Ronald Dworkin:
Il dominio della vita. Aborto, Eutanasia e libertą individuale


di
Renato Pagotto

(Fondazione "Stefanini" - Treviso)



Ronald Dworkin, docente nelle università di New York e di Oxford, è all'attenzione del dibattito internazionale soprattutto in forza delle sue tesi, giudicate a volte provocatorie ma sempre ben argomentate, sui diritti della libertà da privilegiare rispetto al principio dell'uguaglianza comunitaristica. Egli è noto in Italia di recente, specialmente per le opere I diritti presi sul serio, L'impero del diritto e Questioni di principio. Autore di marcata ispirazione liberale, come appare anche in questo studio molto dettagliato sui tre problemi del sottotitolo, in particolare sull'aborto.

Conducendo l'analisi sul piano prevalentemente giuridico, investe di continuo aspetti di filosofia morale e politica, muovendosi in contesti sociologici, psicologici e medico-deontologici che riproducono la complessità delle cosiddette "scelte di morte" (aborto, eutanasia), le quali, in determinate circostanze, possono apparire anche scelte di vita. In ogni caso, sempre scelte cariche di emotività e di notevole rilevanza politica, con relative irriducibili contrapposizioni.

Il dibattito nelle sue linee essenziali potrebbe di per sè approdare ad un sostanziale accordo di tutte le posizioni, sia conservatrici che liberali, se ci si limitasse al valore "sacro" ("inviolabile" in termini laici) della vita umana. Valore che sancisce una "ragione indipendente". Il disaccordo invece così frequente su quei temi, nasce da una "ragione derivata" di carattere giuridico. Infatti, non si mette in gioco il valore religioso-filosofico e intrinseco della vita umana, che laici e credenti in genere condividono, E' piuttosto l'adozione di un certo linguaggio, che nel caso dell'aborto definisce il feto "persona", a far scattare una conflittualità di tipo giuridico, con diritti contrastanti e problemi di precedenza riguardo a disposizioni di legge di competenza dello Stato. Se il feto è soggetto di diritti, a pari titolo di qualsiasi cittadino, l'aborto diventa omicidio. La Costituzione, che tutela eguali diritti per i singoli cittadini, vieterebbe in ogni caso di "uccidere una persona innocente per salvare la vita di un'altra"[p.156]. La proposizione "l'aborto è un omicidio" non regge: suppone un'ammissione giuridica sulla persona del feto, inconsistente. Per quanto si possa accettare che l'embrione abbia un proprio codice biologico e che a quattordici giorni è "organismo vivente identificabile"[28], è questione "troppo ambigua"[29] chiedersi se esso sia anche persona. Con tali premesse ogni vivente sarebbe persona. Anche la storia giuridica delle interpretazioni costituzionali non va in tale direzione.

Presupponendo che "la vita umana in se stessa ha un significato morale intrinseco"[47] sarebbe possibile combinare, anche nel caso della più rigorosa morale cattolica, "metafisica tomistica tradizionale e scienza moderna"[58] (S.Tommaso non era così tassativo nel determinare il momento dell'animazione del feto, decisivo per un discorso sulla persona). E' noto, del resto, che solo da un secolo la posizione cattolica adotta il linguaggio dei diritti del feto. Precedentemente giudicava grave ogni "interferenza con la forza creativa di Dio"[59] e condannava, a questo titolo, masturbazione, contraccezione e aborto. Quest'ultimo indipendentemente dagli "interrogativi sul momento in cui l'anima spirituale viene infusa"[60]. Lo si rileva ancora nel 1974, da una nota della Sacra Congregazione della Chiesa. Il cambiamento di linguaggio argomentativo è dovuto al fatto che la Chiesa intende farsi valere in ambito politico laico, ove l'argomentazione sulla sacralità della vita ormai non fa più presa.

Anche il movimento femminista concorda sul valore intrinseco e inviolabile della vita. In più sostiene lo "speciale legame tra una donna in stato di gravidanza e il feto che porta in grembo"[69]. Tale "speciale legame" rientra nel senso espresso dalla Corte suprema statunitense nel caso Roe v.Wade, ed è inteso estensivo del diritto della privacy (rapporti sessuali, decisioni delle coppie...). Da intendersi però non come diritto di privacy egoistica. Qui è in causa l'"argomento basato sulla responsabilità"[78]. Sono le donne che devono tener conto della "dura realtà" che fa sì, come dice la femminista R.West, che "la decisione di abortire è quasi invariabilmente presa all'interno di una rete di responsabilità e impegni interconnessi, confliggenti e spesso inconciliabili"[78]. Dunque, la vera questione dell'aborto non è lo "status metafisico del feto" ma il "conflitto di responsabilità"[80]. Abortire non è pertanto problema a senso unico: spesso è più egoistico volere il bambino comunque, senza pensare alle conseguenze.

