Va raccolta la sfida delle società aperte
"La Terza via nasce dalla storia della sinistra"



di
ANTHONY GIDDENS,


"La Repubblica", 9 marzo 2000



E' appena uscito in Gran Bretagna il nuovo libro di Anthony Giddens, direttore della London School of Economics, dal titolo "The Third Way and its critics". In quest'articolo l'autore ne sintetizza i contenuti. La terza via è il termine con cui oggi si identifica il revival della socialdemocrazia. Dodici dei quindici paesi dell'Unione Europea sono attualmente governati da partiti o coalizioni di sinistra. La Spagna, l'Irlanda e l' Austria sono i soli paesi ancora governati dalla destra. È la prima volta che il centrosinistra si trova contemporaneamente a governare i quattro più importanti paesi europei: Regno Unito, Germania, Francia e Italia.

L'idea della terza via non è esattamente senza controversie. Il termine non è nuovo, né ha una storia immacolata. In passato è stato usato molte volte, sia dalla destra che dalla sinistra. Già negli anni '50 alcuni socialdemocratici parlavano di tracciare una terza via, alternativa al liberismo americano da una parte e al comunismo sovietico dall'altra. In seguito, il termine è stato spesso impiegato per descrivere il cosiddetto socialismo di mercato, un'idea che non ha portato da nessuna parte.

Il primo politico attuale a rendere di nuovo popolare la "terza via" non è stato un europeo, bensì il Presidente Bill Clinton. Nel suo discorso del 1996 sullo Stato dell' Unione, Clinton ha affermato di aver trovato una nuova via politica, una terza via, appunto. Il termine è stato però usato molto più spesso da Tony Blair, il quale nel 1998, tramite la Società fabiana, ha scritto un libello che recava quel titolo.

Il dibattito sulla terza via è diventata una questione internazionale. Uno dei suoi più importanti commentatori, al di fuori dell'Europa e degli Stati Uniti, è il Presidente del Brasile, l'ex sociologo Enrique Cardoso. Questo concetto ha inoltre attirato l'attenzione di vari leader politici di altri paesi latino-americani, tra cui il Messico, l'Argentina e la Colombia. Il dibattito sulla terza via sta prendendo piede anche in Asia: recentemente sono stato a Pechino dove ho tenuto una conferenza sulla terza via nella politica presso l'Accademia delle Scienze sociali cinese. Sono rimasto sorpreso dalla profondità del dibattito che ha fatto seguito alla conferenza, nonché dal consenso che la terza via suscita in relazione al contesto cinese. Un'analoga conferenza ha suscitato un interesse ancora maggiore in Corea, dove mi sono recato subito dopo.

Ma cos'è esattamente la terza via? Molti socialdemocratici europei la guardano con sospetto, in quanto associano il termine a Clinton e a Blair, considerati troppo vicini a politiche neoliberiste. Per questi critici, la terza via non è altro che un Thatcherismo dal volto umano. È un tradimento dell'ideale socialdemocratico del provvedere collettivo alle necessità dei poveri e dei bisognosi. Questo tema è diventato un cavallo di battaglia degli oppositori di Tony Blair nel Regno Unito. I critici di sinistra Stuart Hall e Martin Jacques l'hanno criticato aspramente nell'unica riedizione di Marxism Today, intitolata semplicemente 'Wrong!' ("Sbagliato!"). Gli autori di destra, da parte loro, considerano la terza via un concetto vacuo. In un recente articolo dell'Economist, ad esempio, si parlava della terza via come di una "politica dei lustrini", che propone agli elettori una minestra riscaldata, un guazzabuglio di idee e politiche fatto di tanto fumo e niente arrosto.

