rappresentativo della cultura italiana. E' una Italia adulta che prende il posto di una Italia bambina.

Il successo sembra determinarsi soprattutto sul terreno dell'estetica e della filosofia, assai più che della storia. Diventa quasi canone la parte più caduca della sua opera, quell'interrogarsi su confini e delimitazioni di Poesia e «Non Poesia». Don Benedetto che discetta di poesia è come un prete che parla di reggipetti, scriverà più tardi impietosamente Savinio.

Ma l'influenza di Croce prende ad agire in tutti i campi di ciò che forma la «politica culturale» di un paese moderno. Anche attraverso la forza di uno stile personalissimo, fatto di un periodare che è in realtà un lungo ragionamento ininterrotto, dove estrarre citazioni è impresa ardua perché ogni pensiero è strettamente concatenato al precedente e anticipa il successivo. Gramsci paragonerà la sua prosa a quella della tradizione scientifica della letteratura italiana, a Galileo anziché al Manzoni.

In ogni caso il decennio della «vera» egemonia crociana - che coincide con la cosiddetta «età giolittiana» - è un breve e costruttivo periodo di antiretorica, poi rapidamente travolto da una retorica aggressiva e malata, quella di D'Annunzio e dei nazionalisti.

Che Croce cominci ad essere «inattuale» nel suo tempo lo si constata con ogni evidenza già nel 1914, laddove Croce sarà l'unico intellettuale italiano di un certo prestigio ad opporsi alla guerra, non condividendo la scelta che accomuna personaggi così diversi, di destra e di sinistra, da D'Annunzio, a Salvemini, a Mussolini e a tutti i futuri «socialisti liberali». Come ha notato Bobbio, Croce «si erse a difensore della cultura offesa, più che del mondo insanguinato», ma nell'Italia del tempo è già moltissimo. Rifiuterà quella «militarizzazione della cultura» che fu uno degli effetti più perversi del clima creato dalla prima guerra mondiale, e continuerà a mantenere rapporti e scambi con i tedeschi, venendo addirittura tacciato di intelligenza col nemico quando pubblicherà in Germania nel 1915 la prima edizione della Teoria e storia della storiografia, che solo nel 1917 uscirà in edizione italiana.

Solo a partire di qui, peraltro, Croce si afferma come un grande teorico della storia; fino ad allora era stato soprattutto un letterato, un filosofo, un pensatore politico, e addirittura, per breve tempo, un critico dell'economia politica. Prende ad elaborare una teoria complessa, il cui elemento di fascino maggiore è sicuramente la sottolineatura della storia come sempre «contemporanea» e coinvolgente per lo storico e il lettore: «è mio saldo convincimento che ogni seria e schietta storia sia e debba essere «autobiografia», cioè entrare nell'animo dello scrittore come il dramma suo stesso, sicché egli senta e dica a se stesso a ogni moto di quella: Res tua agitur».

A guerra finita, Croce - che è stato ministro nel governo Giolitti - diviene col tempo uno dei tanti liberali «fiancheggiatori» del fascismo; lo ritiene moto necessario, volto a «irrobustire» le istituzioni liberali uscite disfatte dalla guerra. A missione compiuta - è l'illusione ricorrente in tanti - il fascismo dovrà ritirarsi in buon ordine, perché non più necessario. Quando il liberalismo degenera - scrive nel 1923 - «e resta poco più di una vuota e repugnante maschera, può essere benefico un periodo di sospensione della libertà: benefico a patto che restauri un più severo e consapevole regime liberale».

Nel rievocare il suo atteggiamento di questi anni, dirà spesso e sbrigativamente, con qualche imbarazzo, di essersi risolto ad avversare «apertamente» il fascismo «dopo il delitto Matteotti». Cosa tecnicamente vera, se non fosse che la crisi Matteotti dura per lunghi mesi, e che nel frattempo Croce continua a votare la fiducia al governo Mussolini per tema di un «salto nel buio», senza accorgersi che il salto sta già avvenendo. Nel frattempo quasi tutti i liberali sono passati all'opposizione, persino Salandra. Solo Croce rimane ancora fiducioso nel carattere transitorio dell'esperimento fascista.

