Direttiva del Parlamento europeo in materia di biotecnologie.
(Da La Repubblica del 13 maggio 1998)


Per i Verdi europei, che l'hanno ribattezzata "direttiva Frankestein" si è trattato di una "vittoria degli interessi commerciali sui valori etici". Per il premio Nobel Dario Fo "una schiacciante vittoria delle multinazionali". Per tutti gli altri parlamentari europei "l'apertura di una speranza concreta di riuscire a battere flagelli come il cancro e l'Aids". La direttiva europea sui brevetti delle invenzioni biotecnologiche, approvata ieri a Strasburgo, arriva dopo dieci anni di lavoro in cui i parlamentari europei hanno cercato di armonizzare le regole sui brevetti nei singoli Stati europei. Finora le uniche regole erano quelle contenute nella "Convenzione europea dei brevetti" firmata nel 1973 e in vigore dal 1978, che prevedeva la possibilità di brevettare microrganismi, linee cellulari, enzimi, antigeni, anticorpi, sequenze di materiale genetico e processi di produzione biotecnologici. A differenza delle leggi degli Stati Uniti e del Giappone sui brevetti, quella europea, malgrado le critiche, dedica molto spazio ai limiti etici della ricerca, parlando esplicitamente di tutela l'organismo umano e della sua identità genetica e ponendo chiari divieti alla clonazione umana, alla modifica dell'identità genetica di ovuli e spermatozoi, all'uso di embrioni a fini industriali o commerciali, alla modificazione dell'identità genetica di animali tali da provocare sofferenze senza utilità medica sostanziale. Che cosa non si può brevettare - le varietà vegetali - le razze animali - i processi biologici, come gli incroci tradizionali, per le selezioni vegetali e animali - le invenzioni il cui sfruttamento commerciale sarebbe contrario all'ordine pubblico o al buon costume. In particolare i processi di clonazione o di modifica dell'identità genetica germinale; le utilizzazioni (ma non la ricerca) di embrioni umani a fini industriali o commerciali; i processi di modifica dell'identità genetica degli animali tali da provocare loro delle sofferenze senza utilità medica sostanziale per l'uomo o l'animale (non sarà quindi permesso brevettare un maiale non in grado di camminare, e destinato alla sola produzione di carne). Che cosa si può brevettare - invenzioni applicabili a livello industriale - materiale biologico isolato dal suo ambiente naturale e ottenuto con procedimenti tecnici - elementi isolati del corpo umano, come sequenze di materiale genetico - materia vivente che comprende microrganismi (batteri e virus) e linee cellulari - materia non vivente che comprende antibiotici, proteine ed enzimi, antigeni, anticorpi, sequenze di materiale genetico (Dna e Rna) - processi che si servono di microrganismi (fermentazione) e che si applicano a microrganismi (isolamento, moltiplicazione, conservazione, mutazione, ingegneria genetica). L'articolo più controverso della direttiva è quello relativo alla brevettabilità di materiale biologico di origine umana. La direttiva afferma esplicitamente che non possono essere brevettabili nè il corpo umano "ai diversi stadi della sua costituzione e del suo sviluppo", nè la semplice scoperta di uno dei suoi elementi, "compresa la sequenza o la sequenza parziale di un gene". Ma nello stesso articolo, il numero cinque, però si afferma che "un elemento isolato del corpo umano, o altrimenti prodotto mediante un procedimento tecnico, compresa la sequenza parziale di un gene, può costituire un'invenzione brevettabile, anche se la struttura di questo elemento è identica a quella di un elemento naturale". Non è chiaro quindi, e dipenderà in gran parte dell'applicazione dei criteri di brevettabilità da parte dell'ufficio europeo per i brevetti di Monaco, come possa essere interpretato quel "può costituire un'invenzione brevettabile". In altre parole, un elemento isolato del corpo umano o una sua sequenza genica saranno brevettabili se l'ufficio di Monaco deciderà che sussistono i requisiti di novità, originalità e contenuto inventivo che devono essere sempre rispettati perchè un'invenzione sia considerata tale e possa godere di tutela giuridica.


