L'altra faccia di Giano democratico

Europa. Tutti i significati della parola «popolo» fra comunità e cosmopolitismo, nei terremoti del mondo globale che mettono alla prova le costruzioni della politica novecentesca



di
IDA DOMINIJANNI


"il manifesto", 7 maggio 2002



Basta la copertina di Libération di ieri - un gigantesco OUF a caratteri cubitali, sotto l'occhiello «l'82% per la Repubblica» - a dire il senso di sollievo dei francesi per lo scampato pericolo: Le Pen è sconfitto, la Repubblica è salva, anche se del salvatore Chirac c'è poco da rallegrarsi e della forma di governo costituzionale - quel famoso semipresidenzialismo coabitativo che pochi anni fa mezza sinistra italiana voleva adottare come miracoloso farmaco - c'è pochissimo da fidarsi. Ma, riaddomesticata la belva xenofoba nel recinto del suo 18%, quanto può durare il respiro di sollievo? Non c'è solo la crisi costituzionale da affrontare, non c'è solo Chirac da digerire, non c'è solo la sconfitta della sinistra da elaborare. C'è da guardare in faccia il virus del populismo. Perché i virus, si sa, non si lasciano imprigionare nei recinti: sconfitto Le Pen, il problema resta. E non è attribuibile in Francia al solo Le Pen, se è vero che lo stesso discorso politico di Chirac non è scevro dalla retorica populista. Quanto all'Italia, ne conosciamo meglio che altrove il dilagare e la capacità di presa, dall'invenzione della Padania di Umberto Bossi alla conquista di Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi. A mettere il virus sotto osservazione, nel laboratorio della crisi delle democrazie occidentali, aiuta il volume su Populismo e democrazia di due studiosi francesi, Yves Mény (attualmente direttore del centro Robert Schuman dell'Istituto universitario europeo di Firenze) e Yves Surel, pubblicato dal Mulino alcuni mesi fa (ne raccomanda la lettura Giuliano Amato, nel suo Tornare al futuro uscito recentemente da Laterza) e colpevolmente trascurato dalla stampa italiana, manifesto compreso, in queste settimane cruciali per lo scenario francese, sul quale Mény e Surel forniscono non pochi spunti illuminanti. Non gli unici: costruito su base comparativa, il libro passa sotto osservazione Le Pen come Ross Perot e Buchanan, la Lega di Bossi e il Vlaams Blok fiammingo, la Nuova democrazia svedese e il Partito della libertà di Haider, il club azzurro di Berlusconi nonché gli accenti populisti rintracciabili nel linguaggio di leader dalle indiscutibili basi democratiche come Chirac, Margaret Thatcher, Clinton, Blair: l'intero panorama del populismo occidentale degli anni novanta, nella cornice della globalizzazione e della crisi lacerante dei sistemi democratici, cornice senza la quale - questa una delle tesi centrali -il populismo non è interpretabile, essendone in sostanza una diretta filiazione.

E anche qualcosa di più. Mény e Surel non si limitano infatti a indicare le cause prossime, ancorché sistemiche, della deriva populista. Queste sono ormai risapute e facilmente elencabili, scorrendo il catalogo dei traumi e dei malanni che hanno attaccato l'ordine democratico da quando, col crollo del suo antagonista sovietico, è diventato l'ordine vincente su scala planetaria. Il trauma numero uno, notoriamente, si chiama globalizzazione, con tutte le insicurezze in cui trascina i ceti sociali penalizzati dalla crisi del welfare nazionale e dall'impatto con l'era del lavoro immateriale (operai, artigiani, commercianti, agricoltori: gli stessi ceti che cercano riparo nel voto alle formazioni populiste). I malanni, si chiamano crollo dei sistemi politici consolidati; crisi della rappresentanza, della forma-partito e più in generale della mediazione politica, sostituita da quella massmediale e dalla costruzione enfatica e personalistica della leadership; corruzione non più occasionale ma sistemica (Tangentopoli è stato solo un capitolo); conseguente risentimento popolare antipartitocratico e antipolitico. Una miscela di ingredienti che si rafforzano l'uno con l'altro (sì che ad esempio, come insegnano i tempi di Tangentopoli e Mani pulite, il sensazionalismo dei media dà fiato al risentimento antipolitico e finisce col costruire quel lessico populista di cui le formazioni antisistema si nutrono), e che nell'Italia degli anni Novanta si sono dispiegati uno per uno con la dirompenza che sappiamo, e che in altri paesi, francia compresa, hanno avuto effetti forse più diluiti ma non meno distruttivi.