Alla fine del 1924 l'immagine di Croce è quella di un notabile quasi sessantenne, liberale ma fiancheggiatore del fascismo, da questo a volte riverito, a volte mal sopportato, come un sopravvissuto di una vecchia Italia in rottamazione. Nulla lascia prevedere ciò che diventerà pochi giorni dopo, e la «seconda giovinezza» che si troverà a vivere - per la quale si dirà ironicamente «grato» a Mussolini - e nella quale produrrà le sue opere più belle e più alte.


Anni Trenta, Croce intraprende la più attuale delle sue battaglie. In difesa della libertà, si schiera contro il liberismo e apre a qualsiasi ipotesi di programmazione economica. Anche «comunista». Una presa di posizione spregiudicata che suscita scandalo tra i liberisti dogmatici


Il 3 gennaio del 1925, quando Mussolini rivendica a sé e al fascismo la responsabilità del delitto Matteotti e annuncia l'instaurazione della dittatura, Benedetto Croce è probabilmente uno degli italiani più sorpresi e sbigottiti. Fino all'ultimo aveva creduto possibile la «costituzionalizzazione» del fascismo; al Senato viene quasi aggredito da colleghi che gli rimproverano l'amicizia con Gentile, che è stato visto sbracciarsi ed applaudire con entusiasmo. Da questo momento in poi sarà un altro uomo, pienamente consapevole del ruolo che gli tocca assumere: «nei tempi di calma i pratici curano la pratica e gli studiosi gli studi. Nei tempi di crisi i pratici si smarriscono o sono eliminati; e gli uomini di studio assumono la parte dei critici ed educatori per l'avvenire».

Il 1° maggio 1925 scrive su sollecitazione di Giovanni Amendola il Manifesto degli intellettuali antifascisti, in contrapposizione a quello, fascista, di Gentile. Il suo «status» sotto il regime sarà del tutto particolare: la sua notorietà internazionale impediva di prendere provvedimenti penali contro di lui. Benedetto Croce viene «tenuto d'occhio» scrupolosamente nel corso del ventennio, la polizia si insedia nel portone del suo palazzo e annota i nomi di tutti quelli che vanno a trovarlo, ma è l'unico italiano che può pubblicare senza censure la sua rivista e i suoi libri.

Croce diventa un simbolo e un punto di riferimento per tutto l'antifascismo laico - la questione dei cattolici, come vedremo, è molto diversa - e non negherà mai conforto e consiglio a tutti gli antifascisti che si rivolgeranno a lui.

Apre molti fronti polemici, da quello con Gioacchino Volpe sulla interpretazione della storia d'Italia a quello complessivo, non solo di ordine filosofico, con l'ex-amico Gentile. Se quest'ultimo tenta di cristallizzare, «sistemare», la situazione esistente con la grande impresa dell'Enciclopedia italiana, Croce guarda invece all'avvenire, a ciò che verrà dopo il fascismo.

Ma se dovessimo scegliere la più attuale delle sue polemiche di quegli anni indicheremmo certamente quella meno nota, quasi rimossa oppure occultata negli ultimi tempi, che lo contrappone a Luigi Einaudi: contro il liberismo, in difesa della libertà.

Si apre un contrasto aperto, intessuto di attestazioni sempre amichevoli e sempre rispettose, ma durissimo e divaricante nella sostanza tra i due principali interpreti della cultura liberale italiana. E' una lunga polemica che parte in maniera sotterranea nel 1927 e arriva agli ultimi anni Quaranta, ma che trova nel corso degli anni Trenta il suo punto di contrasto esplicito e non taciuto. A ridosso della grande crisi economica, delle sue implicazioni e degli sconvolgimenti che provoca, e che trovano nel Croce angosciato dall'emergere di forze «vitali» e «irrazionali», prive di controllo, uno degli interpreti più sensibili e più misconosciuti.