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SI PUO' BREVETTARE LA VITA?

di
Stefano Rodotà

IL PARLAMENTO europeo vota oggi la direttiva forse più controversa e contestata di questi anni, che riguarda le biotecnologie. La polemica è vivissima, e ruota intorno ad un interrogativo: è lecito brevettare il vivente? Può la logica della commercializzazione impadronirsi anche del corpo umano e di tutto ciò che lo compone? Due posizioni si fronteggiano. Si denunciano, da una parte, le inammissibili pretese dell'industria delle biotecnologie che, brevettando organismi viventi, trasformerebbe uomini, piante ed animali in semplici oggetti di proprietà; esproprierebbe singoli e gruppi del diritto di disporre delle proprie risorse genetiche; limiterebbe la stessa libertà di ricerca, visto che i geni e le altre strutture, una volta brevettati, non sarebbero disponibili per la ricerca fuori dai laboratori delle industrie proprietarie del brevetto. Si risponde sottolineando che, al contrario, proprio il brevetto, remunerando chi fa ricerca, favorirà il lavoro scientifico e creerà nuove occasioni di lavoro; che incentivare in questo modo la ricerca è indispensabile, perché solo da essa possono venire benefici grandissimi per la salute individuale e per il benessere collettivo, come dimostra il fatto che, grazie alle biotecnologie, già sono disponibili decine di farmaci che curano milioni di persone. E SI aggiunge che non si può mettere l'industria europea in difficoltà a causa delle divergenze tra le legislazioni nazionali e della inferiorità rispetto alle imprese degli Stati Uniti e del Giappone, che operano in un ambiente dove la tendenza è appunto verso la brevettabilità. È possibile un punto di conciliazione fra esigenze così lontane? La discussione non è cominciata ieri e, anzi, già nel 1995 il Parlamento europeo aveva respinto una proposta di direttiva in questa materia, ritenendo proprio che il testo presentato non offrisse sufficienti garanzie. E nel marzo scorso, dopo che il nostro Governo si era astenuto su una nuova proposta, il Senato ha manifestato una preoccupazione analoga, votando una mozione con la quale si è chiesto al Governo di "attivarsi perché sia sospesa l'emissione della direttiva fino alla sua radicale rielaborazione". Bisogna dire che il testo attuale rappresenta un passo avanti rispetto a quello già respinto dal Parlamento europeo. Naturalmente, questo non basta a chi ritiene che siamo di fronte ad una materia non negoziabile, all'imperativo di sottrarre il vivente ad ogni forma di appropriazione proprietaria. Si può comunque ritenere che, divergenze di principio a parte, siamo di fronte ad una proposta di direttiva che circoscrive i rischi e consente forme di controllo sul modo in cui opererà il criterio della brevettabilità? Senza poter svolgere qui un' analisi dettagliata della nuova disciplina, bisogna partire dalla considerazione dei casi in cui la brevettabilità è esclusa. Per quanto riguarda le varietà vegetali e le razze animali e "i procedimenti essenzialmente biologici di produzione di vegetali e animali", si afferma che non sono brevettabili. E lo stesso criterio è adottato per "il corpo umano, nei vari stadi della sua costituzione e del suo sviluppo", per la scoperta di suoi elementi (compresi i geni e le sequenze del genoma), per i procedimenti di clonazione e di modificazione dell'identità genetica, per le utilizzazioni degli embrioni. Questo non vuol dire che non sia possibile brevettare piante o animali, ma che questa possibilità è limitata ai casi in cui "si inventa" qualcosa di nuovo. E, per quanto riguarda il corpo umano o suoi elementi, si può brevettare uno di questi elementi solo nei casi in cui viene isolato o prodotto mediante un procedimento "che la natura di per sé non è in grado di compiere", anche nei casi in cui il risultato è identico a quello di un elemento naturale. Si parte, in sostanza, dal corpo per arrivare a un risultato in qualche modo autonomo, che può diventare proprietà del ricercatore a condizione che si indichi anche la sua applicazione industriale (per evitare che si brevetti qualcosa di cui non sono ancora chiare le possibili utilizzazioni, solo per evitare che altri continuino a far ricerca in quel settore). Qui continuano a innestarsi motivi di polemica, che probabilmente sarebbe stato più agevole superare se si fosse parlato esplicitamente di ammissibilità del brevetto solo nei casi in cui il gene o l'elemento di origine umana fosse stato sostanzialmente modificato. A ogni modo, la formulazione della direttiva ("corpo umano, nei vari stadi della sua costituzione e del suo sviluppo") corrisponde al principio della non commercializzazione del corpo e riflette una impostazione che si ritrova tanto nella Convenzione europea sulla biomedicina, quanto nella Dichiarazione dell'Unesco sul genoma umano, entrambe del 1997. In questi documenti, infatti, si vieta la commercializzazione del corpo e del genoma "in quanto tali", senza per ciò precludere la possibilità di arrivare al brevetto secondo criteri come quelli adottati dalla direttiva. Per valutare il quadro d'insieme nel quale dovrà operare la direttiva, inoltre, bisogna tener presente che rimane fermo il principio secondo il quale non possono essere concessi brevetti in contrasto con l'ordine pubblico e il buon costume, e che le legislazioni nazionali possono limitare le modalità di utilizzazione dei brevetti concessi. Inoltre, per evitare abusi da parte dei titolari dei brevetti, soprattutto nei confronti di gruppi più deboli e dei paesi in via di sviluppo, si prevede che essi possano essere obbligati a consentirne l' utilizzazione (licenze obbligatorie) e che gli agricoltori e gli allevatori, i quali abbiano acquistato animali o piante coperti da brevetto, possano poi liberamente utilizzare i prodotti ottenuti. Si introduce, infine, una sorta di "valutazione permanente" di tutti gli aspetti etici connessi alle biotecnologie, affidato al Gruppo europeo per l'etica delle scienze e delle nuove tecnologie: e la novità è importante, anche se si vuol discutere il fatto che i componenti di questo comitato etico sono scelti dalla sola Commissione europea. Qui, come altrove, si tratta di costruire un quadro di compatibilità tra i diversi interessi, senza per ciò far venir meno il riferimento ai principi, tanto che l'elenco delle esclusioni dalla brevettabilità non è considerato esaustivo, ma può essere esteso a tutti i casi in cui vi è il rischio di violazioni della dignità umana. Questo è un lavoro necessario, che va oltre l'approvazione della direttiva, e che si fa misurandosi con i fatti e valutando di volta in volta le soluzioni più adeguate.


