Troppe emozioni (e poca ragione)

LA TENTAZIONE DEL POPULISMO



di
Giuseppe De Rita


"Corriere della Sera", 24 maggio 2002



L’emozione populista che si aggira in Europa richiama al dovere di ricordare un’antica banale verità: che un corpo sociale caldo ha bisogno di testa fredda, più precisamente ha bisogno di corrette dinamiche istituzionali. Ogni tanto, con ventate improvvise, la società esprime fenomeni di tensione, di passione e di rivalità. Le loro etichettature possono essere di destra o di sinistra, possono oscillare fra il disprezzo e la paura per nemici veri o costruiti, possono creare entusiasmanti movimenti o frustrazioni di massa, possono scivolare nel razzismo di vicinato o nella partigianeria televisiva, possono cioè essere di diverso tipo, ma la sostanza resta: si cerca di fare vita pubblica attraverso le emozioni.

Ogni soggetto sociopolitico (sindacale o partitico, di maggioranza o d’opposizione, centrale o periferico, individuale o di massa) si ritaglia la sua carica emozionale e la lancia nell’arena mediatica per cercare di trovare spazi ulteriori. Sa di cavalcare sentimenti specifici e segmentati, ma coltiva tre speranze: la prima è che una società indistinta come la nostra (di moltitudine, dicono alcuni) possa infiammarsi tutta anche se innescata da una piccola miccia; la seconda è che con le emozioni si possono costruire nuove identità collettive (il «popolo» dell’Usa Day o dei girotondi); e la terza è che alla fine suscitare emozioni, con un corteo o con uno sciopero della sete, contribuisca comunque ad accrescere una visibilità che aumenta l’ audience, il consenso e il potere.

Viene quasi il dubbio che le emozioni servano a chi le agita, dubbio confermato dal fatto che dietro di esse cominciano a consolidarsi vere e proprie macchine organizzative (segreterie, call center , siti telematici, squadre di professionisti e volontari). Ma viene al tempo stesso il dubbio che il fenomeno non serva al complessivo sviluppo della società. Questa si ritrova ad essere sempre più sfrangiata e più falsamente febbrile. Più sfrangiata perché si formano aggregazioni collettive che, non avendo in comune interessi e progetti ma contiguità emotive, producono identità solo fittizie e volatili (cosa sono, per restare in Italia, i popoli dei raduni, dei cortei, dei girotondi?). Ed è sempre più, falsamente, febbrile perché ognuna di tali aggregazioni è condannata a esasperare le emozioni di cui è portatrice, a cercare di sfondare sul piano dell’opinione pubblica, a cercare consenso di massa, a fare, in una parola, populismo. Un populismo peraltro fatto di rivalità necessariamente gridate e rinfacciate. Così la ronda dell’emozione diventa ronda del populismo, che diventa ronda della rivalità estrema.

Sarebbe bene uscirne il prima possibile, per chi governa ma più ancora per chi fa opposizione, visto che le tre ronde citate premiano di solito le paure, la conservazione, la destra se il termine è ancora utilizzabile. E per uscirne vale la regola indicata all’inizio: alle emozioni si risponde con testa fredda, al populismo si risponde con un rilancio del ruolo e della dinamica delle istituzioni. Bisogna tornare a far funzionare i consigli comunali, provinciali, regionali, fuori dalle esasperazioni decisionistiche e personalizzate degli ultimi anni; tornare a una dialettica parlamentare reale, fuori dalle blindature e dagli arroccamenti di schieramento; tornare a contrattare e concertare con le parti sociali, fuori dalle questioni di principio e dalle guerre di cifra su quanti imprenditori erano a Parma e ieri a Roma e quanti lavoratori hanno fatto sciopero; tornare a una almeno decente terzietà delle istituzioni che vogliamo comuni (dalla televisione alla giustizia), fuori dalle invasioni del potere e dei narcisismi resistenziali.






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