Il liberismo classico è visto da Croce sempre più come un limite alla libertà. Qui sta il punto di partenza del suo contrasto con Einaudi. Il liberalismo è «religione» laica, che non deriva da ristrette teorie utilitaristiche ma da un afflato insieme etico e morale che percorre tutto il grande secolo ormai alle spalle nelle sue manifestazioni più alte, che tendono costantemente a distaccarsi dalla «morale utilitaria», da cui il liberismo è contaminato.

La polemica esplicita muoverà solo a partire dal 1931, dal grande affresco della storia europea dell'Ottocento che Croce andava tracciando. Nei saggi preliminari alla Storia d'Europa aveva delineato il contrasto tra la nuova fede liberale e quelle contrapposte, con molta intransigenza nei confronti di clericalismo e assolutismo, ma sfumando molto il contrasto col comunismo «che così chiamiamo col suo nome proprio e classico, e non già con quello di `socialismo'».

Emergeva una netta e ragionata dissociazione tra ideale liberale e teoria economica liberista: «il liberalismo non coincide col cosiddetto liberismo economico, col quale ha avuto bensì concomitanze, e forse ne ha ancora, ma sempre in guisa provvisoria e contingente, senza attribuire alla massima del lasciar fare e lasciar passare altro valore che empirico, come valida in certe circostanze e non valida in circostanze diverse». Di fatto il liberalismo non può rifiutare «in principio la socializzazione di questi o quelli mezzi di produzione, né l'ha poi sempre rifiutata nel fatto, ché anzi ha attuato non poche socializzazioni». Il comunismo stesso, dalle sue prime forme ottocentesche intrecciate a giacobinismo e «democratismo» a quelle più attuali - il riferimento sembra direttamente ispirato all'esperienza sovietica - sarebbe approdato a forme di realismo basate sul «corso storico delle cose... conservando l'ordinamento capitalistico cioè della proprietà privata, o... abolendo la proprietà privata; della qual cosa credette di trovar conferma e prova nelle crisi economiche e nelle distruzioni di ricchezze a cui l'ordinamento capitalistico darebbe luogo necessariamente per ristabilire di volta in volta, mercé quelle scosse e fallimenti, il suo equilibrio». In conclusione, per liberali come per comunisti, ormai «è questione di esperienza e non di ideali».

E il comunismo, quando «combatte gli egoismi degli interessi economici privati e conferisce al vantaggio comune, quando, coi suoi miti, pur anima di un qualsiasi ideale politico classi sociali estranee alla politica e le sveglia e le disciplina e ne inizia una sorta di educazione, dimostra anch'esso le sue virtù, e sarebbe stolto rigettarlo o volere ch'esso non fosse al mondo, come invece ben si rigetta... la sua materialistica religione».

Einaudi si mostra subito atterrito da queste aperture crociane, che gli appaiono cedimenti illogici e dannosi. Per Einaudi la libertà economica è presupposto e condizione di ogni altra forma di libertà. Una delle sue preoccupazioni principali è ribadire che «il liberalismo non può, neppure per figura rettorica, assistere concettualmente all'avvento di un assetto economico comunistico, come pare ammetta il Croce».

Nei capitoli finali della Storia d'Europa Croce sarebbe tornato sul concetto a proposito della crisi di fine secolo, in termini che nel rievocare un antico fallimento sembravano alludere a un altrettanto evidente crollo contemporaneo: «l'utopia del lasciar fare e lasciar passare, ossia dell'assoluto liberismo economico come panacea dei mali sociali, era smentita dai fatti... Per dippiù, essendo rimasto il concetto di liberismo pigramente associato con quello di liberalismo, la sfiducia nella formula liberistica induceva sfiducia nella verità stessa della libertà politica, che è concetto di altro ordine e superiore».

Il liberismo rischiava dunque di trascinare con sé nel suo crollo anche l'ideale liberale, che andava invece salvaguardato e perciò separato dal suo caduco compagno di strada. E' questa, al fondo, la preoccupazione maggiore che anima Croce in queste prese di posizione.