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Ingegneria genetica
I progetti

Sostituire pezzetti di Dna difettosi. Per guarire da malattie ereditarie. O evitare gravi malanni a cui si è predestinati. Gli esperimenti sull'uomo sono già un migliaio. Alcuni andati a buon fine. E' l'inizio di una svolta che cambierà il volto della medicina
di
Emma Trenti Paroli


Dall'individuazione della struttura a doppia elica del Dna, avvenuta nel 1953 è iniziata un'avventura scientifica che ha coinvolto tutte le branche della medicina, diventando la principale strada da percorrere verso il progresso. Gli obiettivi sono ambiziosi: identificare i geni che determinano o predispongono a tutte le malattie; sviluppare nuovi farmaci in grado di neutralizzare o sostituire l'azione dei geni difettosi; infine, con le terapie geniche, curare e prevenire le malattie andando a correggere il codice genetico all'interno delle cellule. Di questi esperimenti, iniziati solo nel '90, hanno usufruito appena un migliaio di persone in tutto il mondo, con risultati alterni. Ma il successo pieno è dietro l'angolo. Ed equivarrà alla possibilità di riscrivere il progetto originale dell'uomo, definito al momento del suo concepimento. Oppure a viaggiare a ritroso con la macchina del tempo, per annullare i danni inferti al nostro Dna dalla dieta, dal fumo, dall'ambiente, dall'invecchiamento, dal caso.

