L'ultima crociata

Note in margine alla lettera di Oriana Fallaci
al
Corriere della Sera


di
Roberto Piccoli


(Centro Culturale "Walter Tobagi" Online, 19 ottobre 2001)



Vorrei restare sul provocatorio, dal momento che, per me, così va letto "La rabbia e l'orgoglio" di Oriana Fallaci. Magari mi sbaglio, ma questa è la mia modesta opinione.

E allora, per cominciare, non credo affatto che ciò che stiamo vivendo sia da considerarsi uno “scontro di civiltà”, e men che meno, ovviamente, una guerra di religione.

Il fondamentalismo islamico, divenuto come sappiamo fonte e ricettacolo di estremismi e fanatismi di ogni sorta -- per altro abilmente sfruttati da paranoici e uomini di potere di vario tipo -- come sostengono sia i musulmani “moderati” sia i più profondi studiosi occidentali di quella religione, ha ben poco a che fare con l'Islam.

Nell'occidente “cristiano” non abbiamo nulla di paragonabile al fondamentalismo islamico. Nessun fondamentalismo, per lo meno, che abbia quelle dimensioni, quella carica di odio e, di conseguenza, quel grado di pericolosità. Da noi l'unica degenerazione dai principi e fondamenti del Cristianesimo che sia altrettanto diffusa e, a suo modo, devastante è quell'anti-vangelo dell'omologazione a tutti i livelli (e -- ça va sans dire -- del consumismo più ottuso, sordo ed egoista) di cui volendo potremmo per comodità assumere la coca-cola (o Mc Donald's) ad emblema. Per questo devo dire -- seriamente e senza voler affatto banalizzare la questione -- che sono fortemente tentato di pensare che il fondamentalismo dei talebani e dei terroristi stia all'Islam come la coca-cola al Cristianesimo.

In entrambi i casi solo delle minoranze dispongono di adeguate risorse (culturali e, soprattutto, di carattere e personalità) per sottrarsi allo strapotere di modelli di vita “gridati”: in un caso nelle piazze e nelle moschee dei paesi islamici (e non), e nell'altro negli spot e nei programmi televisivi alla Bonolis, come nei cartelloni pubblicitari delle città opulente dell'occidente non più cristiano.

Restando su questa linea di ragionamento, dunque, lo scontro non è tra Cristianesimo e Islam, ma tra un occidente dimentico delle proprie radici cristiane e masse islamiche altrettanto smemorate e disorientate.

Salman Rushdie, in aperta polemica con i terroristi, senza volere ha scritto recentemente qualcosa che può essere letto in chiave profondamente critica, o ironicamente sprezzante, nei confronti dell'occidente:

«Il fondamentalista crede che noi non crediamo in niente. Dal suo punto di vista egli ha certezze assolute, mentre noi siamo immersi in una sibaritica indulgenza. Per dimostrargli che ha torto, dobbiamo prima di tutto essere certi che ha torto. Dobbiamo metterci d'accordo su quello che ci sta veramente a cuore: baciarci in luoghi pubblici, i panini con la pancetta, il non essere sempre d'accordo, la moda ultimo grido, la letteratura, la generosità, l'acqua, una distribuzione più equa delle risorse della terra, i film, la musica, la libertà di pensiero, la bellezza, l'amore. Queste saranno le nostre armi. Li sconfiggeremo non facendo la guerra, ma con la maniera impavida con la quale sceglieremo di vivere.»
(La Repubblica, 3 ottobre 2001)
Siamo sicuramente tutti d'accordo con Rushdie sul diritto al dissenso, sulla libertà di pensiero, ecc., ma confesso che ho provato un certo imbarazzo a sentirmi dire che dobbiamo “impavidamente” scegliere di combattere questa guerra in nome del panino con la pancetta (o, che è lo stesso, della coca-cola), del diritto a seguire l'ultima moda e a baciarsi in luoghi pubblici -- e sia chiaro che non voglio affatto negare che siano diritti anche quelli, ma se permettete non sono esattamente disposto a morire per essi, e se è per questo credo che neppure il paninaro più incallito lo sia. In ogni caso Rushdie, che vive a New York e ormai si sente in tutto e per tutto occidentale, si è fatto l'idea che tra i nostri “valori” vi siano appunto (anche, se non soprattutto) quelli. E il guaio è che ha ragione. Forse, è stato addirittura troppo generoso ad attribuirci anche, che so, l'aspirazione ad “una distribuzione più equa delle risorse della terra” o il rispetto e l'amore per la bellezza. In ogni caso c'è di che riflettere.

