CACCIARI
Ritorno al pensiero



di
Gigi Padovani


"Corriere della Sera", Giovedì 6 giugno 2002



Dallo studio del «pensiero negativo», antidialettico, tra Schopenhauer, Heidegger e Nietzsche, al «pensiero concreto» teorizzato insieme con don Luigi Maria Verzé, il sacerdote fondatore del San Raffaele. A settembre Massimo Cacciari, il filosofo prestato alla politica, dopo dieci anni torna all´insegnamento «militante», diventando il preside della nuova facoltà di Filosofia dell´ateneo privato milanese. Il professor Cacciari sta già lavorando ai programmi, insieme con i docenti che ha coinvolto nel progetto, dall´ex ministro del Tesoro ed economista Piero Barucci, a Guido Rossi, Emanuele Severino, Salvatore Veca. Incontriamo Cacciari, tra una riunione e l´altra nella segreteria dell´università di via Olgettina, a Milano, e il palazzo immerso nel verde a Cesano Maderno dove si terranno le lezioni. Sabato la nuova facoltà sara presentata in un cinema a Cesano dal rettore don Verzé e da Cacciari, che per ora è presidente del Comitato ordinatore. Sarà, annuncia, una sorta di Scuola di Alta Politica che affronterà globalizzazione, economia, federalismo con un taglio non pragmatico, bensì interpretandone il senso, il significato e la possibile destinazione.


Professor Cacciari, il suo è un addio alla politica?

«La domanda rivela una concezione arcaica della politica: non si fa soltanto nelle sedi istituzionali, di partito o di governo, ma sempre più fuori dai palazzi, nella grande "business community" o nelle università e nei luoghi in cui si produce cultura».

Si dimetterà dal Consiglio regionale del Veneto?

«Sì, per incompatibilità giuridica, quando nascerà la facoltà, a settembre».

Il convegno di presentazione del suo progetto aveva come sottotitolo «pensiero concreto». Non è un ossimoro, cioè una coabitazione di significati contrari?

«Soltanto l´opinione comune ritiene che la filosofia sia astratta».

Filosofia e politica sono in antitesi?

«No. Filosofia concreta significa una riflessione libera da ogni pregiudizio e da negligenti adesioni a passate tradizioni. Nella nostra facoltà l´analisi filosofica sarà condotta su tutte le forme del fare, da parte degli operatori stessi, come ad esempio Edoardo Boncinelli, fisico e biologo del San Raffaele, che terrà un corso che sui fondamenti biologici della conoscenza, perché vogliamo considerare la mente come luogo di indagine scientifica. Io mi occuperò di politica».

Lei insegnerà?

«Certo, voglio affiancarmi a Severino per la teoretica, ma anche continuare i miei studi di estetica, del fare artistico. Infine lavorerò con Rossi e Barucci sul tema della globalizzazione».

Un tema che del quale si è occupato molto.

«La facoltà intende affrontare l´età della globalizzazione come una storia del Novecento analizzata però dal suo punto di arrivo e non dal suo momento di partenza».

Come sarà questa facoltà? Avrà un taglio storicista?

«Assolutamente no, non vogliamo partire dalla storia della filosofia, faremo soltanto corsi su questioni del mondo presente. Le faccio un esempio: Roberto Mordacci, nel suo corso di filosofia morale, si occuperà delle teorie morali rispetto alla bioetica, all´ambiente, ai problemi del presente. Per cui lo studio di Aristotele, di Kant o di Stuart Mill sarà fatto soltanto in quella direzione, con un occhio all´attualità».

E´ il modello francese, per problemi?

«Non so, è un modello nostro, del quale abbiamo discusso con Mordacci. In realtà, è più anglosassone, ma non americano, perché loro non hanno la consapevolezza storica, mentre in certe università inglese si tenta di più di essere analitici. Il nostro obiettivo, nei tre anni in cui staranno con noi, è di offrire ai giovani un bagaglio culturale ricco di tanti stimoli».

Non soltanto filosofi...

«Ma no, forniremo i rudimenti del Web, del pensiero economico. Ci saranno corsi dedicati ad etica e politica, all´etica della vita. Molto sarà dedicato, proprio perché siamo al San Raffaele, al confronto con la tecnologia e la scienza. Perciò si studieranno i rapporti tra genetica e antropologia. Il percorso che indichiamo loro sarà quello verso una Filosofia delle Prassi, oppure verso la Filosofia della Mente e dei Linguaggi».

Quali gli sbocchi professionali?

«Il mondo dei media, della ricerca, delle aziende».

È vero che oggi i giovani si avvicinano di più a filosofia e politica? È vero che torna l´impegno?