ASHANTI E BRITTANY
AOshanti De Silva, 11 anni, e Brittany Abshire, 2 anni, sono due bimbe americane che devono la vita alla genetica. Ashanti, affetta da un raro difetto congenito del sistema immunitario, era destinata a vivere solo pochi anni, rinchiusa in una bolla d'aria sterile, nel vano tentativo di proteggerla dalle più comuni infezioni che prima o poi se la sarebbero portata via. Ma nel '90 è stata la prima paziente al mondo trattata con successo con una terapia genica che le ha inserito nel sangue milioni di copie sane del suo gene difettoso. E da allora, ripetendo la cura ogni sei mesi, vive una vita normale. Brittany, figlia di genitori portatori del gene che causa il morbo di Tay-Sachs, una malattia del sistema nervoso letale nella prima infanzia, invece non sarebbe mai nata. Dopo la morte della loro primogenita nel 1989, gli Abshire, contrari per fede all'aborto terapeutico, avevano deciso di non avere più figli. Poi hanno accettato di sottoporsi a un test sperimentale per analizzare, durante la fertilizzazione in vitro, il Dna dell'embrione quando è ancora allo stadio di poche cellule, al fine di reinserire nell'utero della donna solo embrioni sani. Così nel 1994 è nata Brittany, la prima dei 76 bimbi venuti alla luce fino a oggi nel mondo dopo una diagnosi genetica embrionale: privi di difetti genetici per mano dell'uomo.

Afferma William Haseltine, presidente dell'azienda di biotecnologia statunitense Human Genome Sciences: .Presto la medicina non sarà più basata sul trattamento dei sintomi, ma diventerà soprattutto una disciplina di prevenzione.. L'obiettivo ultimo è infatti prevedere le malattie nel destino di una persona, e impedire che avvengano. Una tale ambizione è giustificata dal fatto che tutte le patologie, in una certa misura, hanno una componente genetica, cioè sono in parte causate o favorite da istruzioni sbagliate dettate all'organismo da uno o più geni difettosi fin dalla nascita, oppure alterati nel corso della vita da una mutazione.

2005: IL GENOMA RIVELATO
Il primo passo è puntare il dito sui geni responsabili. Impresa non da poco. .Trovare un gene sconosciuto è come individuare una lampadina fulminata in una casa situata tra la costa atlantica e pacifica degli Usa, senza conoscere lo Stato, né la città o l'indirizzo., afferma Francis Collins, direttore del Progetto Genoma statunitense. Per facilitare questo lavoro da detective e da indovini, nel '90 è nato il Progetto Genoma, che vede impegnati scienziati di tutto il mondo (le nazioni in prima linea sono Usa, Gran Bretagna e Francia) nell'impresa di decifrare entro il 2005 la sequenza di tre miliardi di basi chimiche di cui sono composti i cromosomi umani. Ma i 100 mila geni occupano solo il 5 per cento del nostro Dna, e in questo mare magnum non possono essere pescati a caso. Molti genetisti allora hanno adottato la strategia di studiare un gruppo familiare in cui una malattia ricorre con particolare frequenza: e quando nei profili genetici emerge qualche elemento insolito, comune a molti parenti, qualche volta si tratta proprio del gene. .Se nel '94 siamo riusciti a identificare il Brca1, il primo gene di predisposizione al tumore ereditario della mammella e dell'ovaio, lo dobbiamo anche ai nostri soggetti di studio: una numerosa famiglia di mormoni in cui c'erano ben 40 donne colpite da questa malattia., ammette Mark Skolnick dell'Università dello Utah, scopritore tra l'altro anche del gene di predisposizione al melanoma.

Metodi e tecniche sempre più perfezionati hanno consentito fino a oggi di identificare oltre seimila geni umani, di cui parecchie decine collegati alle più svariate malattie, che quindi si può presto sperare di dominare. Tra gli ultimi ci sono quelli legati a particolari forme del tumore della prostata, del polmone, della mammella, dell'ovaio, del colon, della leucemia, del melanoma. Conosciamo poi i geni responsabili di malattie del metabolismo, come l'obesità o forme ereditarie di diabete; della sclerosi laterale amiotrofica, o alcune forme di Alzheimer; autoimmunitarie come l'artrite reumatoide; cardiovascolari, come alcuni tipi di cardiopatia congenita. Senza dimenticarsi dei geni, tra i primi scoperti negli anni Ottanta, che determinano malattie congenite rare e meno rare come la fibrosi cistica, la distrofia muscolare, la talassemia, la corea di Huntington. La lista si allunga ogni mese: e anche i ricercatori italiani figurano tra i protagonisti di questa caccia. La bandierina tricolore, tra gli altri, sventola sul gene della morte improvvisa cardiovascolare, scoperto nel 1993 da Gaetano Thiene dell'Università di Padova, e del gene implicato nella genesi di alcune forme di tumore al polmone, identificato lo scorso aprile da ricercatori dell'Istituto dei Tumori di Milano in collaborazione con un gruppo americano.

