Le contraddizioni nella multiforme galassia dei movimenti populisti e fascistoidi

Quali sono le ideologie che uniscono tutti questi nostalgici dell´estremismo? Ce n´è per tutti i gusti da Evola a Sorel da Khomeini a Gheddafi



di
Enzo Bettiza


"La Stampa", 12 maggio 2002



IL grande balzo elettorale di Le Pen e l'assassinio di Pim Fortuyn, l'eccentrico leader dell'estrema destra olandese, hanno focalizzato l'attenzione degli osservatori sulla multiforme galassia dei movimenti populisti e fascistoidi che dalla Francia si estendono fino a Mosca. Non ne sono immuni né l'Irlanda né l'Inghilterra, né le penisole mediterranee né le coste scandinave, né l'Europa centrale né quella orientale. Accanto ai nomi di spicco come quelli del rampantissimo Le Pen e del famosissimo Jörg Haider, altri personaggi e movimenti, fino a ieri assai meno noti, cominciano a farsi visibili un po' dovunque. È di questi giorni la notizia, balzata nelle prime pagine, di un'inaudita imputazione a carico di Leone Paserman, presidente della comunità ebraica di Roma, rinviato a giudizio per aver offeso in un'intervista «la reputazione e l'onorabilità del movimento politico Forza Nuova e per esso quelle del segretario Roberto Fiore». Fra vari gruppi e gruppuscoli emergenti troviamo in prima linea il Vlaams Blok fiammingo di Filip Dewinter, xenofobo, ultranazionalista, corporativista, che patrocina con crescenti successi elettorali l'idea di un Belgio diviso in due come la ex Cecoslovacchia. Seguono i Republikaner e l'Npd in Germania, il Nop in Polonia, Aliança Nacional in Portogallo, Democracia Nacional erede della Falange in Spagna, Legiunea Arhanghelul Mihai in Romania, Immigration Control Platform in Irlanda, English Third Position in Gran Bretagna, poi gli haideriani di Christoph Blocher in Svizzera, di Pia Kjaersgaard in Danimarca, di Carl Hagen in Norvegia.