Nell'Epilogo, scritto nel dicembre 1931, il discorso di Croce non era più allusivo ma giungeva a una presa di posizione esplicita sull'attualità: «L'economia, come si suol chiamarla, `razionalizzata', che è venuta ora al primo piano nei dibattiti, non è neppur essa intrinsecamente cosa nuova; né il dibattito può volgere sulla sostituzione che mercé essa si debba fare della economia individuale o della libera iniziativa, indispensabile alla vita umana e al progresso stesso economico, ma solamente sulla proporzione maggiore o minore da attribuire all'una rispetto all'altra, secondo materie, luoghi e tempi e altre circostanze: che è argomento da tecnici e da politici, ai quali spetta di risolverlo di volta in volta nel modo più vantaggioso al crescere della produzione e più equo per la distribuzione della ricchezza». Il che non può non avvenire «se la libertà non prepari e non mantenga l'ambiente intellettuale e morale che è necessario a tanta opera», ma fatto salvo questo principio tutto il resto non è materia di dogmi.

Croce in realtà tenta di operare negli anni tra le due guerre un processo di «purificazione» del concetto di liberalismo, particolarmente avvertibile nel corso degli anni Trenta, quando l'ideale di libertà è più minacciato. Il liberalismo nella sua nuova visione diviene sempre di più un «prepartito» che dovrebbe tutti accomunare; nella sua traduzione politica non può che essere un duttile «contenitore» di politiche economiche e sociali diverse, volta a volta suggerite dalla congiuntura storica.

Nel 1938, nella Storia come pensiero e come azione, ribadisce che un criterio puramente pratico deve di volta in volta rendere «audacemente arditi o sommamente cauti, rivoluzionari o conservatori». E affianca il liberismo dogmatico all'elenco delle utopie potenzialmente distruttive della società. Del resto «la proprietà privata delle industrie, delle terre, delle case, o il loro accomunamento nello stato, non sono giudicabili e da approvare o riprovare moralmente ed economicamente per sé» ma in base alle circostanze.

Nel 1940 Croce torna sul tema della «contaminazione dei due ordini diversi» (forze morali e forze vitali) negando che si possa mettere «in rapporto di dipendenza la libertà, che è vita morale, con certi sistemi economici, il liberalismo col liberismo» e invertendo il rapporto logico che abitualmente gli apologeti del liberismo sono soliti proporre: «...per tornare ai liberali liberisti e alle rievocazioni e celebrazioni storiche della libertà economica come premessa o concomitanza dell'altra e civile e morale libertà, è forse da consigliare... di guardar più acutamente nel fondo, perché certamente si troverà che i benefici effetti, che si sogliono riportare alle istituzioni dell'economia liberista, erano in realtà manifestazioni della libertà morale che investiva quelle istituzioni e se ne giovava, e perciò non tanto condizioni quanto conseguenze».

«Si prova un vero stringimento di cuore - scriverà un Einaudi costernato nel 1941 - nell'apprendere da un tanto pensatore che protezionismo, comunismo, regolamentarismo e razionalizzamento economico possono a volta a volta secondo le contingenze storiche diventare mezzi usati dal politico a scopo di elevamento morale e di libera spontanea creatività umana». Così Einaudi tornava una volta di più ad esecrare l'inserimento del «comunismo» - accanto ad ogni forma di regolazione dell'economia, da sempre aborrita - tra i mezzi ammessi da Croce al fine di elevamento e di creatività umana nel campo della politica. Ma Croce, in un breve tratto della sua ultima produzione - che possiamo collocare tra il 1943 e il 1944 -, sarebbe in effetti arrivato esattamente e senza mezzi termini a quello sbocco che Einaudi temeva. Ciò avviene nella Nota sui partiti e la libertà, redatta nell'aprile 1943 e fatta circolare clandestinamente nella cerchia degli amici. E' sufficiente per Croce che il comunismo, per rendersi accettabile da un liberale, si sbarazzi di quel tanto o poco di prussiano e di dottrinario tedesco che gli deriva da Marx: «Basterà dunque che i comunisti si concentrino a difendere le loro proposte di rinnovamento economico della società e si valgano a questi fini dei mezzi che le istituzioni liberali largamente offrono a loro, disfacendosi delle tendenze alla dittatura e al governo dall'alto». Il terreno di incontro e di collaborazione era così delineato attorno a poche - e presto di fatto acquisite - condizioni.