Non credo che queste critiche siano giustificate. La terza via politica, così come la vedo io, fa parte della tradizione della socialdemocrazia, anzi, è la socialdemocrazia, rivista e attualizzata. E non è affatto un concetto vuoto. Al contrario; la terza via è un serio tentativo di confrontarsi con i dilemmi chiave della politica contemporanea. La terza via cerca di andare oltre le due filosofie politiche dominanti del dopoguerra. Una di queste è la stessa democrazia vecchio stile, ovvero quella forma di socialdemocrazia che ha tenuto banco per circa un quarto di secolo dopo la Guerra. Trovava le sue radici nella gestione keynesiana della domanda, nell'interventismo del governo, nello stato assistenziale e nell'egualitarismo. L'altra filosofia è proprio il neoliberismo o il fondamentalismo di mercato. I neoliberisti credono che il mercato sia sempre più intelligente dei governi, e che quindi l'intervento dello stato e del governo debba essere ridotto al minimo indispensabile. I neoliberisti sono ostili allo stato assistenziale, perché paralizzerebbe la produttività soffocando l'iniziativa privata. Ognuno di questi punti di vista, corrispondenti rispettivamente alla vecchia sinistra e alla nuova destra, ha ancora i suoi partigiani. È però chiaro come entrambi siano lontani dalle esigenze attuali. Pochissime persone, certamente non il grosso degli elettori dei paesi sviluppati, desiderano tornare al vecchio stato burocratico e verticistico. È però altrettanto ovvio che la società non può essere gestita come se fosse un gigantesco mercato. Se in Europa la gente ha votato per i partiti del centrosinistra e negli Stati Uniti continua a sostenere il Presidente Clinton, è perché vuole qualcosa di diverso da queste due alternative.

La terza via è qualcosa di diverso. Non è ancora una filosofia politica ben definita, ma è sulla strada giusta per diventarlo. La vecchia sinistra vorrebbe restare aggrappata, o ritornare, a quelle politiche che sembravano funzionare così bene nei primi anni del dopoguerra. Questo non è possibile. I cambiamenti avvenuti da allora sono stati troppo radicali. I cambiamenti più importanti riguardano la crescente globalizzazione, un processo che si è accelerato dopo il crollo del comunismo sovietico.

Le diverse reazioni ed interpretazioni della globalizzazione contraddistinguono alcune delle nuove linee politiche sbagliate. Nella sinistra tradizionale si tende a negare i cambiamenti avvenuti nel mondo negli ultimi trent' anni o a considerare la globalizzazione nefasta a tal punto da opporvisi con tutte le forze. Un notevole esempio del primo punto di vista è rappresentato dall'opera di Paul Hirst e Graeme Thompson : Globalisation in Question (La globalizzazione in questione). Due libri appartenenti all'ultimo genere, best-seller rispettivamente in Germania e in Francia, sono The Global Trap, (La trappola globale) di Hans-Peter Martin e The Economic Horror (L'orrore economico) di Vivienne Forrester. Invece, la politica della terza via accetta la realtà della globalizzazione, ma la vede come un fenomeno con molti effetti positivi ma anche problematici. Un altro modo per esprimere che cos'è la terza via è il seguente: una risposta positiva della socialdemocrazia alla globalizzazione.

Diversamente dai neoliberisti, i teorici della terza via pensano che la globalizzazione richieda una gestione collettiva. Che richieda perciò un'amministrazione attiva, a tutti i livelli, globale, nazionale e locale. È diventato un luogo comune pensare che, a mano a mano che la globalizzazione avanza, l'amministrazione pubblica divenga superflua. La terza via, invece, non vede nella globalizzazione un ridimensionamento del ruolo dell'amministrazione, bensì una sua maggiore importanza. Tuttavia la "amministrazione" non deve più essere identificata semplicemente con il governo nazionale. Lo stato-nazione non diventa un concetto obsoleto, anzi; un obiettivo primario della terza via è proprio quello di riaffermare le identità nazionali in un quadro globale. La globalizzazione, in ogni caso, produce una spinta verso il decentramento e la delega amministrativa.

