"Trapianti, Celentano ha un merito: ha svelato gli errori di una legge"


di
Roberto Piccoli

(La Tribuna di Treviso, 25 maggio 2001)


Adriano Celentano non ha bisogno di essere difeso, ci riesce benissimo da sé. Ma non ho dubbi che abbia fatto bene a sollevare il caso-trapianti. Anche perché sulla legge «incriminata», la 91 dell'1/4/99, dal sito del Centro «Tobagi» (http: //users.iol.it/ cwalto.piccoli/), avevo sollevato forti critiche, invocando un approfondito dibattito.

Celentano ha sicuramente, e forse volutamente, calcato i toni e usato un linguaggio provocatorio e irritante, ma, a prescindere dal fatto che abbia ragione o meno sul merito, ha il merito di aver indotto l'opinione pubblica a porsi domande. Oserei dire che, come «re degli ignoranti» -- parole sue -- dimostra più sensibilità «politica» e «civile» di tanti presunti dotti, saggi, esperti, addetti ai lavori e, soprattutto, cavalcatori di luoghi comuni.

Si può benissimo essere convinti sostenitori della donazione di organi, come chi scrive, senza diventare per questo nemici giurati del diritto di ciascuno a decidere da solo cosa sia giusto fare del proprio corpo, cioè senza accettare un principio aberrante e pericoloso come quello del «silenzio assenso» (per cui chi non ha lasciato «scritto» nulla viene automaticamente considerato «donatore»).

Sul piano politico-filosofico mi sembra un principio illiberale: assegna allo Stato, interprete non autorizzato del silenzio, un diritto inalienabile dell'individuo, il diritto al proprio corpo. Il fine è buono (salvare una vita), ma il mezzo è pessimo.

Neppure sul piano etico, morale o religioso la mia impressione è più favorevole: a nessuno si può imporre l'amore per gli altri (amore che, se non è spontaneo, semplicemente non è).

Non è un caso se, ad esempio, Umberto Caruso, leader dell'Aido al momento dell'approvazione della legge, non ha manifestato entusiasmo, osservando che «si dovrà lavorare parecchio sul fronte della informazione reale del cittadino perché il donatore e il ricevente siano in sostanza entrambi garantiti» (Repubblica 3.04.1999). O se Umberto Casciani, presidente della Società italiana trapianti, dopo aver apprezzato gli aspetti oggettivamente innovativi della legge, non ha potuto fare a meno di manifestare «qualche perplessità sul silenzio-assenso, e sulla fretta a cui saranno sottoposti i medici che devono accertare che la persona da cui espiantare gli organi non abbia cambiato idea» (ibidem).

L'offesa alla nobiltà del gesto di donare gli organi non l'ha inferta il «molleggiato», ma chi ha escogitato un marchingegno legislativo che non rappresenta di certo, checché ne dicano i paladini della legge, un passo avanti della civiltà giuridica. Tanto è vero che le legislazioni dei paesi più civili parlano lingue completamente diverse. Infatti, in Gran Bretagna, Olanda, Germania e Svezia il consenso deve essere esplicito. E in due Paesi ove vige il consenso presunto, Francia e Grecia, quest'ultimo è soggetto ad alcune non trascurabili limitazioni. Anche negli Usa è previsto il consenso esplicito, e deve esserci pure l'assenso dei familiari (vedi sito web dell'Health Resources and Services Administration). Quella americana è forse la normativa più «garantista» sui trapianti.

Pertanto credo che potremmo benissimo cogliere l'occasione per riflettere, interrogarci e dibattere sul merito specifico della legge in questione e sulle sue implicazioni meno rassicuranti, invece che inseguire polemiche pretestuose e superficiali, ovvero contrapposizioni di comodo come quelle tra sostenitori e detrattori della scienza, tra “egoisti” e “altruisti”, tra “buoni” e “cattivi”.






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