P. FLORES D'ARCAIS
Etica senza fede
Einaudi, Torino 1992


di
Renato Pagotto
(Fondazione "Stefanini")



Il saggio, esemplare esercizio di eroico furore bruniano in aggiornata versione neoilluministica, accattivante per la carica di indignazione che lo pervade, denuncia il tradimento del patrimonio ideale libertario della modernità. Fa seguito ad altre pubblicazioni del direttore della rivista "MicroMega", tra cui: Il disincanto tradito (1986); Esistenza e libertà. A partire da H.Arendt (1990); La rimozione permanente (1991). Si propone di scuotere le coscienze, soprattutto laiche, dal sonno della ragione in cui un po' tutti siamo piombati, mobilitandole contro ogni cedimento ai vari totalitarismi, integralismi, fondamentalismi, massificazioni, conformismi. Vuole restituire fiducia al "radicalismo anarchico" in declino, un declino ingiustificato, che lascia spazio all'apoteosi del papa polacco, apparentemente vincente sul totalitarismo dell'Est, nel mentre offre anch'esso un suo totalitarismo dottrinario, anche quando parla di libertà di coscienza.
Iniziando la lettura dal cap. VI si ha subito la chiave interpretativa. La scienza determina il disincanto sul mondo. Ad esso non va attribuito alcun senso o traccia di finalismo: in natura tutto è affidato al caso. Acquistano pertanto dignità di senso soltanto le scelte dell'individuo umano, il quale, da se stesso e non come gruppo, è l'irriducibile soggetto autodeterminantesi autonomamente; e quindi liberamente. Ciò apre la strada a "lo spirito critico, cioè lo spirito santo della modernità" e alla "radicale autonomia da ogni ipotesi teologica" nella "autonomia del ciascuno"; insomma, ad una "democrazia presa sul serio". L'"esistenza individuale, con il suo progetto di dover essere autonomo e aperto allo scacco" ha il compito di affrontare l'"angoscia di essere individui" e di realizzare l'"irripetibile progetto che ciascuno può essere".
Senonché, gli attuali comportamenti massificati vanno in direzione opposta. Wojtyla, col suo "umanesimo reazionario", passa per "il grande ideologo, l'unico di questa fine di millennio". In realtà è "papa degli equivoci e del malinteso", incapace di risposte "all'altezza dei problemi e delle angosce del tempo". Pretende "coincidenza tra parola del papa e norma naturale" e relativo "piegarsi al mistero". Poiché per lui "i diritti umani e civili sono il corollario e non la premessa dei diritti religiosi", vuole "la morale cattolica elevata a morale di Stato". La sua "ecologia umana" è solo contro divorzio, contraccettivi, aborto. L'"orrore per la secolarizzazione" gli fa perdere di vista le vere cause dei mali. Con la Centesimus annus cerca ancora accordi tra "capitalismo autoritario" e "cattolicesimo populista", sostanzialmente sulla scia della Rerum Novarum dallo "spirito poliziesco" e dal "paternalismo reazionario" tenero con i padroni ed esoso con gli operai, per i quali rivendica il "riposo festivo" solo perché vadano a messa. Anzichè "riduzione radicale della natalità" il papa polacco, con la sua "crociata oscurantista", promuove, con "parossismo liberale", una "incitazione a delinquere" sul piano demografico.
La ragione laica, invece, è in grado di smascherare ogni "miraggio di appartenenza" a terra, sangue, comunità spirituali. Ci riscatta dal "conformismo amniotico della comunità", dalla "allucinazione della comunità organica". Ci immunizza dalle "evasioni" di ogni tipo (comunismo, cristianesimo, ecologia, pacifismo, femminismo, ecc.) e da ipostasi come Nazione Stato Chiesa Progresso ecc., che esibiscono persino "pretesa di verità ultime". Questo non è "l'individuo concreto dell'esistenza libertaria, della finitezza consapevole, dell'autonomia da approssimare instancabilmente", bensì "modo di istituzionalizzare l'uomo contro se stesso".
Purtroppo, in questi tempi, assistiamo ad un "ritorno del sacro" nell'"eclissi della democrazia". Ma così si tradisce la storia: solo le "lotte operaie per la democrazia" hanno migliorato le condizioni umane della società occidentale; "il socialismo ha difeso realmente la persona" e ai cosiddetti "negatori di Dio" è dovuto "l'inveramento mondano e non ipocrita dell'evangelica speranza di giustizia". Anche nel recente Ottantanove sono stati gli Havel e i dissidenti delle eresie marxiste confluiti in Solidarnosc, pur con la copertura delle gerarchie cattoliche, i veri artefici della svolta. Tutti gli autentici portatori di principi laici, liberali, democratici e socialisti, fedeli alla modernità senza ripiegamenti egoistici, sono i portatori della "vera speranza". A differenza di chi monopolizza a vario titolo il "bisogno di speranza". Di tale monopolio è prima responsabile soprattutto la religione. Le si aggregano anche tutti gli altri surrogati idolatrici che sottraggono l'individuo alla sua responsabilità di dare senso, non di trovare senso, nella sua esistenza.