E allora, per tornare alla “lettera”, chi ha ragione, la Fallaci o i suoi critici? E, più in generale, hanno ragione i “pacifisti” o Gorge Bush? Nel primo caso ho poche esitazioni a dire che di quanto ha scritto la pur appassionata autrice della filippica contro l'Islam condivido poche cose, tra le quali la denuncia di un'Italia «stupida, vigliacca... imbelle, senza anima». Nel secondo caso mi risulta un po' più difficile rispondere, e forse a questo punto è abbastanza chiaro il perché, ammesso che finora sia riuscito a farmi capire. Ma, per sgombrare il campo da qualsiasi ambiguità, a malincuore ma nello stesso tempo con convinzione difendo Bush e la reazione dell'America, perché i terroristi sono e restano assassini che vanno puniti, come chi li foraggia e li protegge. Auspicando, come tutte le persone sane di mente, che la prudenza e la consapevolezza dei rischi che il mondo sta correndo sia ben presente a chi ha il potere di decidere, e sperando che alle popolazioni civili siano risparmiate ulteriori sofferenze.

Ciò non toglie, tuttavia, che tra le due “filosofie” che si fronteggiano, personalmente non saprei quale sia peggiore. Tra due visioni del mondo parimenti rozze e infantili, quella fondamentalista islamica, con i suoi fanatismi e i suoi kamikaze con tanto di manuale, e quella edonistica, vuota e disperata che conosciamo per esperienza diretta e quotidiana, mi riservo il diritto di non scegliere.

Questo non perché io sia o mi senta anti-americano (o anti-occidentale). Anzi. Ritengo che all'America dei Padri Fondatori, dei George Washington, dei Thomas Jefferson e dei Benjamin Franklin dobbiamo l'unica utopia terrena che sia mai stata realizzata. Dal mio amatissimo Ralph Waldo Emerson -- che dello “spirito americano” è stato veramente il padre -- e dai suoi discepoli ed eredi Henry David Thoreau, Walt Whitman e John Dewey ho imparato ad amare profondamente l'America. Ma non per ciò che già intorno alla prima metà del diciannovesimo secolo, come lo stesso Emerson lamentava a gran voce, stava a poco a poco diventando, grazie all'impero del denaro e dell'avidità umana, ma per ciò che era stata, che in parte era ancora e che poteva e doveva tornare ad essere pienamente: terra di libertà, rifugio e speranza degli oppressi di tutto il mondo. Obiettivi mancati, forse, ma ai quali a nessun' altra nazione è mai riuscita ad avvicinarsi tanto quanto c'è riuscita l'America.

Ora che gli Stati Uniti stanno vivendo un dramma di proporzioni incalcolabili, come del resto le masse miserabili dell' Afghanistan e come, da anni, i bambini di Bagdad, non sarà probabilmente George Bush a tracciare la rotta verso la pace. Ma non saranno neppure i “pacifisti” alla Casarin, che non hanno trovato il coraggio di scandire neppure un coro contro il terrorismo, ma in compenso hanno scagliato la solita, pigra, scontata invettiva contro l'America.

Forse, arrivati a questo punto, solo i veri musulmani e i veri cristiani possono ricondurre il mondo alla ragione, alla giustizia, e quindi alla pace. Avendo saputo resistere alle lusinghe delle rispettive degenerazioni, questi occidentali che non hanno sostituito Dio con il denaro e con il piacere, e quei figli di Allah che non hanno scambiato l'odio e il fanatismo con la fede, saprebbero ben combattere, per la prima volta gli uni accanto agli altri, l'ultima crociata, l'ultimo Jihad, contro un comune nemico dai molti volti e dai mille travestimenti.






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