Ma l'analisi di Mény e Surel, dicevo, non si accontenta di questo sguardo sul decennio che abbiamo alle spalle e che ha mandato per aria tutto il castello politico edificato lungo il secolo della grande politica. C'è una questione di fondo che sta a cuore ai due autori, ed è l'individuazione di un legame più stretto fra democrazia e populismo: un legame genetico, che fa sì che le tendenze populiste rispuntino periodicamente nei tornanti decisivi di crisi e ristrutturazione della democrazia. Del resto, è la lingua a suggerire la pista: e tutte le lingue europee dispongono non a caso di una coppia di termini - popolare-populista, popular-populist, voelkisch-populistich e via dicendo - che segnala lo slittamento di senso a cui la stessa parola è soggetta nel passare dalla versione democratica a quella populista: sempre di popolo si tratta, ma con un significato, un uso e delle conseguenze diverse. E che dire della contiguità fra demofilia, demagogia, demopedia, che faceva dire a Proudhon che la differenza fra una buona e una cattiva democrazia passa fra l'educazione e la seduzione del popolo?

La pista della lingua dice dunque che fra democrazia e populismo il confine è labile, e la contiguità sta all'origine. All'origine infatti c'è, per entrambi, il popolo, e la sovranità popolare come criterio ultimo di legittimazione. Senonché, sia il popolo sia la sovranità popolare subiscono, nella storia della politica occidentale e in specie nella sua costruzione moderna, europea e americana, diverse torsioni. Una, in particolare, è decisiva ai fini del nostro presente: la svolta costituzionalista che si attua in Europa, e in particolare nei paesi maggiormente segnati dall'esperienza fascista come l'Italia e la Germania. Quella svolta serve a stabilire che la sovranità popolare ha dei limiti, che il principio di maggioranza non è onnipotente, che il potere politico fondato sul consenso popolare ha il suo confine nel principio di legalità e nel potere giudiziario che lo esprime. Se forza questi principi del costituzionalismo, rivendicando il potere sovrano del popolo al di sopra e contro di essi, la democrazia sconfina nel populismo. Il quale infatti non è, a rigore di termini, un'ideologia antidemocratica - anzi, si presenta ovunque come una sfida per il rilancio e la «purificazione» della democrazia - , bensì un'ideologia anticostituzionale.

Anche di questo, potremmo dire a conforto della tesi di Mény e Surel, in Italia abbiamo tutte le prove, nella cronaca quotidiana nonché nell'insensata diatriba fra chi nell'attuale maggioranza di governo vede i rischi di un regime e chi no, diatriba che occulta il rischio vero di un'uscita non dalla democrazia tout court, ma dalla democrazia costituzionale. Mény e Surel aggiungono però ancora qualcosa. La tensione fra una corrente «calda», per così dire, e una «fredda» è costitutiva della storia della democrazia; è quella tensione fra utopia e realismo, rivendicazione del potere sovrano del popolo e delega alle procedure che aveva trovato appunto nel costituzionalismo della seconda metà del Novecento il suo punto di equilibrio. Se questo punto di equilibrio è saltato, bisogna capire bene perché è saltato. Certo,il passaggio di sovranità dai confini dello stato nazione alle agenzie sovranazionali ci ha messo del suo. Ma non spiega tutto. Il fatto è, sostengono gli autori, che la corrente fredda, cioè la delega alle procedure e al professionismo politico, ha prevalso fin troppo sulla corrente calda dell'ascolto del demos e della partecipazione popolare. Che, non trovando più voce nei canali classici della rappresentanza, la cerca e la trova altrove: nelle sirene populiste e nell'identificazione con leader apparentemente più simpatici e simpatetici dei politici di professione tradizionali. E allora? «La democrazia non può fare a meno del popolo proprio quando ha spinto gli artefatti del costituzionalismo a un grado così alto di raffinatezza. Il populismo ci ricorda, sotto forme eccessive e sgradevoli, che le costruzioni più elaborate del governo degli uomini non possono ignorare il popolo a favore delle élite, i comuni mortali a favore degli esperti, le aspirazioni al cambiamento di fronte alle ferre regole delle carte dei diritti fondamentali...Come ogni malessere il populismo è sgradevole, ma può significare un salutare richiamo: anche se il popolo non è tutto, deve comunque essere qualcosa». In Francia come in Italia, chi a sinistra ha orecchie per intendere intenda.




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