Allo stesso tempo, essa crea sia l'esigenza che la possibilità di forme di governo transnazionali. Il fervore del dibattito sulla terza via in atto in Europa si spiega proprio con i progressi dell'Unione Europea. L'UE non è un semplice trattato tra stati, né un' associazione internazionale come le Nazioni Unite. Nell'UE, le nazioni hanno rinunciato volontariamente a parte della loro sovranità, unendo le proprie risorse a vantaggio di tutti. Da ciò possono trarre lezione molti altri paesi del mondo, compresi quelli dell'Estremo Oriente. La terza via non cerca di amministrare tutto, ma di amministrare in modo dinamico. Pone un forte accento sul rinnovamento delle pubbliche istituzioni, ma non equipara più il "pubblico" con lo "statale". Spesso infatti le pubbliche istituzioni vengono meglio tutelate, o ravvivate, da più entità combinate, di cui lo stato è solo una. Ad esempio, nelle regioni dove la concorrenza esterna o i cambiamenti tecnologici hanno distrutto l'industria locale, l'interventismo governativo di vecchio stampo si rivela di scarsa utilità. Invece, un intervento concertato con le imprese e le comunità locali può contribuire a rilanciare lo sviluppo economico.

Rosabeth Moss Kanter, della Harvard Business School, ha documentato l'efficacia di questo tipo di iniziative negli Stati Uniti. Il suo studio contribuisce a sfatare il mito secondo cui gli alti livelli occupazionali negli Stati Uniti sono stati ottenuti solo attraverso la creazione di posti di lavoro mal pagati e la deregulation del lavoro. Uno dei tanti esempi da lei citati è quello del risanamento industriale nell'area di Denver. Alla fine degli anni '80 l'economia di Denver, completamente dipendente dal petrolio, si trovava in piena recessione. Una nuova coalizione regionale, la Greater Denver Cooperation, è riuscita a rigenerare l'economia locale. Moss Kantler sottolinea che per la riuscita di questo processo è stata di vitale importanza la cooperazione tra le comunità locali e le organizzazioni non- profit con le imprese e la pubblica amministrazione.

Nel contesto europeo, una questione fondamentale per il nuovo centrosinistra riguarda il suo atteggiamento verso lo stato assistenziale e più in generale, verso la giustizia sociale. Un segno distintivo della moderna sinistra è che non dipinge più il vecchio stato assistenziale tutto a rose e fiori. Gli scrittori e i politici della vecchia sinistra amano ricordare un tempo in cui tutto al mondo andava bene, quando lo stato assistenziale tutelava i cittadini dalla nascita alla morte e quando la piena occupazione era la normalità. La realtà era invece molto più complessa; i sistemi assistenziali erano spesso burocratici e inefficienti e a volte non riuscivano ad aiutare proprio i più bisognosi. La piena occupazione veniva raggiunta solo nel contesto della famiglia tradizionale, dove vi erano forti discriminazioni di sesso.

I teorici della terza via insistono sul fatto che lo stato assistenziale necessita di una riforma radicale, ma non vogliono ridurlo a una semplice ancora di salvezza. Piuttosto, come per altri aspetti del programma della terza via, il punto fondamentale è la modernizzazione. Uno stato assistenziale modernizzato è uno stato riformato internamente e adeguato alle esigenze del mercato globale. Tra le altre cose, questo implica il miglioramento dell'istruzione e della capacità occupazionale, l'eliminazione delle sacche di povertà e la modifica dei sistemi pensionistici. Tuttavia non implica, e non deve implicare, il soccombere alle regole del mercato e l'abbandono del tradizionale interesse della socialdemocrazia verso la giustizia sociale. I sistemi assistenziali esistenti non sono stati molto efficaci nella ridistribuzione del reddito e del benessere tra i ricchi ed i poveri. Dobbiamo trovare altre soluzioni. La terza via deve contemplare un nuovo programma di ridistribuzione, che sia però compatibile con l'iniziativa privata e la libertà individuale.

Non penso che questa aspirazione debba essere limitata ai paesi ricchi. Così come altri aspetti della terza via, ha un'applicazione molto più generale. È una componente essenziale del dialogo globale oggi in atto. Qualunque siano i suoi esiti, la teoria della terza via sarà probabilmente al centro del dibattito politico dei prossimi dieci-vent' anni, come il neoliberismo lo è stato negli ultimi vent'anni e la vecchia socialdemocrazia nei vent'anni precedenti.




Top




| Home | Bioetica & Bioetiche | Che cos'è la Bioetica | Spiritualità |
| Libri | Filosofia della Politica | Documenti | Massime & Citazioni |
| Che cos'è il «Tobagi» | Aderire al «Tobagi» |