La conversione del terrorista
Il sincretismo che li distingue li spinge spesso ad oscillare ambiguamente fra destra e sinistra, dallo sciovinismo al bolscevismo e viceversa, congiungendoli perfino al panserbismo antislamico dell'ex comunista Milo?evic o all'antiamericanismo del nazionalcomunista russo ?juganov e del dichiarato neofascista ?irinovskij. Qual è in definitiva l'ideologia o, meglio, le ideologie che uniscono e talora disuniscono tutti questi revenant dell'estremismo e della nostalgia? Ce n'è di tutte le risme, per tutti i gusti, da Evola a Codreanu, da Sorel a Khomeini, da Gheddafi ai raffinati testi sociologici e storici del defunto marxista di destra Fortuyn. Al culmine di tali commistioni speculari e incestuose fra parenti serpenti si segnala il caso paradigmatico di Horst Mahler, capo della Nationaldemocratische Partei Deutschlands, meglio conosciuta sotto la sigla nazisteggiante Npd. Mahler, nei primi anni settanta, fu uno dei cofondatori della banda terroristica di sinistra Baader-Meinhof. Secondo le sue stesse parole, la «conversione» gli venne ispirata dal convincimento che «l'unica vera opposizione al nuovo ordine mondiale poteva essere il nazionalismo» e che, di conseguenza, «l'unico gruppo impegnato nella lotta al capitalismo globale doveva essere proprio l'Npd». Qui il termine di nazionalsocialismo (che aveva avuto un precursore genealogico nel nazionalbolscevismo dei weimariani anni venti) sembra riprendere i suoi connotati originari di populismo sinistreggiante, riconosciutigli d'altronde anche da Le Pen, per il quale le camere a gas di Auschwitz non furono altro che «un dettaglio della storia». Ci si accorge così di qualcosa di cui gli attuali movimenti e girotondi «no global» preferirebbero non accorgersi: e cioè che il loro odierno antisionismo e antiamericanismo filopalestinese si ricongiunge, tramite Stalin, al triste precedente dell'anticapitalismo e antisemistismo plebeo di Hitler. Ma l'elemento ideologico che più sfugge, perché è il più contraddittorio, e proprio quello che sembra unire di più le nuove destre eversive peraltro spesso discordi e disarmoniche. Esse mettono al centro del loro tam-tam propagandistico la questione dell'immigrazione. Tutte vorrebbero regolamentarla drasticamente, contenerla, magari eliminarla con brutali mezzi repressivi. Sotto la parola generica, immigrazione, si cela però quello che oggi è un problema collettivo e difficile per gli europei d'ogni colore politico: il rapporto con l'Islam. Basti pensare che nella sola Francia i musulmani raggiungono ormai la medesima cifra degli elettori di Le Pen: 5 milioni. In parvenza, muro contro muro. In realtà, un muro variegato, screpolato, percorso da striature strane e devianti, da cui il fondamentalismo islamico traspare a volte come il nemico centrale, altre volte come un alleato sussidiario: anzi alleato naturale contro il capitalismo, un baluardo nella lotta comune alla mondializzazzione, un ariete di prima linea contro l'esecrato Stato d'Israele ricettacolo d'ogni vizio e perversione morale. I lepenisti italiani di Forza Nuova vedono per esempio nell'Islam la «barbarie musulmana che avanza verso l'Europa» e denunciano «il fallimento storico dell'utopica società multirazziale americana e francese». Auspicano la costituzione di una polizia europea militarizzata cui affidare il controllo dei confini, preconizzano la necessità di costruire infrastrutture «umanitarie» nei Paesi d'origine dei flussi migratori, «trattando Albania e Africa come terre dove solo noi europei possiamo mettere ordine». Però un vecchio slogan ritmato marzialmente dai neofascisti negli anni settanta scandiva: «Ogni palestinese è un camerata/lo stesso nemico/la stessa barricata!» Ma è a proposito dell'Iraq che il gatto fascista in genere si morde la coda. È quasi un vezzo paradossale per ogni estremista di destra dichiararsi ostile agli arabi stanziati in Europa e amico, fuori Europa, del panarabismo giudeofobico di Saddam Hussein. Anche qui Le Pen docet. Egli simultaneamente quanto astutamente si proclama di sinistra e di destra, si presenta ora come «camerata» e ora come «compagno», aiutato dall'ambivalenza che la parola «camarade» ha nel lessico politico francese. Fatto è che sul piano internazionale il disinvolto leader del Fronte sposa quasi tutte le cause della sinistra giurassica. Proprio lui, parà d'Algeria e colonialista coriaceo, appena può prende con ostentazione le difese di Saddam contro l'America e contro l'embargo. Non a caso il suo partito si è fortemente proletarizzato raccogliendo una quantità di consensi nei tradizionali bastioni operai che un tempo votavano per i socialcomunisti. La demagogia a doppio fendente del tribuno populista si attaglia benissimo alla schizofrenia del «povero bianco» della banlieue industriale francese, che nel magrebino in casa vede un'insidia al suo posto di lavoro e alla sua sicurezza, mentre nell'arabo fuori casa intravvede una vittima dell'imperialismo americano. In tal senso il voto lepenista è stato caratterizzato anche da un rito elettorale perverso celebrato, nello stesso momento, a disfavore del pericolo islamico in Francia e a favore dei miseri islamici aggrediti dai marines in Afghanistan e ora assediati e affamati dagli americani in Iraq. I seguaci o simpatizzanti europei di Le Pen non sono da meno. Si direbbe che si crogiolino nella contraddizione lepenista e se ne compiacciano con altrettanta voluttà machiavellica. Il 9 ottobre 2001, a neppure un mese dall'aggressione kamikaze contro New York, gli italiani di Forza Nuova, i tedeschi dell'Npd e gli spagnoli della Falange si dichiaravano concordi nel giudicare «illegittima la lotta americana contro il male». Al tempo stesso ritenevano «necessaria e indispensabile l'espulsione di tutti i fondamentalisti islamici dal territorio europeo», sollecitando la creazione di «un'armata europea indipendente dall'America, capace di difendere gli interessi del continente e la civiltà occidentale e cristiana». Ma un anno dopo la stessa Forza Nuova, in occasione del suo primo congresso nazionale tenuto dal 22 al 24 marzo 2002, quando si faceva probabile l'ipotesi di un attacco americano all'Iraq, si schierava apertamente con «il popolo iracheno», amico di un'Europa che avrebbe il dovere di intervenire «anche a difesa del diritto all'esistenza dello Stato palestinese». Sul diritto all'esistenza di quello ebraico si sorvolava.

