SULLA DOLCE MORTE MENO LEGGEREZZA, SIGNORI

di Adriano Bompiani


(Avvenire, 2 maggio 2002)


La cronaca di questi giorni ha riproposto all'opinione pubblica italiana e internazionale con singolare e dolorosa coincidenza le problematiche relative alla cosiddetta "dolce morte". Molto è stato detto e scritto a proposito e a sproposito su tali delicatissime e drammatiche evenienze. Per questo potrebbe rivelarsi utile offrire ai lettori - sia pure a grandi linee - una panoramica dei numerosi interventi che il Comitato nazionale di bioetica (Cnb) ha - fino ad oggi - dedicato all'eutanasia.

Anzitutto del 15 febbraio 1991 è il documento "Definizione e accertamento della morte dell'uomo". Il 6 settembre dello stesso anno si arrivò poi alla "Proposta di risoluzione sull'assistenza ai malati terminali della Commissione sanità pubblica del Parlamento europeo". Infine con la copiosa relazione del 14 luglio 1995 si affrontarono le "Questioni bioetiche relative alla fine della vita umana". Da ricordare che, al momento della cessazione del mandato 1999-2001, era in corso di elaborazione il documento "Orientamenti bioetici sullo stato vegetativo persistente", sul quale peraltro non si registrava il consenso per un'approvazione unitaria.

La posizione del Cnb è stata costantemente di grande cautela nei confronti di ogni atto che nell'intenzionalità e nella dinamica dei mezzi impiegati portasse - di fatto - ad una qualsiasi forma definibile ancora oggi come eutanasia, comunque motivata.

In realtà, da molti anni in Europa (vedi ad esempio la Raccomandazione 1418 del 25 giugno 1999 "Protection of the Human Right and Dignity of the Terminally Ill and the Dying" del Parlamento Europeo e nei vari Stati, con diverse soluzioni) si discute sui criteri generali secondo i quali dovrebbero essere regolate per legge varie situazioni, quali la terapia intensiva in malati particolari, l'accanimento terapeutico in condizioni di "futilità" dei risultati, il "testamento di vita" (direttive anticipate per il trattamento assistenziale), la medicina palliativa dei malati terminali ed altre specifiche condizioni cliniche.

In alcuni Stati si discutono invece vere e proprie nuove proposte di legge che tendono a "legalizzare" procedure puntigliose che consentano "l'uccisione per pietà" in circostanze ben determinate, o il "suicidio medicalmente assistito".

Com'è noto, una legge consimile è già operante in Olanda. Premettendo l'opinione personale che la distinzione eutanasia attiva ed eutanasia passiva non rispecchia più le circostanze assistenziali attuali (e dovrebbe essere abbandonata, almeno nella terminologia medica e giuridica), va ricordato che il Cnb - pur rilevando la grande difficoltà a dettare indicazioni di comportamento etico e giuridico in situazioni molto diverse, il cui significato va oltre la valutazione della mera esistenza biologica - ha sempre riprovato l'accanimento terapeutico in senso proprio (ostinazione futile a proseguire terapie dimostratesi inutili o sproporzionatamente gravose per il malato). Tuttavia, nei documenti pubblicati, ha richiamato anche all'osservanza scrupolosa della constatazione dello stato di "morte cerebrale totale", considerata come l'unica condizione (anche a termine di legge vigente) che garantisce per l'avvenuta completa cessazione delle funzioni integrative centrali dell'organismo umano e dunque del cessare del cosiddetto "obbligo di garanzia" del medico.

Dunque, non vale a definire per morto colui che è in stato vegetativo persistente, o si trova in qualsiasi altra condizione in cui si sia in presenza di un tronco cerebrale funzionante, anche se è documentabile la perdita settoriale di alcune funzioni cerebrali (ad es. corticali) ed anche se appare verosimile la probabilità di aggravamento nel tempo e di morte (prognosi infausta).

Si innesta, a tal punto il problema delle "Direttive anticipate di trattamento" che il paziente può avere redatto (spesso in condizioni di piena salute), volendo esercitare l'autodeterminazione in ordine a scelte terapeutiche predeterminate da far valere anche in caso di futura impossibilità di esprimere valido e consapevole consenso o dissenso in merito alle cure proposte.

Questo "strumento" è sostenuto da un vero e proprio "movimento", fortemente attivo in alcuni Paesi (ed anche in Italia) al fine di imporre con tale via una soluzione legislativa di sospensione di cure di fronte a precise condizioni cliniche, allorché nella "Dichiarazione anticipata" questa richiesta sia prevista come un obbligo esigibile nei confronti del medico.

Anche se si volesse prescindere dal giudicare gli aspetti morali di tale richiesta, rimane il fatto che al "valore giuridico" di queste dichiarazioni si obietta - a ragione - che manca la verifica dell' "attualità" della volontà del paziente, cioè del persistere della stessa (non essendo possibile affidare piena sicurezza in tale genere di problemi a testimonianze, famigliari o extrafamigliari). Per questi motivi, si ritiene - da parte di molti - che uno strumento del genere non possa assumere dignità normativa, ma possa servire al più come attestazione dei desideri nutriti dal paziente, che il medico dovrà prendere in considerazione (espressione testuale della Convenzione sui diritti dell'uomo e la biomedicina del Consiglio d'Europa, Oviedo 1997, citata in questi giorni dalla stampa). In sede internazionale, dunque, desideri, non disposizioni vincolanti, proprio per la difficoltà di sostenere e proteggere la nozione più generale di "consenso informato e attuale".

In merito poi alla rilevanza etica di tali documenti, varrebbe il preciso contenuto indicato dagli stessi: nessun problema per noi in merito al rifiuto di "mezzi straordinari" di assistenza (concetto ben noto ai cattolici sin dall'epoca di Papa Pacelli; ed in effetti esempi di documenti del genere sono stati pubblicati sin dal 1974 dall'Associazione degli Ospedali cattolici degli Usa ed della Conferenza episcopale spagnola nel 1989), ma dissenso assoluto nei confronti di quei testi che contenessero indicazioni riconducibili ai concetti di eutanasia .

Per l'Italia vale quanto è affermato in modo lapidario dall'art. 37 del vigente codice deontologico "in caso di compromissione dello stato di coscienza, il medico deve proseguire nella terapia di sostegno vitale finché ritenuta ragionevolmente utile. Il sostegno vitale dovrà essere mantenuto sino a quando non sia accertata la perdita irreversibile di tutte le funzioni dell'encefalo".

Questa è anche la linea sostenuta a maggioranza dal Comitato nazionale di bioetica nei documenti sino ad ora pubblicati, e che personalmente ritengo saggio venga mantenuta anche in futuro, avendo il Cnb anche il dovere di esercitare la massima prudenza in questioni così delicate.







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