ALAIN CAILLE'
Critica della ragione utilitaria
Bollati Boringhieri, Torino 1991


di
Renato Pagotto
(Fondazione "Stefanini")



Il Movimento antiutilitarista, sorto a Parigi nel 1980, oltre alla Rivista "Bulletin du Mauss", ha prodotto per opera di uno dei suoi fondatori questo "manifesto del movimento antiutilitarista di scienze sociali" di 146 pagine, otto delle quali di bibliografia (non di autori italiani, forse perché più legati a tesi d'oltralpe e d'oltreoceano che ad una propria scuola di pensiero, oppure perché ancorati ad analisi di tipo soprattutto etico dei fenomeni sociali. A rigore, almeno un italiano potremmo noi richiamare, il quale a ridosso della comparsa delle tesi utilitariste di Bentham ne analizzò con rigore e tempestivamente l'aporeticità: il Manzoni, con il suo saggio Sul Sistema che fonda la morale sull'utilità). L'autore ha riproposto le sue tesi, espresse in vari saggi destinati a riviste, nel recente volume. Il tramonto del politico. Crisi, rinuncia e riscatto delle scienze sociali, ed. Dedalo, Bari 1995.
In Critica della ragione utilitaria l'insieme delle nuove prospettive etico-sociali, è articolato in due parti. Nella prima, si esamina la trasformazione del criterio metodologico in campo scientifico registratosi negli ultimi secoli. Applicato alle scienze sociali tale criterio implica un cambiamento anche nella concezione della razionalità sulla cui base si producono giudizi sull'uomo. A livello di realtà sociale, da un modello di "utilitarismo diffuso" si è via via pervenuti all'affermazione di un "utilitarismo dominante", divenuto criterio di accertamento delle cause dei comportamenti umani. Sino al più recente "utilitarismo eufemizzato", riconosciuto non tanto come pratica di metodologia scientifica, quanto come criterio di merito e di valore.
Nella seconda parte si avanzano critiche sull'aporeticità di detta ragione utilitaria, sotto il profilo sia storico che strettamente razionale. Si fa strada ai nostri giorni la convinzione che ormai "l'immaginario utilitarista oggi gira a vuoto" [p.5] e che "l'umanità diventa veramente umana soltanto al di là della strumentalità"[7]. Lo si sostiene sulla base della definizione dell' "utilitarismo ristretto come caso particolare dell'antiutilitarismo"[8]; non viceversa, come spesso si è pensato. Il dono e la gratuità risultano piú realistici della "semplice logica egoistica calcolatoria"[8].
Passando in rassegna i secoli dal '200 ai nostri giorni, emergono alcune significative concezioni dell'uomo e della politica, che portano ad un distacco sempre piú netto dalle matrici teologiche e filosofiche, nelle quali la logica utilitaristica entra in considerazione soltanto come aspetto di pratica diffusa. Una specie di utilitarismo controbilanciato. Schaftesbury, Hutcheson, Hume controbilanciano la radicalità dell'egoismo hobbesiano; mentre Smith introduce l'enigmatico connubio tra "azione interessata" e "simpatia" disinteressata.
A differenza degli economisti come Smith, Quesnay, Ricardo, che dovevano "porre l'interesse, l'amore di sè, come si diceva all'epoca, al cuore di un sistema che altrimenti resterebbe amorfo"[24], i sociologi da Saint-Simon e Comte a Durkheim e Weber, ma anche Marx ("il piú economicista e il piú antieconomicista di tutti gli esponenti della tradizione sociologica"[26]), avevano contestato che l'economia fosse "il fondamento del legame sociale"[25] in quanto "la logica economica non è altro che un sottoinsieme della logica sociale globale"[26]. Ma successivamente sempre piú le scienze sociali si sono adeguate allo schema economicistico. Da uno sguardo anche agli altri ambiti scientifici si è indotti a concludere che sempre piú il paradigma utilitaristico è diventato il criterio dominante di giudizio. Debordando dall'economia, nel cui ambito era fatto valere, quel criterio si è esteso alle varie scienze, persino alla psicanalisi, ove "l'immaginario utilitarista diventa centrale"[36] in quanto si ha una visione dell'uomo nel quadro di una "economia dei piaceri e dei dolori"[32]. Altrettanto nella concezione dello Stato ove la concezione giusnaturalistica si è appiattita sul modello del mercato attraverso la forma dello Stato nazionale democratico con "l'elezione dei rappresentanti degli interessi materiali"[35]. All'analisi economica "s'ispira ormai una enorme quantità di lavori appartenenti a quelle che erano in precedenza discipline distinte: la storia, l'antropologia, la filosofia politica e la sociologia"; "sotto il nome di teoria delle scelte razionali"[38] si cerca persino di ricondurre il fenomeno dell'altruismo, che "deve a sua volta essere spiegato...come il risultato di un calcolo egoista"[40]. La stessa concezione della ragione "non è altro che il momento dell'universalizzazione degli interessi, compresi quelli della ragione"[41]. Così appare in Rawls e persino in Habermas.
