Come votano le fabbriche
E la sinistra dei trotskisti-surfisti dimenticò le domande degli operai



di
GIAN ANTONIO STELLA

Corriere della Sera, 25 aprile 2002



Bollettino antagonista: ottime notizie dal fronte occidentale. La «Lutte Ouvrière» di Arlette Laguiller, scrive Liberazione, non solo prende il 6 per cento, ma facendo onore al suo nome «arriva a picchi del 10-15 per cento tra il voto operaio». Sale un coro dalle masse: wooow! Da non credere, madama Luxemburg!

Certo, la nostra sinistra rifondarola cerca di non ostentare la soddisfazione e fa mostra d’esser turbata per il trionfo di Le Pen e Bertinotti dice che potrebbe perfino votare Chirac anzi «paradossalmente sarebbe più difficile votar Jospin perché ciò significherebbe trovare qualche ragione di coinvolgimento con lui» e insomma il suo bianco più bianco rivoluzionario ne uscirebbe unto di sugo riformista. Sotto sotto però, vuoi metter la soddisfazione? Picchi del 10 per cento nella classe operaia! E via coi violini per l’Ariette e per la (sia pure amara) «vittoria storica» e per Olivier Besancenot, il postino della Lega Comunista Rivoluzionaria che «per aver 27 anni ha le idee chiare», rappresenta la «voce dei senza voce e degli anonimi» e avendo fatto una campagna tutta «in sintonia con la società» ha preso il 4,3 per cento «superando il Pcf» (tié!) lui pure con chissà quali picchi.

Mentre sullo sfondo resta un piccolo fastidio: quanto ha preso, tra gli operai, il razzista Jean-Marie? Boh... Una prima risposta l’ha data «Liberation», con un sondaggio che lo stesso quotidiano di Rifondazione ha ieri ripreso. Tra le tute blu francesi il Fronte Nazionale raccoglie un quarto dei suoi voti (il 26,1 per cento), Lotta Operaia un decimo (il 9,9) e la Lega Comunista Rivoluzionaria un trentesimo: il 3,2. Tema: perché l’elettorato popolare va a destra? Risposta rifondarola: perché la sinistra è poco di sinistra. Elementare, Cipputì.

Uno studio di Michele Corsi sui partiti europei dell’estrema destra pubblicato sul sito «Reds», da prendere con le pinze come buona parte del mondo Internet, disegna un quadro ancora più fosco: «In Danimarca il Fremskridtsparti (Frdp) dal ’94 ha superato i socialdemocratici nel consenso tra gli operai (...) In Norvegia già nell’89 metà degli elettori del Fremskrittsparti (Frdp) apparteneva alla classe operaia e dal 1995 la quota dei suoi elettori operai ha superato quella del partito laburista. In Svezia l’elettorato operaio della Ny Demokrati (Nyd) raggiunge il 43 per cento (...) In Austria il Fp di Haider è passato dal 4 per cento di voto operaio nel ’79 al 21 del ’90 al 47 del ’99 (...) Quanto alla Francia una ricerca del ’97 stabiliva che più del 50 per cento dei sostenitori di Le Pen si collocavano negli ultimi due di una scala sociale formata da dieci gradini».

Né la situazione è poi così diversa da noi. Stando all’Ispo di Renato Mannheimer, che già nell’87 aveva dimostrato con Giacomo Sani che «la classe sociale ha sempre contato poco nello spiegare il comportamento elettorale», gli operai italiani (7 milioni e 342 mila pari al 34 per cento degli occupati e 15 dell’elettorato) voterebbero oggi per il 42 per cento a destra e il 48,9 a sinistra. I neocomunisti sarebbero l’11,5 per cento, i berlusconiani il 26 (31, dice l’istituto Cattaneo, nelle aziende private), con picchi (questi sì) della Lega nella Pedemontana, dove una ricerca Cgil del ’97 dice che sono leghisti 33 operai su cento.

Per non parlare delle aree industriali meridionali tipo Melfi (stabilimento Fiat) dove Rifondazione ha raccolto nel 2001 il 3,7 per cento. O del Triveneto: dice l’ultimo studio della Fondazione Nordest diretta da Ilvo Diamanti, esente da ogni sospetto di partigianeria, che tra gli operai veneti e friulani (ai quali una scandalizzata analisi del «Manifesto» rinfacciava nel ’95 «una sorta di complicità tra capitale e lavoro in nome dei consumi»), il centro destra miete oggi il 66 per cento, la sinistra il 24.

Vogliamo riassumere? Una catastrofe.

Luigi Pintor, un anno fa, l’aveva riconosciuto con onestà nobile e amara: «Qualsiasi sommossa di schiavi, da Spartaco in poi, ha il potere di sedurmi. Rivoluzionario nella vita pubblica, sono tuttavia rimasto profondamente borghese nel privato, senza trovare un’armonia tra comportamenti intimi e ideali pubblici. Io non c’entro niente con il mondo di cui ho parlato per una vita. Un po’ come molti intellettuali di sinistra. Non sanno niente della realtà di cui si occupano». E chiudeva: «La sinistra è rimasta quanto di più lontano dalle pulsioni degli uomini. La destra vincerà le elezioni proprio perché intercetta i bisogni reali degli individui».

Dopo la catastrofe francese, Livio Maitan (che spostando gli equilibri dentro Rifondazione buttò giù Prodi sbottando: «Da una vita aspettavo di far cadere un governo borghese») denuncia le «bugie» sui trotskisti narrando del «grande sciopero alla Renault del 1947». Marco Ferrando, trotskista-surfista, dice che lui non voterebbe mai Chirac perché «tra peste e colera è difficile scegliere». E Rina Gagliardi, che il giorno della scissione del Pcdi dava di matto strillando che confonderla con una cossuttiana era «peggio che scrivere che batto sul raccordo anulare», dice che il successo dei trotskisti «non si è prodotto, nell’insieme, a spese della sinistra ufficiale» e sdottoreggia: «Non sarebbe magari più proprio definire il gruppo di Lutte Ouvrière un’organizzazione bordighista?».

E non ce n’è uno che, in un sussulto, ripensi alla «pulce anarchica» di Trilussa, che tesa al gesto eroico di bloccare «n’orologgio d’oro» disse basta, «se la vita mia / pò cambià l’annamento de l’orloggio / moro acciaccata! Evviva l’anarchia!». Un salto e via, negli ingranaggi. «E fece male assai: ché er giorno appresso / la sfera granne annava addietro un quarto / ma le rote giraveno lo stesso!».






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