Oggi nel mondo decine di migliaia di portatori del gene della corea di Huntington, ancora sani, sanno che un giorno questo male incurabile li ucciderà. Il passo successivo alla scoperta di un gene legato a qualche disturbo, è infatti la messa a punto di un test diagnostico per individuare chi ne è portatore.

Con l'aumento dei test genetici disponibili, cresce anche il numero delle persone che, temendo una familiarità per una malattia, vi si sottopongono. Perché anche sapere può essere un vantaggio: per esempio, nei casi in cui il gene non determina ma soltanto predispone a tumori che dipendono dallo stile di vita, e che una diagnosi precoce rende più facilmente trattabili. Avverte Bert Vogelstein dell'ospedale Johns Hopkins di Baltimora, scopritore nel 1993 del gene che, nella forma difettosa, provoca un tipo frequente di tumore del colon: .Se hai questa mutazione puoi fare molto per non morire: come adottare una dieta molto ricca di fibre e povera di grassi.. Ben diverso invece è il caso della corea di Huntington, che si manifesta dopo i 40 anni. Oppure del gene che predispone alla forma precoce del tumore della mammella e dell'ovaio, un tumore molto aggressivo: le giovani donne che, con il test messo in commercio recentemente negli Usa, hanno scoperto di essere portatrici, possono decidere di farsi asportare le mammelle e le ovaie. Ma questa misura drastica non garantisce loro di evitare il cancro, solo di ridurne la probabilità.

Insieme ai nuovi test genetici si moltiplicano così i dilemmi morali. E' necessaria una regolamentazione della materia per proteggere la privacy e la libertà di scelta dell'individuo. Prevede il premio Nobel Walter Gilbert dell'Università di Harvard: .Entro il 2000 conosceremo da 20 a 50 geni potenziali cause di malattie. Nei 10 anni successivi questo numero aumenterà vertiginosamente, di qualche migliaio. E tra il 2020 e il 2030 potremo richiedere in farmacia una copia su Cd del nostro Dna, per poi analizzarla da soli sul computer di casa..

UOMINI MANIPOLATI
Manipolare i geni dell'uomo, e mischiarli con il Dna degli animali per riprodurli in laboratorio: l'idea per anni è stata vista con sospetto e ostacolata da politici, religiosi, esperti di bioetica, e anche da molti scienziati. Ma i successi della tecnica detta del Dna ricombinante, utilizzata dalle industrie di biotecnologia, hanno poco per volta vinto tutte le resistenze. Questo metodo, brevettato negli anni Settanta, consiste nell'inserire geni umani nei cromosomi di animali da laboratorio, per poterli replicare e ottenere grandi quantità delle proteine da essi prodotti, in forma sintetica. Così è stata ottenuta la prima insulina umana sintetica, approvata per il mercato americano nel 1982: più efficace e sicura di quella estratta dai maiali, disponibile fino a quel momento. Poi nel 1989 è stata la volta dell'eritropoietina sintetica che ha salvato la vita a migliaia di persone in dialisi, poiché combatte la grave anemia da cui vengono colpite. E ogni anno la biotecnologia sforna decine di nuove molecole, utili per trattare le patologie più svariate.

La genetica aiuta la farmacologia a rendere più efficaci e sicure tutte le medicine, vecchie e nuove. Osserva Thomas Caskey, vicedirettore del Dipartimento di ricerca della multinazionale farmaceutica Merck: .Sapere che a livello genetico esistono tre o quattro forme diverse della malattia di Alzheimer non può che aiutare nella studio di farmaci più precisi: perché ciò che serve al malato A può essere inutile, o dannoso, per il malato B..

Una volta scoperto che un gene difettoso produce una proteina non funzionante, si può somministrare al paziente una versione corretta della proteina, oppure imitarla con un composto sintetico. E non solo. Spiega Margherita Maffei, una collaboratrice italiana di Jeffrey Friedman della Rockefeller University di New York, scopritore nel 1994 del gene dell'obesità: .Dopo l'identificazione del gene abbiamo individuato anche il suo prodotto, una proteina chiamata leptina. Le possibili applicazioni sono moltissime, e vanno oltre la semplice somministrazione della leptina, che in laboratorio fa dimagrire drasticamente i topi obesi. Si può infatti cercare di agire anche sui meccanismi di trasporto della leptina da parte del sangue, e sui suoi recettori nel cervello..