Occorre pertanto riprendere il coraggio del sapere illuministico ed eliminare paura e ignoranza che danno spazio alle superstizioni o fanno "privilegiare l'identità di gruppo su quella individuale". Occorre ripristinare la fiducia negli ideali liberali del 1789, garantire a tutti la partecipazione ad un "potere con-diviso" mediante eguali chances di vita, nel pieno rispetto delle diversità individuali di ciascuno, senza rinunciare alla "universalizzazione dei diritti civili" per vile non ingerenza, essendo l'"etica della democrazia" agli "antipodi dello Errore. L'origine riferimento non è stata trovata.". Che giustificazione può esserci nel pacifismo di Wojtyla durante la guerra del Golfo se non quella di favorire una delle parti, proprio quella su cui andava invece applicata una "politica di ingerenza", non il "feticcio idolatrico della sovranità" che ha bloccato l'avanzata su Bagdad? L'ONU non è certamente esempio di democrazia compiuta. Questa esige "un uomo, un voto", non ogni Stato un voto, spesso di una tirannide. Insomma, i "principi della cittadinanza e del potere condiviso" vanno compiutamente e concretamente attuati.
Altre interessanti annotazioni del saggio riguardano sia il totalitarismo colpevole soprattutto, citando la Arendt, della "generale impossibilità della comunicazione interpersonale"; sia i valori che reggono la vita delle bande metropolitane; sia la critica
al politically correct americano che, in nome del "pluralismo multietnico" nelle università statunitensi, incentiva di fatto le differenze tra individui.
Per una valutazione del libro si può dire che ripropone altrettanti problemi e contraddizioni di quanti risolve e denuncia. Si presenta come piccolo gioiello di intellettualismo militante ma dà adito all'impressione di libro dei sogni di una fervida fantasia. Riproponendo la nota utopia del "radicalismo anarchico" si focalizza sulla duplice seduzione del potere e della libertà. Come coniugare i dilemmi Stato o Individuo, Istituzione o Libertà, non è dato di sapere. Quella che emerge è una prospettiva etica, in negativo, e non politica. Una tormentata e sbrigativa ermeneutica dei documenti e dei comportamenti istituzionali è insufficiente per una prospettiva politica. Mancano specifiche indicazioni della possibile costruzione di un "potere condiviso". Unico esempio di "libertà per il futuro" resta la libertà di critica; tale per cui ogni compromesso con posizioni o lessico altrui suona cedimento alla "paura della libertà". Una libertà di critica che accanto al disincanto della modernità sembra, però, poter convivere con la magia e l'incantesimo della parola, quale unico potere disponibile. Ma ciò vale sia per la fede dei papi che per quella altrettanto incrollabile del laico. Che questa fede, più di quella, abbia significativi meriti storici nelle conquiste civili e sociali, è probabile, anche se storicamente il problema è assai complesso: spesso i credenti di base, se non i vertici religiosi, sono stati protagonisti delle libertà democratiche.
Dunque, a parte le intemperanze emotive e gli arbitri esegetici sui documenti, il richiamo alle responsabilità personali costituisce da solo il merito principale del saggio. Difficile non essere d'accordo sulla responsabilità personale che, da un lato, rifiuta "la fede surrogato, freudiana illusione, anelito di consolazione per esorcizzare la finitezza" e, d'altro lato, esercita "infaticabile vigilanza contro l'assedio della sragione dogmatico-fideista, che dalla sua avrà sempre potentissime pulsioni"; responsabilità che sceglie innanzitutto la "personale testimonianza di vita" perché "ciascuno viva frammenti di autenticità contro la routine e la opacità della menzogna" ..."decidendosi per la responsabilità di una identità propria". Persino la scelta del bersaglio Wojtyla, a impatto giornalistico decisamente autopromozionale, può trovare una sua giustificazione nell'economia di questo lavoro. Ma ciò rivela più debolezza che forza argomentativa. Non tollerare nè che il papa proponga la sua "verità cattolica" nè la "mutevole verità vaticana" volta a non perdere il "monopolio dell'ermeneutica", appare ermeneuticamente incomprensibile. Nè ha senso definire "interpretazione suggestiva, ma di comodo" quella di Wojtyla e Lustiger sul recente '89, in cui vogliono "scoprire all'opera nella storia l'attività carsica della provvidenza divina", quasi meravigliandosi che il credente si riferisca all'inverificabile.
Si scrive anche: "Dobbiamo prendere sul serio Pascal, e scommettere sulla finitezza". Ma Pascal non scommise mai: era troppo serio. Argomentava per il libertinismo del suo tempo; e qui trova un positivo riscontro. Da questo tra(stra)volgente neolibertinismo, anche papa Giovanni ed H.Küng escono con le ossa rotte. Vengono in mente tanto Flaiano col suo "non so più contro chi credere", quanto Mazzini che esortava: "gli uomini che si sentono degni del sacerdozio dell'avvenire si levino" con la "bandiera del 1789" e non cadano nell'errore di vedere in Pio IX l'"iniziatore di un'era di incivilimento".
Imperversa pure certa retorica tribunizia nella sintassi, con punteggiatura fulminante del tipo "E soprattutto." "Anzi." "E allora.": altrettanti pugni sulla tavola, più che ragionamenti. Un Garibaldi, presidente onorario della veneta società atea, si sarebbe divertito nella lettura, davanti al suo caminetto nell'isola di Caprera, dopo tante lotte finite in mani monarchiche, lui mazziniano!
In conclusione, questa appassionata chiamata in causa della "responsabilità individuale" a tinte radicali, nella generale massificazione massmediatica sia laica che cattolica, sancisce una verità: unico efficace antidoto contro i totalitarismi di ogni sorta restano le coscienze dei singoli. In altro contesto lo dicevano già Bonhoeffer, pagando con la vita, e R. Guardini nel 1951 con Il potere.






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