Cavalli Sforza: «Ecco perché è una svolta storica»

«D'ora in poi la medicina potrà creare terapie mirate e personalizzate con farmaci che vanno dritti al bersaglio»

Intervista di
Luigi Offeddu


(Corriere della Sera, 13 febbraio 2001)


Diecimila nuovi farmaci, ecco che cosa ci promettono i maghi delle mappe. Cioè la sconfitta di molte malattie.
Un’esagerazione?
«No. Questa sarà una svolta decisiva per la medicina. C’è davvero di che brindare».
E così dev'essere se, dalla California, questo dice Luigi Luca Cavalli Sforza, genovese trapiantato negli Stati Uniti e professore alla scuola di medicina dell'Università di Stanford dove dirige l'Human Genome Diversity Project: uno dei massimi genetisti al mondo, l'autore di libri come «Storia e geografia dei geni umani» . «Finora - aggiunge lo scienziato - la genetica era stata usata soprattutto per giungere alla diagnosi della malattie. Ma questo non bastava, non basta. Noi vogliamo stare bene oggi, no? E non soltanto sapere di che cosa e quando moriremo. Ecco, d’ora in poi la ricerca genetica servirà soprattutto alla cura. Questa è la cosa che mi piace di più. Se prima la medicina trovava i suoi farmaci più o meno per caso, passando da un tentativo all’altro, d’ora in poi potrà mirare dritta al bersaglio».

Ma quanto tempo ci vorrà per colpire il primo?
«Bé, questi sono processi lenti. Anche se non sempre la gente lo capisce. Ognuno dei futuri risultati nella ricerca, anche di quelli minori, richiederà la sua porzione di tempo».

Azzardi una previsione, almeno per i risultati più importanti.
«Più vent’anni che due. Se lei mi chiede "saremo sani nel 2005? Saranno sconfitte per quel giorno le malattie che oggi ci fanno più paura?". Io posso solo rispondere "no"».

E nel 2025?
«Nel 2025, sarà molto più probabile un "sì"».

Che cosa ha provato quando ha saputo della pubblicazione delle due mappe?
«Ho pensato che così doveva essere. Che questa era la cosa ovvia da fare. Soprattutto per il gruppo di ricerca pubblico, pagato dal governo».

Qualcuno dice però che sarebbe stato meglio non pubblicare ogni dettaglio: c’è da temere adesso l’opera di qualche Stranamore, di qualche ricercatore con pochi scrupoli?
«Queste critiche e timori vengono spesso da scienziati concorrenti. Perché qui tutto il vantaggio sta nel pubblicare per primi. Pubblicare per secondi è inutile».

C’è anche qualcuno che critica questo tipo di competizione...
«Ma è una competizione che non fa scandalo, se non supera i limiti della correttezza».

Questo è già successo?
«Ho sentito di un ricercatore che ha proposto di usare una bomba biologica contro il popolo iracheno: ecco, questo signore andrebbe escluso da ogni progetto. È più un caso di criminologia comune, che di ricerca scientifica. Ma non per questo, certo, io considero dei criminali quegli scienziati che per primi arrivarono alla bomba atomica».

Nel genoma umano ci sono anche le impronte dei batteri: sono soltanto dei «fossili» ormai inutili, o hanno ancora delle funzioni?
«Le hanno, e proprio queste scoperte possono essere per noi le più importanti».

Per esempio?
«Quando si trova un batterio che produce un enzima quasi uguale a quello che produce il nostro corpo, è una scoperta molto importante».

Per alcuni scienziati, il segreto evolutivo che distingue l’uomo dall’animale si nasconde nella sequenza «parassita» del Dna, quella che si propaga replicandosi in un sito del genoma e poi trasferendo la copia in un altro sito. È d’accordo?
«Sì, qualcosa di vero c’è. Sappiamo che quella è la parte meno indagata, e più variabile. E in certe condizioni può provocare cambiamenti che sono dannosi».

Dai geni, alle proteine che questi fabbricano: sarà davvero la proteonomica, cioè la ricerca che si occupa delle proteine, l’arma decisiva per la cura delle malattie?
«Sì, sarà molto importante. Ma non dimentichiamo che, con tutti i progressi fatti, abbiamo ancora due limiti da superare. Primo, dei geni conosciamo ancora troppo poco, spesso solo la sequenza del Dna: e invece dobbiamo capire bene la loro funzione, come quella delle proteine. Secondo: per capire la funzione, dobbiamo conoscere molto di più sulla variazione individuale».

Torna il dubbio iniziale: l’entusiasmo di queste ore non è esagerato?
«No. È vero che sappiamo troppo poco. Ma anche molto, moltissimo di più, di quello che sapevamo otto o dieci anni fa».






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