Solo "l'idea di sacro" ci guida nei giudizi sulla vita umana (aborto, eutanasia, generazioni future, ecc.), come idea "intuitivamente potente"[108], valida anche per i non religiosi. E' idea universalmente condivisa in occidente che l'aborto "è moralmente sbagliato"[86]. Lo stesso linguaggio legislativo la evidenzia (in Francia si promuove "un esercizio di responsabilità personale" chiedendo alla donna, senza per questo intaccarne la libertà, di consultarsi in merito alla propria decisione; in Germania, con una significativa sentenza della Corte costituzionale, si dichiara anticostituzionale un aborto "senza alcuna ragione" nelle prime dodici settimane dell'embrione).

Quel che si deduce sempre, e che nemmeno la "posizione ancora più estrema per cui l'aborto non è mai giustificato", propria di "una minoranza di cattolici", è che tale idea dà "priorità all'investimento divino o naturale nella vita"[129] e non alla tesi giuridica del feto come persona, su cui sarebbe ingiustificabile un intervento di terzi (il medico).

Altra fonte di disaccordo tra conservatori e liberali si riscontra nel fatto che i primi privilegiano la vita in quanto realtà naturale ("investimento naturale" e relativa "perdita-di-vita"); i secondi, invece, valutano la vita nei suoi significativi coinvolgimenti emotivi di "processo creativo" ("investimento umano" che può subire "frustrazione"[122]). E' con questa categoria, non con quella di perdita di vita, che abitualmente stabiliamo gerarchie di gravità (tra embrione o feto maturo, tra morte di un giovane o di un vecchio, ecc.) con comprensibili giudizi discordanti. Tuttavia, tra i due estremi, "l'idea che conti solo l'investimento naturale...e l'idea che conti solo l'investimento umano" c'è "un insieme di criteri più moderati e complessi"[125-7].

Tra gli stessi conservatori c'è dibattito se l'aborto sia ammissibile solo per salvare la vita della madre o anche in altre circostanze (stupro, malformazione, ecc.). In ogni caso "la tesi della personalità del feto" risulta insostenibile: perché il nascituro avrebbe meno diritti? Solo la tesi dell'"investimento creativo" ammette eccezioni (conservatori moderati): "lo stupro è una dissacrazione terribile dell'investimento della vittima nella propria vita"[131].

Diremo allora: gli "Stati non hanno il potere di imporre ai loro cittadini una concezione particolare di come e perché la vita sia sacra"; tuttavia "gli Stati hanno il potere di incoraggiare i loro cittadini a trattare seriamente la questione dell'aborto"[209]. Ad esempio, stabilendone "un ragionevole quadro normativo"[210]. Imporre delle restrizioni non va contro l'obiettivo della responsabilità personale della donna, nè impedisce l'adozione di "strategie politiche" atte a incrementare ogni forma di vita quale valore in sè, quella del feto in primo luogo. Quali restrizioni, allora? La "notificazione obbligatoria al coniuge"? Un "periodo obbligatorio di attesa"[237s]? Certamente ci sono modi meno coercitivi per scoraggiare l'aborto; per esempio offrendo sostegno economico alle madri povere.

In definitiva, il "diritto di abortire" si evince dal fatto che "la controversia è, alla fine, religiosa"; e la Costituzione americana (primo e quattordicesimo emendamento) tutela la libertà di religione. C'è diversità di opinioni religiose sulla moralità dell'aborto, per cui lo Stato deve "accantonare il problema"[220]. Naturalmente va ricordato che tale Costituzione offre un esempio della "cultura politica occidentale" la quale mette al primo posto la "dignità dell'individuo"[228]. Essa sta alla base della scelta dell'abolizione della schiavitù e degli ordinamenti democratico-repubblicani; per cui "il principio di autonomia procreativa, in senso lato, è implicito in ogni cultura autenticamente democratica"[229].

Sull'EUTANASIA, premesso che c'è differenza essenziale tra dare direttamente la morte o sospendere un trattamento terapeutico o il suicidio assistito da un medico, vanno valutati tre tipi di situazione: 1) soggetti coscienti, capaci di intendere e volere; 2) soggetti incoscienti (con o senza testamento che escluda il prolungamento artificiale della vita); 3) soggetti coscienti ma incapaci di intendere e volere, come avviene nello stadio iniziale di certe forme di demenza senile.

