Guerra in Iraq, perché «No»

Lucia Annunziata sceglie il registro del realismo, ma prendendo le distanze dal pacifismo, nel suo No. La seconda guerra irachena e i dubbi dell'Occidente, appena uscito da Donzelli



di
IDA DOMINIJANNI


"il manifesto", 22 ottobre 2002



«La guerra sbagliata al momento sbagliato», titolava sul New York Times di domenica una analisi di Tony Judt sull'abissale incoerenza fra l'annunciata spedizione «preventiva» su Baghdad e le strategie di contrasto che il terrorismo globale richiederebbe effettivamente. Analisi lucida, senza complimenti verso «Mr Bush» e senza bisogno di quella premessa perbene - «non c'entro nulla con Gino Strada» - che dalle nostre parti chiunque osi esprimere qualche dubbio sulla guerra in Iraq si sente in dovere di pronunciare per distinguere le ragioni «realiste» contro l'intervento da quelle «pacifiste». Sceglie il registro del realismo, e prende a sua volta le distanze dal pacifismo, anche Lucia Annunziata, nel suo No. La seconda guerra irachena e i dubbi dell'Occidente appena uscito da Donzelli. Nel caso, è un No che vale tre volte, l'autrice essendo stata favorevole, come lei stessa ricorda senza pentimenti, sia alla prima guerra in Iraq sia alla spedizione «umanitaria» in Kosovo sia alla guerra in Afghanistan; ed essendo oggi schierata - senza l'ombra del dubbio su questa rappresentazione della partita in corso - con il campo americano-occidentale contro il campo arabo-islamico, fino a ritenere necessario accettare quei sacrifici delle libertà sull'altare della sicurezza che molti intellettuali liberal e radical americani considerano invece inaccettabili.

Si tratta dunque di un No circoscritto, circostanziato e non neutrale; motivato in base al criterio dell'efficacia; sorretto dall'analisi delle trasformazioni e dei conflitti che dopo il crollo del bipolarismo, e segnatamente dopo la prima guerra del Golfo, si sono prodotti nel mondo arabo lungo il «decennio del rancore» che ha generato il fenomeno Bin Laden. Un No preoccupato dell'approssimazione strategica con cui l'amministrazione americana prepara questa guerra senza un'idea chiara per il dopoguerra; un No allarmato, infine, per la piega ideologica e a suo modo «rivoluzionaria» che la weltanschauung dell'America al comando mostra di prendere in quel testo sintomatico e decisivo che è la National Security Strategy di Bush (tanto sintomatico e tanto decisivo che No lo ripubblica in appendice in traduzione italiana).

Non mi soffermo sulla parte geopolica e storica del ragionamento e vengo invece a quest'ultimo punto, di cui Lucia sottolinea alcuni risvolti fin qui in ombra nel dibattito: in particolare, il retroterra politico e culturale su cui nasce il nuovo unilateralismo interventista di Bush. Retroterra «esploso», è il caso di dire, con gli attentati dell'11 settembre, ma coltivato nel lungo confronto degli anni 90 fra l'ipotesi clintoniana e la voglia di revanche dei repubblicani, e concimato con alcuni ingredienti mefitici come la diffidenza antitecnologica (e relativa «riscoperta» del petrolio), l'odio per i comandamenti tolleranti e pluralisti del politically correct, il disprezzo per gli intellettuali, la colpevolizzazione (spacciata per «responsabilizzazione») della povertà e del welfare. Sì che alle critiche che l'autrice rivolge alla sinistra italiana (due in particolare, che personalmente condivido: una visione troppo compatta e vittimistica del mondo arabo, che elude il giudizio sulle sue contraddizioni interne; e una eccessiva enfasi sull'economia del petrolio come spiegazione monocausale degli eventi) ne aggiungerei un'altra, quella di aver guardato con troppa distrazione superficialità ai contrasti politici e culturali che nel decennio passato solcavano il sistema americano sotto la crosta di un'apparente uniformità.

Una domanda, infine, all'autrice e al suo realismo: la progressiva riabilitazione della guerra che dal `91 in poi, fra l'Iraq il Kosovo e l'Afghanistan, si è affermata in Occidente contro la lettera e lo spirito delle Costituzioni novecentesche regge davvero al criterio di valutazione realistico del caso per caso, o non suggerisce al contrario che proprio il realismo politico è in scacco, sotto i colpi di una «irrazionalità» del politico che non si lascia più mettere in ordine?

idomini@ilmanifesto.it




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