Era questo uno dei punti più avanzati e spregiudicati mai raggiunti da un pensatore liberale. L'apertura, a ben vedere, non era verso il «comunismo» in quanto tale (vi erano state aspre polemiche precedenti, ve ne saranno parallele e successive, in forma di solenne scomunica del totalitarismo sovietico: l'Anticristo che è in noi) ma verso quella che appariva l'istanza più attuale di cui comunismo e socialismo (Croce non faceva grande differenza tra i due termini, in linea di principio) si facevano portatori: una radicale riforma economica in termini di razionale programmazione.

Croce riteneva invece - sbagliando - che un partito cattolico fosse di per sé inconciliabile con il liberalismo: «Un solo partito è, a parlare schietto, nel principio suo stesso, illiberale, il cattolico, o clericale che si voglia chiamare... E' dunque possibile una radicale conversione liberale dei comunisti, pure rimanendo liberi e rispettati assertori pertinaci di un'economica radicale riforma: ma non è possibile logicamente dei cattolici in quanto clericali...».

Croce scrive queste cose subito dopo aver pubblicato il Perché non possiamo non dirci «cristiani». Uno di quei testi famosi di cui pare si sia letto solo il titolo e che non è già momento di «riavvicinamento» di Croce alla Chiesa cattolica, bensì il suo scritto più anticlericale, giocato com'è sulla contrapposizione tra principio ideale del cristianesimo e inaridimento istituzionale e dogmatico delle sue istituzioni, col lungo e quasi provocatorio elenco di epoche, di correnti e di uomini interpreti «autentici» del messaggio cristiano e che coincidono esattamente con quelli condannati dal Sillabo.

Da moderato, Croce apprezzerà poi l'azione di De Gasperi, ma il 18 aprile sarà per lui «la vittoria dei lazzaroni e delle pinzochere». Ancora una volta era la Rivoluzione napoletana del `99 che tornava a suggerire termini e metro di giudizio.

Atterrito non già dalla morte («il terribile sarebbe se l'uomo non potesse morire mai, chiuso nella carcere che è la vita») ma dalla prospettiva di una perdita di consapevolezza, lascia memoria scritta avvertendo di non tener conto delle ultime parole che eventualmente potesse pronunciare in punto di morte laddove i parenti mossi a pietà consentissero a un prete di avvicinarsi.

Ma in realtà resterà lucido fino alla fine, e una volta entrato nel «Regno delle Madri» la sua fortuna sarà, come è naturale, esposta a corsi e ricorsi, eclissi e improvvise riscoperte. Come per tutti i classici, la sua opera non gli apparterrà più, ma sarà lasciata al libero gioco delle suggestioni, al ripensamento o alle forzature degli interpreti, alla casualità degli incontri e delle suggestioni.

Citiamo, per concludere, fra tutti l'accostamento più improbabile. La storia come pensiero e come azione è uno dei pochi libri che Ernesto Guevara porta nel suo zaino in Bolivia. E' solo il fascino irresistibile di un titolo? Impossibile dirlo, e pensarlo sarebbe far torto a un lettore appassionato e onnivoro ma che sceglieva con criterio le sue letture. A differenza che per altri testi, non abbiamo questa parte degli appunti di lettura del Che, dispersi nell'attraversamento di un fiume o nell'abbandono frettoloso di un accampamento. Eppure sarebbe stato suggestivo registrare se e quali scintille avesse determinato l'incontro tra il senso religioso della libertà e le strade tortuose della libertà liberatrice.






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