Le amarezze legislative della dolce morte

Sull'eutanasia la discussione è ormai vastissima
Perché tanti la considerano un atto di carità
Si arriverà a qualche innovazione legislativa?
Il dibattito è come se fosse appena iniziato...

di Enzo Catania


(Il Nuovo, 29 aprile 2002)


L'Alta Corte di Strasburgo per i diritti umani ha detto no alla richiesta dall'Inghilterra di Diane Pretty, affetta da un male incurabile e paralizzata dal collo in giù che, urlando: "Voglio morire", aveva chiesto la non punibilità del marito nel caso l'avesse assistita nell'eutanasia. Anche la giustizia britannica aveva detto no, ma proprio l'altro giorno la Corte d'Appello di Milano ha assolto l'ingegnere Ezio Forzatti, fama di uomo esemplare e di marito affettuoso che la mattina del 21 giugno 1998 si diresse verso il lettino dell'ospedale dove la moglie Elena giaceva in coma, staccò il respiratore e abbracciò quel corpo attendendone la fine e confessando subito dopo: "Mi ero impegnato con lei per non farla soffrire troppo". E lo stesso suocero, il papà di Elena, lesse in quel gesto solo un atto d'amore e, invece di odiare, manifestò al genero tutto il suo affetto e continuò a considerarlo uno di famiglia.

Poiché Inghilterra e Italia sono in Europa, le uniche conclusioni sin troppo ovvie che si possono trarre sono tre. La prima: ogni caso è a sè stante. La seconda: eutanasia non potrà mai significare... libertà di uccidere. La terza: il problema resta però così complesso, dibattuto e controverso che da una parte c'è stata un'assoluzione a Milano. Ma dall'altra, al no preventivo della giustizia britannica al cosiddetto "suicidio assistito", ha fatto seguito il no di Strasburgo.

Dico questo da semplice cronista, senza entrare neppure nel merito dei pro e dei contro che continuano a dividere l'Europa, Italia compresa. Con il mio Vivere a tutti i costi? Eutanasia, dilemma del terzo millennio, di cui nel maggio 2001 il Nuovo diede ampia anticipazione, credo di essere stato l'autore del primo vero libro-inchiesta in uno scenario in cui da anni abbondano soprattutto volumi a sfondo etico e morale.

E rammento questo non certo per incensarmi, ma semplicemente per ribadire che, a prescindere da come ognuno di noi la pensi, il problema dell'eutanasia va ben al di là dello stesso verdetto della Corte di Strasburgo e della sentenza della Corte d'Appello di Milano. Avendo riportato fedelmente fatti, reazioni di oppositori e sostenitori, scavato negli archivi e nei mille retroscena dell'Italia del divieto per legge e dell'Italia del movimento trasversale di opinione che vorrebbe nuove norme, ciò che in queste settimane è accaduto a Milano, Londra e Strasburgo mi sta sempre più convincendo che comunque anche in Italia il dibattito è più vasto di quanto si pensi e di quanto spesso emerga dai mass media.

E allora, restando semplicemente cronista, ricordo due sondaggi. Il primo nella primavera del 2000: risultò che solo 8 italiani su cento pensavano che bisogna prolungare la vita del malato terminale ignorando la sofferenza, dichiaravano di essere decisamente contrari all'eutanasia, rispondevano che era necessario prolungare la vita, anche se con dolore. Gli altri 92 si dichiaravano di opinione diversa e magari, senza nettamente schierarsi per il sì o per il no, esternavano la volontà quantomeno di aggiornamenti normativi.

Il secondo sondaggio, fatto subito dopo la recente assoluzione di Forzatti, ha visto il 46 per cento degli interpellati schierarsi per il "testamento biologico" che a ognuno dovrebbe consentire quantomeno di poter dire la sua nell'eventualità dovesse un giorno trovarsi in condizioni dichiaratamente irreversibili. Già all'inizio degli anni Novanta si era schierato tra questi anche Montanelli: al di là del fatto che era decisamente favorevole all'eutanasia in situazioni di sopravvivenza vegetativa, il grande Indro considerava comunque una "scelta di civiltà" parlarne, discuterne, arrivare a dibattiti parlamentari.