Affascinati dal partito Baath
Perché le destre estreme, così diffidenti nei confronti dell'immigrazione e dell'integrazione dei nuclei islamici nelle nazioni europee, dimostrano invece tanta calorosa solidarietà politica in particolare verso il regime spietato e cruento di Saddam Hussein? Certamente del «popolo iracheno» non gliene importa granchè; quello che sembra importare soprattutto per loro è l'eccezionalità nazistalinista e laica del partito Baath, partito matrice di Saddam, nel mondo arabo e islamico in prevalenza arcaico e teocratico. Un partito che ha saputo combinare la tribù beduina con lo stile burocratico stalinista e la macchina tecnologica hitleriana, che ha saputo emulsionare con l'aiuto di tecnici tedeschi e sovietici la lezione razzista delle SS con l'esperienza spionistica del Kgb, sublimando quella interscambiabile modernità totalitaria nel culto magico del partito unico e del capo assoluto. Fin dagli anni trenta la lezione di Mussolini e di Hitler era presente allo spirito del nazionalismo panarabo iracheno. Sami Shawkat, direttore generale dell'Educazione di Baghdad, aveva lanciato già nel 1933 una nuova versione ammodernata e luttuosa del panarabismo divulgando, in tutte le scuole, un suo discorso apologetico sulla morte: quasi un preannuncio multiplo della mortifera tirannia baathista, del martirio suicidario e degli arsenali chimici e batteriologici. Bisognava «perfezionare l'industria della morte al fine di ritrovare l'unità araba»; la capacità di morire e d'infliggere la morte doveva essere più importante dell'acquisizione di ricchezza e di conoscenza. «Se Mussolini non avesse avuto decine di migliaia di camicie nere, che eccellevano nel mestiere della morte, egli non avrebbe potuto mai posare la corona degli imperatori romani sulla testa di Vittorio Emanuele». Quando scoppia la guerra, è in una temperie filofascista che il gran muftì di Gerusalemme, protetto da Roma e da Berlino, fonda a Bagdhad un «Comitato arabo» cospirativo. Appoggiato da generali dissidenti, esso prepara e realizza un colpo di Stato antibritannico il 1° aprile 1941. Si forma un governo golpista di «difesa nazionale», che ottiene l'immediato riconoscimento e appoggio delle potenze dell'Asse e dell'Unione Sovietica; Hitler non aveva ancora invaso la Russia e il patto di «non aggressione», come si vede, funzionava ottimamente sincronizzato perfino alle lontane vicissitudini del Levante. Si capisce meglio, così, la singolare inclinazione delle nuove destre europee all'amicizia e alla collaborazione con un Iraq dove i fantasmi di Stalin e di Hitler continuano ancora a stringersi nel «patto del diavolo». Spicca, nel quadro complessivo che sto portando alla conclusione, la parabola tutt'altro che paradigmatica dell'assassinato Pim Fortuyn. Egli è passato come un anomalo olandese volante, una meteora enigmatica, nei cieli freddi dell'estremismo continentale. Chi era Fortuyn? Una marxista fascistizzato? Un libertario accanito? Un dandy ribelle? Un raffinato edonista omosessuale della bellezza e dell'arte? Un sociologo d'estrazione weberiana inclinato a sinistra nelle analisi e a destra nelle conclusioni? Un antislamico in quanto difensore dei diritti umani e civili? Affrettatamente, per consapevole schematicità giornalistica, nel giorno della sua morte avevo scritto che era stata assassinata «una fotocopia di Le Pen». Sapevo bene che non era così, ma non avevo né il tempo né lo spazio per dilungarmi. Adesso posso dire più compiutamente quello che pens. Fortuyn non può essere paragonato né a Le Pen né a Haider, né a Fiore e neanche a Bossi. Fortuyn resta a suo modo un unicum. Una permessività che non era di destra, gusti e gesti che erano cosmpoliti, oratoria che era colta e immaginosa, scritti che flirtavano con la letteratura ed erano snelli e pungenti, eleganza personale che era conservatrice e insieme esibizionistica. Perfino un uomo di sinistra intransigente, come Sandro Curzi, ha dovuto riconoscere che il razzista forse non era razzista, che il fascista non era del tutto fascista, che l'ecologista non risultava pacifista mentre il reazionario era piuttosto un anarchico conservatore. Fortuyn, che detesteva Le Pen, era fatto più per confondere le idee della gente che per estremizzarle; aveva avuto successo politico nell'Olanda, dove dai tempi della pazzia di Erasmo l'illecito ha la meglio sul lecito; non è effatto detto che avrebbe riscosso la medesima fortuna fra le destre del Belgio vicino e della vicinissima Germania. Diceva di sé: «Per i musulmani, in quanto omosessuale, sono meno di un porco». Condoglianze professor Pim

Condoglianze professor Pim
Disprezzava il maschilismo teologico degli islamici. Odiava il chador e il burqa. Avrebbe voluto ridare alle musulmane radicate in Olanda più laicità, più giustizia e libertà. Non a caso, nella lunga coda di persone recatesi a firmare il libro delle condoglianze per «il professor Pim», c'era anche una giovane e bella araba. Le è stato chiesto: «Come mai una islamica che rende omaggio a un razzista?». Lei ha risposto: «Pim non ce l'aveva con noi, non voleva espellere nessuno. Si è battuto per costruire una società più vivibile per tutti, immigrati compresi». Sarà stato davvero così? Fatto è che l'Olanda resta la stravagante e inimitabile Olanda. Lassù, da quella civiltà nata dalla lotta col mare che la voleva ingiottire, è poi nato fra sbarramenti di dighe un micropianeta capovolto in cui i mancini sembrano destrimani e viceversa. Il "professor Pim" è stato, a tutti gli effetti, un mancino destrimane.




Top




| Home | Bioetica & Bioetiche | Che cos'è la Bioetica | Spiritualità |
| Libri | Filosofia della Politica | Documenti | Massime & Citazioni |
| Che cos'è il «Tobagi» | Aderire al «Tobagi» |