Dalla parte del padre di Jacopo

di Paolo Becchi
Università degli Studi di Genova



Forse non è il caso d scomodare Karl Jaspers o di parlare del nichilismo quando ci si trova di fronte ad un padre che, chiuso nella sua disperazione, decide di farla finita buttandosi giù dalla finestra del terzo piano della sua abitazione con in braccio il suo figlio da quattro anni in coma.
Dietro quel dramma c'è anzitutto la lotta di un genitore che aveva avuto contrasti con la ASL ed era stato costretto a rivolgersi ad un Tribunale per ottenere quello che avrebbe dovuto ricevere subito: un'adeguata assistenza domiciliare.

Certo, ancor prima che arrivasse la pronuncia del Tribunale, la solidarietà era stata grande, tanto che la famiglia poteva già usufruire (almeno in parte) dell'aiuto richiesto. Ma questa lotta deve essere costata alla famiglia di quel bambino un'enorme fatica.

Quel padre però sapeva anche che il destino del suo bambino era senza via d'uscita, che sarebbe cioè sopravvissuto in quelle condizioni irreversibili ancor per chissà quanto tempo. E' molto probabile che egli si chiedesse che senso avrebbe avuto quella vita umana ridotta allo stato semivegetale: quel pensiero lo attanagliava e sapendo che nella nostra società parlare della morte di quel piccolo è ancora un tabù, ha deciso di infrangerlo da solo, pagando il suo gesto con il prezzo più alto: la sua stessa vita.

Mettendo al mondo un figlio, è vero, gli regaliamo la vita, ma parimenti lo costringiamo ad accettare quel regalo. C'è una sorta di peccato di presunzione nell'evento della procreazione, dal momento che riteniamo di essere autorizzati a mettere al mondo qualcuno senza consultarlo prima della nascita. Certo un bambino da adulto non potrà rimproverare i suoi genitori per la loro scelta, dal momento che essi non possono prevedere se lui accetterà o meno il dono della vita. E d'altronde in base alla nostra comune esperienza, possiamo presumere che il bambino, vivendo e crescendo, gradirà il nostro regalo. Ma sino a che punto possiamo ritenere di non fare del male, costringendo qualcuno ad esistere? Questo è il problema genuinamente etico.

Se in generale possiamo presumere che quel dono verrà accettato, possiamo ritenerlo anche nel caso in cui quell'esistenza ci appare come un peso a tal punto insopportabile da farci considerare ingiusto farglielo portare?

Mettendo al mondo un bambino lo condanniamo comunque a vivere, ma possiamo condannarlo ad una vita priva di qualsiasi senso umano?

Non conosco bene il caso attualmente verificatosi, ma il problema che in generale mi pongo è se in situazioni estreme in cui la speranza di un recupero alla vita cosciente è ormai irreversibilmente venuta meno, non si debba mettere in questione il nostro dono. No, non può essere che esso sia così terribile. E allora non dovrebbe forse scandalizzarci se proprio coloro che hanno donato la vita donino anche la morte.







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