La condanna di noi arabi: il Potere che schiaccia l’Uomo

di
ALI AHMAD SAID ESBER

(Corriere della Sera, 19 aprile 2003)


Dobbiamo vergognarci nel vedere i soldati anglo-americani girare sorridenti nelle vie di Bagdad e di Bassora auto-proclamandosi liberatori. Dobbiamo vergognarci nel vedere gli iracheni elemosinare un pezzo di pane e un po’ d’acqua, come se non ne avessero mai visti - proprio loro che sono nati nel Paese del pane e dell’acqua. Dobbiamo vergognarci dei saccheggi e delle rapine messe in atto da alcuni iracheni spinti dal bisogno o dall’avidità. Tutti noi arabi dobbiamo vergognarci di ciò che è avvenuto e avviene in Iraq. Dovremmo chiedere scusa alla grande lingua araba per il termine con cui veniamo chiamati: arabi.

Ma non è forse Saddam Hussein il primo responsabile di tutto quello che è successo e che succede in Iraq? Invece di dedicare la vita al suo popolo, egli ha strappato al popolo la vita e gli ha sottratto tutte le ricchezze del Paese come se fossero proprietà sue e della sua famiglia. Perché non ha mai detto alla sua gente: «Non sopporto più la vostra povertà», avviando progetti per creare occupazione? Perché non ha mai detto: «Non sopporto più il vostro analfabetismo?», costruendo scuole per istruire? Perché non ha mai detto: «Non sopporto più la vostra arretratezza», mettendo a disposizione i mezzi per la modernità e il progresso? Egli non sapeva dire altro che: «Sono l’unico. Non sopporto chi non è d’accordo con me. Chi mi dirà no, avrà tagliata la testa e a chi mi dirà sì, offrirò il benessere».

Commetteremmo però un grave torto nei confronti della nostra storia passata e futura se l’invasione anglo-americana - odiosa e ingiusta - ci distraesse dal vedere la realtà, dal vedere i nostri errori, dal vedere la verità. Il rifiuto di questa invasione risulterebbe indebolito se, al tempo stesso, non rifiutassimo il sistema tirannico.

Il regime di Saddam non difendeva l’Iraq e il popolo iracheno, ma difendeva il suo potere su di loro. La tirannia è svanita con le sue polizie, le sue armi, la sua sub-cultura. L’Iraq e il popolo iracheno sono invece rimasti, ma al prezzo di una distruzione morale e materiale provocata dalla selvaggia repressione di Saddam prima e dall’altrettanto selvaggia invasione anglo-americana poi.

Adesso, potremo sognare per l’Iraq di domani la nascita di un sistema politico fondato sulla volontà popolare, sulla libertà, sul credo che l’uomo torni a essere il valore e lo scopo primari, sul rispetto del pluralismo e della diversità? Potremo sognare il giorno in cui gli iracheni non si esilino l’un l’altro, in cui non ci siano più uccisioni, tradimenti e accuse di apostasia?

In verità, la questione araba di oggi è ancora legata al potere. Il potere che spoglia l’individuo della sua libertà, cancellandone così ogni identità e umanità. E’ dal 1958 che l’esercizio del potere in Iraq ci ha indotti a non dimenticare la tirannia di Al Hajjaj (un governatore abbaside di Bagdad del VII sec. noto per la sua crudeltà) e degli Abbasidi. Questo ha portato alcuni di noi, compreso me, a concludere che gli iracheni non sono capaci di governarsi senza la violenza e le uccisioni. Questo ci induce a credere che in ogni iracheno convivano due personalità: l’uomo libero e il tiranno, Hussein (l’imam, nipote del profeta, assassinato nel 680 ndr ) e Hajjaj. La storia si ripete: le strade e le città irachene si riempiono di cadaveri, assassinati con l’accusa di essere «nemici della libertà», così come una volta venivano uccisi con l’accusa di essere «nemici di Dio». Le immagini della violenza disumana a Bagdad, dal 1958 fino a questi giorni della caduta di Saddam, sono presenti e vive. Nel nome della libertà, del progresso e della giustizia l’uomo viene schiacciato per strada, il suo corpo sfigurato e smembrato.

La grande tragedia culturale ed etica è che tutti i «rappresentanti» del popolo iracheno, sia nazionalisti sia comunisti, hanno contribuito a dipingere questo quadro. Mai un pentimento, una scusa, un’ammissione di colpa. Tutti uccidevano il popolo nel nome dell’amore e dell’onore di quello stesso popolo.

L’Iraq insanguinato si può comprendere soltanto considerando sia le sue ferite «interiori» sia quelle «esteriori». Limitare il dibattito alla guerra portata dalle forze anglo-americane rende l’analisi incompleta. Occorre considerare anche gli aspetti repressivi e criminali su cui si reggeva lo Stato iracheno. Non possiamo infatti dimenticare che il popolo vittima di questa invasione era già in condizioni di detenzione.

La libertà è il presupposto necessario per la lotta contro l’aggressione esterna. Saddam Hussein ha cancellato la libertà. E con ciò ha cancellato la nazione stessa, sostituendola con il regime. E’ stata annullata la cultura irachena ed è stata eretta la «cultura del leader illuminato». Un Paese che ottiene il «dono» della dittatura e del partito unico non è altro che un carcere. Nessun uomo che crede in se stesso e nell’umanità può difendere un carcere. Se ciò avvenisse, sarebbe un altro crimine. L’Uomo, la libertà e la dignità umana vengono prima di ogni appartenenza a un gruppo o a un Paese.

Non possiamo mai identificare un Paese con il governo, nemmeno in democrazia. Il patriottismo è un’appartenenza alla nazione e non al potere. E’ per questo che la cultura deve sempre perseguire il suo compito principale: la critica del sistema per approfondire la democrazia, rafforzare le libertà e i diritti umani. E rendere così il progresso un movimento vivo e continuo verso un futuro migliore.

Quale sarà il ruolo della cultura irachena e di tutta quella araba in generale dopo la caduta del regime di Saddam Hussein? Essa dovrebbe impegnarsi per una sua rifondazione. Parlo di rifondazione perché non devono più ripetersi le esperienze culturali precedenti, tutte votate a una causa: per la Palestina, per il nazionalismo arabo, per il socialismo e la liberazione dal colonialismo ecc. Passando per l’unità araba, ovvero quell’esperienza che, con i suoi connotati fascisti da un lato e clericali dall’altro, è stata all’origine delle nostre sconfitte e della nostra decadenza.

E in fondo, caro amico lettore, se tu guardassi in questo enorme vuoto, dall’Oceano al Golfo (il mondo arabo, ndr ), non sentiresti che c’è davvero poco da recuperare? Che bisogna cominciare con la distruzione del vecchio, anche te stesso, per poter costruire meglio e di nuovo?


* poeta siriano, in arte Adonis, uno dei più importanti del mondo arabo. Perseguitato in Patria, dall’85 vive in Francia. Oltre a raccolte di versi, ha pubblicato numerosi saggi sulla poetica araba. Tra le opere uscite in Italia, «Cento poesie d’amore» (Guanda) e «Nella pietra e nel vento» (Mesogea).
© Al Hayat
(Traduzione di Farid Adly)







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