A parere di molti, pur dando per scontato che non si debba o non si possa arrivare alla legalizzazione come in Olanda, di certo, senza una normativa nuova o aggiornata con il supporto di criteri medici e scientifici, ci sarà sempre più gente la quale si incamminerà sulla rotte degli emigranti dell'ultimo viaggio. Una realtà forse insospettabile e impensabile, ma guai a dimenticarla .

Andate a Torino da Emilio Coveri, presidente di Exit Italia, l'associazione che conta oltre 2000 aderenti e testimonial illustri anche tra intellettuali e politici: già qualche anno fa raccontava che soltanto lui riceveva dalle quattro alle otto richieste alla settimana di persone che pensavano di dover percorrere vie estere. Naturalmente non fece mai nulla personalmente. Mica voleva rischiare la galera. Però confermava che almeno dieci malati terminali si erano rivolti ad associazioni elvetiche. E non sapeva dire se fossero ancora vivi. Ma c'era di più: Coveri si portava dietro il sospetto, per non dire la convinzione, che in Italia l'eutanasia venisse praticata clandestinamente, un po' come capitava prima che venisse approvata la legge sull'aborto.

E sapete che aria spirava già qualche tempo addietro alla "Dignitas" di Zurigo? L'avvocato Ludwig Minelli ammetteva di essere bersagliato anche da telefonate di italiani che chiedevano aiuto e che solo nel 2000 oltre cento svizzeri avevano fatto ricorso al cosiddetto "suicidio assistito" . Ma come dimenticare che a Margherita Hack, la nota astrofisica italiana, passando da Lugano, alcuni medici raccontavano d'aver praticato il "suicidio assistito" a malati terminali giunti anche dall'Italia e che comunque le richieste dall'Italia erano in continuo aumento?

Periodicamente in questi anni è rimbalzato sui giornali il caso di Eluana Englaro, bella universitaria alla Cattolica, in coma irreversibile dopo un testacoda del 18 gennaio 1992, nutrita con un sondino naso-gastrico, immobilizzata a letto, girata ogni due ore per evitarle le piaghe. Dieci anni in attesa di un miracolo. Dieci anni in uno stato vegetativo persistente. Da qui il disperato appello di papà Beppino anche al presidente Carlo Azeglio Ciampi: "Eluana è ormai soltanto un corpo. Mia figlia ha il diritto di morire. Nessuno meglio di me può dirlo...". Apriti cielo tra favorevoli e contrari, ma per la prima volta ecco anche un personaggio carismatico del calibro di Luigi Veronesi, allora ministro della Sanità, affermare come l'eutanasia possa essere in molti casi quasi "un atto di carità". Si arriverà comunque a qualche innovazione legislativa?

Qualche tassello informativo è già tasto riempito. La "Biocard" è, per esempio, una carta che si può compilare in piena salute e consegnare al medico curante, ai familiari, eccetera, in caso di malattia invalidante del sistema centrale, di coma e di demenza, chiarendo una volta per tutte cosa fare, quali terapie attuali e quali no. E' stata indicata dalla stessa Consulta Bioetica di Milano come modalità per far conoscere le proprie volontà nel caso poi non si sia più in grado di esprimerle. Ma basta la Biocard?

E' evidente che questo tipo di dichiarazione in Italia non ha ancora valore vincolante, comunque ha rappresentato un passo avanti affinché la gente incominciasse a chiarirsi le idee in attesa di normative. Dacia Maraini ha scritto di essere favorevole all'eutanasia in linea teorica, ma di avere molti dubbi per quanto riguarda l'applicazione giusta in un paese che non rispetta le leggi, che crede nei raggiri, che ha così poca considerazione della persona umana e che cerca ogni pretesto per sopraffare i deboli e i più esposti: e chi più esposto di un malato terminale?

Par dunque di capire che, al di là delle ben note divisioni di ordine etico e morali, per molti sarebbe innanzitutto questione di "paletti" inderogabili. Ma poiché dietro le quinte le contrapposizioni nette o sfumate durano da decenni, pronte a rinfocolarsi ufficialmente quando ne offre lo spunto la cronaca per poi tornare quasi subito in naftalina, pur vecchio di decenni, il dibattito in sostanza è come se fosse appena iniziato.







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