«Quando si parla di politica, per avere qualcuno tra il pubblico non al di sopra dei sessant´anni si cerca di dare al tema un certo spessore storico e culturale. Se devo basarmi sulla mia esperienza, sui due o tre incontri settimanali che conduco in giro per l´Italia, da Pesaro a Faenza a Bologna, vedo che c´è grande attesa tra i giovani per un pensiero concreto».

Da quanto tempo non tiene un corso universitario?

«Continuo a fare incontri, ma non insegno da dieci anni».

Anni sprecati, questi dedicati alla politica?

«No, assolutamente. Non ho un atteggiamento intellettualoide».

Lei è stato nel Pci nell´epoca berlingueriana, poi con Prodi e Rutelli: chi dei tre coniuga meglio politica e pensiero concreto?

«Lasciamo perdere Berlinguer, sarebbe un discorso storico troppo lungo»

Allora, tra Occhetto-Prodi-Rutelli?

«Occhetto capì che con la caduta del Muro la politica sarebbe cambiata, ma si fermò a metà dell´opera. Prodi aveva compreso l´esigenza del radicamento europeo dell´Italia, ma tralasciò le riforme interne. Rutelli viene dopo tutti e due, ma è presto per un giudizio storico: bisogna vedere come decolla la Margherita e se con i Ds scatta una competizione suicida».

Lei ha proposto un ticket Prodi-Cofferati per le elezioni del 2006. Il segretario Cgil dovrebbe seguire i suoi corsi, per uscire dal sindacalismo puro?

«Cofferati vi è stato costretto da un improvvido attacco da parte di Berlusconi: è un leader moderato, nel senso etimologico del termine, di grande carisma. Quando Prodi tornerà in Italia, sarà il leader naturale al centro dell´Ulivo. Saranno loro i punti di riferimento della squadra, mi sembra un destino segnato. Ma il problema sarà trovare i programmi, le proposte, non la leadership».

La sinistra è gelosa dei successi di Berlusconi in politica estera?

«Sì, in parte è vero. Ma loro lo erano di noi quando entrammo in Europa. Non mi spaventa questo, bensì la continua ubriacatura ideologica. Mi chiedo se qualcuno in Italia legge ciò che scrivono i politologi americani, come Chalmers Johnson, Samuel Huntington, Paul Kennedy».

Insomma, siamo provinciali e troppo pragmatici?

«So che la politica ha anche un aspetto professionale, i professionisti ci sono sempre stati, da Nabucodonosor in avanti. Non si può essere dilettanti».

I francesi hanno scuole...

«Questa facoltà sarà anche una scuola di Alta Politica».

Significa che vi insegneranno uomini politici?

«In senso stretto, no».

Se dovesse, chi inviterebbe?

«Domenico Fisichella».

Cioè il vicepresidente del Senato: ma è esponente di An...

«Mi somiglia, è uno come me, ha autonomia di giudizio».

E tra i ministri del governo Berlusconi?

«Non vedo nessun possibile docente».

A sinistra?

«Giuliano Amato».

Che cosa pensa dei politici nelle istituzioni?

«Il dramma è quando l´aspetto pragmatico-professionistico si separa radicalmente da quello riflessivo. Le grandi stagioni politiche sono state segnate da un felice connubio tra queste due dimensioni, che però può spezzarsi da entrambe le parti: quando i filosofi cessano di produrre pensiero concreto e i politici non sono educati alla riflessione di lungo periodo. Oggi si vede solo pragmatismo, che non può governare processi di trasformazione e grandi crisi».

Come l´immigrazione e le paure che scuotono l´Europa.

«Se la politica si separa dalla storia e dalla filosofia, diventa cieca. D´altra parte la filosofia, se si separa dalla storia e dalla politica, diventa vuota».

Cioè il contrario del pensiero debole?

«Non so cosa sia, è una declinazione imborghesita e banalizzante di Heidegger».

Eppure con il filosofo tedesco lei ha una certa dimestichezza...

«Heidegger conosceva benissimo quanto sto dicendo, soltanto che l´ha declinato in modo tragicamente sbagliato».

Ha scelto il nazismo.

«Sì, però sapeva benissimo da che parte andava, come lo sapevano Gentile e Gramsci. E´ il suo metodo che mi interessa, il quale non è in discussione».

Professore, tra poco in tv c´è una partita del Mondiale. Un filosofo segue il calcio?

«Non sono uno snob. Mi piacciono tutti gli sport. Ma vedo le partite da amici, perché nella mia casa di Venezia non ho il televisore. Lo dico anche nella speranza che alla Rai ne prendano atto, perché continuano a chiedermi di sottoscrivere un abbonamento...».




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