Si presenta, allora, per chi non si adegua a simile riduzione e vuol rivendicare autenticità umana a comportamenti basati sul disinteresse, "la questione dello statuto di ciò che gli [all'utilitarista] resiste"[41]; a tale scopo occorrerà "metter in luce le...aporie" di certi lavori cognitivisti volti alla "assiomatizzazione dell'utilitarismo"[42], ben sapendo che il puro rifarsi a filosofie dell'essere non offre ormai piú un qualche senso "da un punto di vista etnologico e storico". E' abbastanza pacifico allora che "la questione principale non è...quella di sapere se sussistano pensieri non utilitaristi"[41]. Da vari tipi di esperienze, ad esempio in architettura con Bauhaus e Le Corbusier o, nella cultura d'impresa, con il taylorismo e i recenti circoli di qualità giapponesi, possiamo osservare che, al di là delle varie "professioni di fede comunitarie e democratiche"[47], si tratta solo di un new look del padronato. Esso opera un investimento "nella democrazia sempre e soltanto in modo in primo luogo strumentale"[47]. A questo tipo di logica imperante, divenuta di fatto tacito presupposto alla concezione della stessa essenza umana, appaiono contrarie all'essenza dell'uomo le altre logiche; in particolare, quelle del dono, del superamento del puro meccanismo dello scambio quale risulta nel potlac studiato da Mauss presso i primitivi, o quella delle grandi filosofie etiche dell'antichità. Nel contesto di questa predominante forma di razionalità umana, la skholé greca o l'otium latino, un tempo indispensabili alla formazione umana, vengono a perdere il loro significato.
Dalla "logica puritana inaugurata dalla Riforma"[56] in campo religioso, ove l'accumulazione si fa segno di benedizione, ai "sostituti laici"[57] della ragione e della scienza, ove il sapere si dà solo di "ciò che è misurabile e calcolabile"[59] (così il concetto di forza in fisica ben si trasferisce, nell'analisi dell'interesse, come "forza calcolabile"), sino alla suprema legge del mercato, ove l'interesse è tout court "interesse economico"[59], l'utilitarismo è strettamente implicato come concezione dell'uomo e della società che riproduce se stessa e i suoi valori secondo il paradigma della produttività. In base a questo criterio di valore si emarginano (o rivalutano) le corrispondenti fasce sociali. Lo stesso sistema democratico non sfugge alla morsa della razionalità utilitaristica ma si legittima per la sua dimensione economica; in particolare dopo la caduta delle ideologie, fallite alla prova dell'efficienza economicistica.
E' tuttavia paradossale constatare come la stessa logica utilitarista perde la sua attendibilità proprio all'interno degli stessi meccanismi di mercato. Infatti, sottoposta al vaglio di tali meccanismi, essa può essere capovolta in quanto il mercato risulta essere dipendente da variabili non riducibili a componenti soltanto economiche. Le istituzioni e la società "prima di produrre è necessario ch'esse si producano, si pensino o si legittimino"[75]. Il solo sviluppo del mercato non garantisce se stesso "perché le vie dello sviluppo sono politiche e simboliche prima ancora che economiche"[78]. I fini dell'azione umana (identificabili nei quattro tipi ideali di azione per Weber, o ancor meglio nei quattro purusartha della classificazione brahmanica) riassumibili, in breve, in quelli del desiderio, del dovere e della libertà, non sono affatto riconducibili ad un unico modello utilitaristico con tutte le sue possibili varianti. Un "salto"[91] qualitativo li premunisce dall'ambiguità di senso nella "traduzione di una logica nei termini di un'altra". Anche la stessa democrazia è salvaguardata da tale diversità di fini ideali, "se è vero che la democrazia può vivere soltanto nella molteplicità dei principi che la costituiscono confrontandosi tra loro"[94].






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