Sta il fatto "che la convinzione che la vita umana sia sacra può rivelarsi un argomento cruciale a favore, anziché contro, l'eutanasia"[270]. Tre sono infatti gli obiettivi da interconnettere in una decisione di eutanasia: l'autonomia del paziente, i suoi migliori interessi e il valore intrinseco della vita. Non è vero che l'alternativa all'eutanasia sia tutelare gli interessi del paziente prolungandone la vita vegetativa credendo di non causarne danno: "costringere a vivere persone che vogliono realmente morire causa loro grave danno"[272]. "Vi sono pericoli sia nel legalizzare l'eutanasia, sia nel rifiutare di legalizzarla"[273]. E' impossibile che tutti abbiano le stesse convinzioni su ciò che fa una "vita buona"[277]. Sarebbe pretendere che tutti abbiano gli stessi gusti. Lo Stato pertanto non deve imporre "alcuna uniforme concezione generale attraverso la sovranità della legge" ma deve piuttosto incoraggiare "le persone a dare esse stesse disposizioni meglio che possono per la loro assistenza futura"[294]; oppure deve permettere che si "lasci la decisione nelle mani dei loro familiari o di altre persone intime"[294s].

Fermo restando che "scegliere la morte prematura è...l'offesa più grande al valore sacro della vita" ci troviamo davanti pur sempre a due posizioni: quella conservatrice che salvaguarda "l'investimento naturale" del valore della vita (in questo caso non va mai praticata l'eutanasia) e quella liberale che si basa sull'"investimento umano"[295]. Ma anche nella posizione conservatrice non c'è accordo sul fatto che l'eutanasia frustri inevitabilmente la natura. In certi prolungamenti artificiali della vita si hanno frustrazioni della natura: "diremo allora che talvolta l'eutanasia difende questo valore"[297]. C'è più rispetto della vita evitando certe situazioni che impediscono una morte dignitosa. Il problema politico è "se una società decente sceglierà la coercizione o la responsabilità"[298]. Occorre "mostrare ciò che è veramente in gioco nell'accesa discussione pubblica sull'eutanasia". Il problema non è se rispettare o meno la sacralità della vita ma "come la sacralità della vita debba essere intesa e rispettata"[299].

"La tolleranza è il prezzo che dobbiamo pagare per la nostra avventura nella libertà". Del resto "nessuna vita è buona se vissuta contro la propria convinzione"[230]. E' importante il come si muore, il ricordo che si vuol lasciare di se stessi, il giudizio negativo su una dipendenza totale dall'aiuto altrui, la considerazione degli oneri finanziari pubblici e privati, il rifiuto di una vita totalmente artificiale, la previsione di dolori intollerabili nella fase terminale, insomma, la coerenza con una rappresentazione di sè per cui si è vissuti. Per molti vale ancora la "antica speranza" che "la loro morte esprima...i valori che reputano i più importanti della loro vita"[292]. Come c'è una ragione per vivere, c'è una ragione per morire onde evitare "una vita vegetale"[293].

In conclusione, pare ammissibile che le "grandi questioni morali dell'aborto e dell'eutanasia, che segnano l'inizio e la fine della vita in senso proprio, hanno strutture simili. Ciascuna implica decisioni non solo sui diritti e gli interessi di persone particolari, ma sull'importanza cosmica intrinseca della vita umana stessa. In ciascun caso le opinioni si dividono non perché alcuni disprezzano i valori che altri onorano, ma, al contrario, perché i valori in questione sono al centro delle vite di ciascuno, e nessuno è disposto a considerarli così banali da accettare gli ordini di altre persone riguardo al loro significato"[300].

Nell'ultimo capitolo si esamina il caso di persone dementi (morbo di Alzheimer) giunte ad uno stadio che toglie le capacità di "condurre" in autonomia la propria vita (non importa se con autonomia coerente o incoerente rispetto a certi valori). In tal caso la persona "non ha diritto a che le sue scelte...siano rispettate per ragioni di autonomia". Per quanto la questione sulla capacità di autonomia di persone a vario grado di demenza sia molto complessa, si può arrivare alla "decisione surrogata per persone dementi"[310].

Il volume, incentrato sulla distinzione tra valore intrinseco della vita e categoria giuridica del concetto di persona, non offre in campo morale un'attendibile possibilità di contestazione, salvo non si pretenda inglobare in un'unica prospettiva le argomentazioni del costituzionalismo politico-giuridico, nel cui ambito vengono assunte le implicazioni sia etiche che sociologiche. Lo stesso autore evidenzia, comunque, che anche sul piano strettamente giuridico non tutti i giuristi sono d'accordo con lui[cfr.203]. Ma sottolinea: "dobbiamo accettare che giuristi, giudici e studiosi onesti siano inevitabilmente in disaccordo, talvolta in modo profondo...su dozzine di altre questioni morali costituzionali"[198]. Come dire, sarebbe mistificante proporre una teorizzazione unificata e rigida su temi così complessi.

Di facile comprensione, ma dal costo editoriale certamente estraneo ad un'ottica culturale democratica, il saggio è di estrema attualità.






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