.Nel giro di 20 anni, buona parte delle malattie avranno, tra i possibili trattamenti, qualche forma di terapia genica., dice French Anderson dei National Institutes of Health: nel 1990 è stato proprio Anderson a curare Ashanti DeSilva, la bimba malata di immunodeficienza congenita, nel primo esperimento ufficiale di terapia genica. Quel successo ha sollevato enormi speranze, e ha fatto proliferare gli studi clinici di terapia genica su alcune centinaia di malati di cancro, Aids, e di disturbi congeniti come la fibrosi cistica e la distrofia muscolare. Del resto tra i primi a sperimentare nel mondo la terapia genica nella cura della immunodeficienza congenita è stato l'ematologo italiano Claudio Bordignon, dell'Istituto San Raffaele di Milano. Non c'è dubbio che nel giro di qualche anno molti ostacoli tecnici delle terapie geniche verranno superati. L'importante è non avere troppa fretta, come raccomanda Harold Varmus, premio Nobel e potente direttore dei National Institutes of Health che finanziano la ricerca biomedica Usa. Oggi o domani, non importa, la terapia genica diventerà una realtà..

(L'Espresso, 09.01.1997)






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La bioetica divide l'Europa dagli Usa

di Stefano Rodotà


L'ATLANTICO si fa più largo, l'Europa e l'America si allontanano, o almeno aumentano le occasioni che le contrappongono? Sembrerebbe di sì, a giudicare almeno da molte vicende che riguardano la bioetica, la tutela dell'ambiente, la privacy. E questi conflitti avvengono nei settori più direttamente investiti dalle innovazioni scientifiche e tecnologiche, dunque destinati a segnare profondamente il futuro del mondo.
Nei giorni scorsi, mentre il Presidente Clinton rimproverava al congresso i ritardi nell'approvazione di una legge sulla clonazione e Jacques Chirac gli faceva eco denunciando "inquietanti derive" negli Stati Uniti, diciassette paesi europei hanno firmato a Parigi un protocollo che vieta appunto ogni forma di clonazione a fini riproduttivi. Questo protocollo integra la Convenzione europea sulla biomedicina per la tutela dei diritti e della dignità dell'uomo, sottoscritta nell'aprile scorso ad Oviedo da ventuno paesi.
Sta dunque nascendo uno "spazio europeo" all'interno del quale la tutela dei diritti dell'uomo si concreta in una forte affermazione di valori fondamentali, come quelli riguardanti la non commercializzazione del corpo umano ed il rifiuto di ogni strumentalizzazione della persona. Si tratta, per il momento, solo dell'avvio di un processo, sia pure assai significativo. Non basta, infatti, sottoscrivere documenti. Gli Stati europei devono ora renderli effettivi, ratificando convenzione e protocollo, ed operando perché ad essi si aggiunga l'adesione dei paesi finora assenti, in particolare l'Inghilterra e la Germania: la prima invoca la libertà della ricerca, la seconda critica i testi approvati, giudicandoli ancora deboli, lontani dalle misure più drastiche richieste in un paese segnato dalla memoria dell'eugenetica nazista. Il Parlamento italiano potrebbe cogliere questa occasione, avviando subito la procedura di ratifica, sconfiggendo gli scetticismi e determinando così quell'effetto di trascinamento indispensabile per vincere resistenze e timori.
Il Protocollo firmato a Parigi affronta un aspetto soltanto della clonazione, quello più inquietante. Il divieto, infatti, riguarda esclusivamente la clonazione "riproduttiva", vietando la creazione di "un essere umano geneticamente identico ad un altro essere umano, vivente o morto" (si esprime così l'art. 1). Viene, invece ritenuta "preziosa dal punto di vista biomedico ed eticamente accettabile" la clonazione di cellule e tessuti, mentre è rinviata ad un momento successivo una disciplina della clonazione di cellule di embrioni. In sostanza, non si ha una condanna della tecnica della clonazione, ma soltanto della sua utilizzazione a fini direttamente riproduttivi.
Questa forma di clonazione viene considerata "una minaccia per l'identità dell'essere umano", per la sua dignità, violata dalla strumentalizzazione che si avrebbe in tutti i casi in cui la riproduzione fosse finalizzata unicamente a replicare esseri già esistenti. Sono gli stessi argomenti che hanno indotto nel novembre scorso l'assemblea dell'Unesco ad approvare una Dichiarazione sul genoma umano nella quale, appunto, la clonazione riproduttiva viene condannata perché lesiva della dignità umana.

