Non potremo non dirci crociani

A 50 ANNI DALLA MORTE DEL FILOSOFO: UNA LEZIONE PER IL NUOVO SECOLO



di
Luigi La Spina


"La Stampa", 22 maggio 2002



Una «sfortuna» durata cinquant’anni. È passato mezzo secolo dalla morte di Benedetto Croce, monumento di ossequio retorico e di rispetto ipocrita nella storia della repubblica italiana. Ma, sia pure con una certa dose di provocazione, credo che questa tesi sia indiscutibile.

Dopo gli anni dell’immediato dopoguerra in cui il filosofo napoletano servì a dissimulare, con la sua autorità morale, le debolezze di un estenuato liberalismo, l’oblio calò su di lui e sul suo insegnamento. Il cattolicesimo italiano, nella versione democristiana, e il marxismo, in quella gramsciana, cercarono di inglobarlo, utilizzandolo per nobilitare e radicare nella tradizione italiana teorie storiografiche e pratiche politiche invero lontane dalle sue concezioni. Ma la «sfortuna» di Croce, in casa nostra, è perfino paradossale, perché le superstiti correnti liberali nella società italiana, peraltro sempre largamente minoritarie, sono state sedotte periodicamente da mutevoli innamoramenti esterofili. Di moda in moda, come il cambio di stagione, si sono riesumati i liberali vittoriani, da Walter Bagehot a John Stuart Mill. Ci si è rivolti ai costituzionalisti americani e ai «federalisti» Hamilton e Madison. Poi, a metà del secondo cinquantennio del secolo scorso, forse come reazione culturale ai miti del ‘68, è arrivato John Rawls con la sua complicata ma affascinante Teoria della giustizia. Infine, l’ultimo amore dei liberali italiani, tardivo ma pervasivo, è stato Karl Popper.

Le celebrazioni per il cinquantenario della morte di «don Benedetto», che si sono aperte ieri a Roma alla presenza del Capo dello Stato, possono essere perciò un buon motivo per sfidare molti pregiudizi e parlare dell’«attualità» di Croce. Filosofi e storici illustri ne hanno discusso ieri a Roma e ne discuteranno oggi e domani a Napoli, ma ad almeno tre questioni si può accennare, anche in sede non specialistica. La prima riguarda l’Europa. Nelle sue più famose e lette opere di storia, quella sull’Italia dal 1871 al 1915 e quella sull’Europa nel secolo decimonono, Croce non solo è il primo a distinguere il patriottismo dal nazionalismo, esaltando il faticoso ma sicuro processo di allargamento della cittadinanza compiuto all’epoca dell’Italietta giolittiana. Ma, con una intuizione davvero profetica, rintraccia quel «demos europeo» che, secondo alcuni politici e storici d’oggi, mancherebbe alla costruzione dell’unità europea.

È, questo, un punto centrale nella crisi dell’idea europea che sta scuotendo le fondamenta dell’Unione. Croce ricorda che la nazionalità non è costituita da un legame etnico, ma «da uno stato di coscienza e da una formazione storica». Ecco perché la nuova futura «nazione europea» non sopprimerà le vecchie nazioni del Continente. Una riflessione che, di questi tempi, appare non solo utile, ma davvero modernissima.

Una seconda chiave di attualità del pensiero di «don Benedetto» può riguardare l’economicismo da cui il pensiero liberale moderno sembra far fatica a uscire. Il filosofo napoletano, almeno per questo aspetto, si avvicina curiosamente a tanti celebrati «colleghi» anglosassoni: la libertà, ammonisce, ha un carattere «apodittico»; l’economia, invece, deve sempre essere considerata «ipotetica», nel senso della necessaria verifica empirica. Un’altra lezione alla moda per i tanti zelanti cultori di un capitalismo religioso.

Una riflessione meno scontata e forse più utile si può dedicare, infine, proprio alla parte considerata più caduca delle tesi filosofiche di Croce, la famosa «teoria dei distinti», da molti trasformata in una caricatura metafisica. Non solo per il valore dell’autonomia dei giudizi, una lezione sempre valida anche in terra di presunti piccoli Machiavelli. Ma soprattutto come anticipazione italiana di quella tendenza anglosassone tanto famosa che ricorda il valore dello Stato minimo. Non che Croce sia il padre di Nozick, ma perché non ritornare alla lezione crociana sui limiti del potere? Perché non riscoprire in lui, proprio all’inizio del secolo dell’imperante globalizzazione, il teorico del «potere limitato»? Perché il ventunesimo secolo non dovrebbe risarcire un po’ di fortuna a quel napoletano che, pur non credendoci, era anche un po’ superstizioso?




Top




| Home | Bioetica & Bioetiche | Che cos'è la Bioetica | Spiritualità |
| Libri | Filosofia della Politica | Documenti | Massime & Citazioni |
| Che cos'è il «Tobagi» | Aderire al «Tobagi» |