Due sono, dunque, le parole chiave di questi documenti internazionali: unicità e dignità. E l'inaccettabilità etica della clonazione di esseri umani è stata sintetizzata nel modo migliore dalle parole di Hans Jonas, quando ha scritto che "la consapevolezza di esser copia di una creatura che si è già manifestata in una forma vivente va a soffocare l'autenticità del proprio essere, ossia la libertà di scoprire se stessi, di sorprendere se stessi e gli altri con ciò che è insito in ciascuno di noi. Un fondamentale diritto, il diritto del "non sapere", che appartiene inscindibilmente alla libertà esistenziale, viene violato in anticipo "dalla nascita per clonazione". Il divieto della clonazione riproduttiva non ha soltanto un forte valore simbolico. Contenuto com'è in un documento internazionale, e venendo negli stessi giorni in cui un ricercatore americano minacciava di continuare le sue ricerche in altri paesi se pure gli Stati Uniti introdurranno quel divieto, indica la necessità di un'azione comune di tutti gli Stati per costruire una prima diga contro utilizzazioni pericolose dell'innovazione scientifica. Assisteremo, altrimenti, alla nascita di "paradisi genetici", dove ogni sperimentazione e applicazione rimarrà possibile.
Ma le distanze e i conflitti tra Europa e Stati Uniti si colgono ancor più nettamente in altri settori. Lo mostra il fatto che, mentre la Convenzione europea sulla biomedicina e quasi tutte le leggi nazionali vietano ogni forma di commercializzazione del corpo umano, dagli Stati Uniti continuano ad arrivarci notizie di un commercio legale di gameti, di cataloghi di "donatori" e di madri surrogate. E la contrapposizone tra ragioni economiche e tutela di altri valori segna le discussioni sulla tutela dell'ambiente e della privacy.
A Kyoto, nel corso della conferenza sull'ambiente, la delegazione americana era partita da posizioni assai negative, riflettendo gli interessi di un mondo industriale ostile ad ogni effettiva riduzione delle emissioni nell'atmosfera. Solo la posizione assai ferma dei paesi europei ha consentito un compromesso che evita di subordinare l'ecologia all'economia.

ALTRETTANTO chiara, e venata di paradosso, è la contrapposizione nel delicatissimo settore della tutela dei dati personali. Nata negli Stati Uniti, la moderna privacy trova oggi in Europa il più intenso riconoscimento. Le direttive dell'Unione europea stanno creando un' area dove i cittadini vedranno la loro sfera privata protetta in modo concreto contro le forme indiscriminate di raccolta dei dati rese possibili dalle nuove tecnologie. E questo fa nascere preoccupazioni negli Stati Uniti, con un'industria che contrasta ogni proposta di legge generale sulla privacy e induce l'amministrazione a rifiutare l'inserimento nella dichiarazione Usa-Europa sul commercio elettronico di una tutela dei dati personali.
Europa dei diritti contro America dei mercati? Evitiamo le semplificazioni eccessive, anche perché dagli Stati Uniti ci arrivano anche indicazioni diverse, come l'approvazione nel 1997 di leggi sulla privacy dei consumatori da parte di 34 Stati e la pressione del mondo delle donne che sta dando voce a una diversa sensibilità per la tutela dei dati personali. Constatiamo, però, che cominciano ad emergere i tratti di un'Europa non prigioniera della sola logica economica, attenta alla riaffermazione di altri valori. Questa linea va consolidata, anche perché la posizione europea può rafforzare le posizioni di chi negli Stati Uniti si batte perché ovunque si abbia una tutela della privacy adeguata al suo carattere di diritto fondamentale.

(Da La Repubblica del 27 gennaio 1998)



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