L'eutanasia. Un problema paradigmatico della bioetica *

di Rosangela Barcaro

Il dibattito sull'eutanasia ha impegnato e continua ad impegnare studiosi (giuristi, filosofi, teologi, medici) ed opinione pubblica, assumendo i caratteri di una vexata quaestio che non solo non riesce a trovare una soluzione, ma neppure ad incontrare un accordo unanime sul significato del termine in discussione.
In tempi recenti il quesito circa la liceità morale dell'eutanasia e del suicidio medicalmente assistito è stato proposto all'opinione pubblica da alcuni fatti controversi. Tra di essi, a titolo esemplificativo, si possono ricordare quelli che hanno visto coinvolto in prima persona il sinistro "Dottor Morte", il Dr. Jack Kevorkian, che ha ideato e messo a punto una suicide machine, ovvero un'apparecchiatura che consente al potenziale suicida di iniettarsi nel circolo venoso (mediante fleboclisi predisposta allo scopo e collegata dal medico) dell'anestetico e, successivamente, una sostanza venefica o un'overdose di oppiacei; o ancora, i giudizi della Corte Suprema degli U.S.A. a proposito della sospensione dei trattamenti di sostegno vitale a pazienti in stato vegetativo persistente; l'approvazione nei Paesi Bassi, nel 1993, di una legge che depenalizza l'eutanasia attiva volontaria, e nei Territori del Nord dell'Australia, nel 1995, di un provvedimento che ha reso legale tale prassi; i giudizi di due Corti di Appello statunitensi in merito all'incostituzionalità delle leggi che vietano ai medici l'assistenza al suicidio anche nei casi di pazienti adulti competenti e malati terminali.
Il dibattito sull'eutanasia e sul suicidio assistito è un vasto territorio, sul quale hanno trovato posto diverse correnti filosofiche e movimenti di pensiero, ed è un dibattito che, per i modi con i quali è stato impostato, non può che suscitare forti sentimenti e contestazioni.
Scopo del presente lavoro è dunque quello di delineare una panoramica della situazione attuale in merito a tale dibattito, e soprattutto di fissare alcuni punti fermi, utili a chiarire le idee a quanti dovessero accostarsi per la prima volta a questo spinoso tema. Come avremo modo di dimostrare, la maggior parte di coloro che si sono cimentati in tale impresa ha finito con il "riesumare" posizioni filosofiche già note. La controversia a proposito della liceità morale dell'eutanasia si è cristallizzata in una disputa tra due differenti posizioni (pro e contra, con qualche debole sfumatura di quanti, pur rifiutando l'eutanasia attiva e il suicidio assistito come prassi di routine, ne ammettono la liceità per i casi estremi), ciascuna delle quali cerca di spuntarla sull'altra, non di rado sfruttando fraintendimenti linguistici e definizioni nebulose dei termini oggetto di disaccordo, o per dedurre da questi, a seconda dei casi, una legittimazione morale oppure una condanna della pratica o, ancora, per cercare di dimostrare la possibilità di una legittimazione giuridica della stessa. Per questo motivo procederemo innanzitutto a definire il vocabolo "eutanasia" nelle sue diverse accezioni e successivamente esamineremo se nella storia del pensiero esiste una discussione di tale pratica, per approfondire poi il tema così come viene presentato ai giorni nostri. In conclusione ci riserveremo un breve spazio per alcune considerazioni personali che consentano di focalizzare il dibattito in una differente ottica, soprattutto in vista del tentativo di scavalcare la dicotomia «eutanasia, sì» - «eutanasia, no».

Il termine "eutanasia" che, come è noto, è un vocabolo di origine greca, composto da eu e thánatos e letteralmente significa "buona morte", cioè (in concreto) morte senza dolore, ha assunto diversi significati nella prassi, essenzialmente legati alle finalità con le quali l'eutanasia è stata storicamente, e viene tutt'oggi, praticata. E' così possibile distinguere le seguenti forme di eutanasia:
  1. eugenica: è una morte precoce, causata e volontaria, riservata agli individui malformati o con turbe psichiche e messa in atto seguendo un programma di miglioramento della razza;
  2. economica: consiste nell'eliminazione di individui che costituiscono un peso per la società (handicappati, anziani, malati terminali). Si configura come tentativo di ridurre i costi dell'assistenza sanitaria, eliminando individui bisognosi di cure costose, ma con poche o nessuna possibilità di recupero della salute;
  3. criminale: si propone l'eliminazione di individui socialmente pericolosi. E' assimilabile alla pena di morte, con la sola differenza che l'eutanasia criminale è una soppressione indolore, mentre l'esecuzione capitale in genere è violenta e dolorosa per il condannato;
  4. sperimentale: è una morte indolore, praticata con finalità di sperimentazione di sostanze tossiche e/o di ricerca;
  5. solidaristica: si ipotizza quando la morte di un individuo viene ammessa al fine di salvare la vita di un altro, o di più altri. E' una sorta di sacrificio di sé, quasi di martirio, affinché altri possano ottenere beneficio da questa morte;
  6. pietosa: si tratta di un'azione, compiuta per pietà, di soppressione di un malato terminale o morente, che si trovi in una condizione di sofferenza fisica e psicologica ritenuta non sostenibile; si configura come un atto dettato dalla pietà e viene definito dalla letteratura anglofona mercy killing. In genere è compiuto da un congiunto del malato, eventualmente dietro richiesta di quest'ultimo.
  7. terapeutica: è una soppressione finalizzata ad abbreviare o concludere la vita di un malato considerato dai medici incurabile e senza speranza. Rispetto al caso precedente, il ruolo del medico è predominante nel dare la "dolce morte" al malato.

Le prime cinque specie di eutanasia - sopra elencate - sono prevalentemente di tipo commissivo e quindi attive, in genere realizzate con finalità diverse, ma in vista di un unico scopo: la salvaguardia di un gruppo o della società in senso lato, mediante l'eliminazione di qualcuno. Eutanasia pietosa e eutanasia terapeutica rappresentano due modalità di azione compiute in vista del vantaggio di colui che dovrebbe ricevere un beneficio dall'atto eutanasico. Ed è proprio per questa ragione (il presunto bene del malato) che la discussione sull'eutanasia pietosa e terapeutica è piuttosto accesa. Infatti, mentre per i casi di eugenia o di uccisione per ragioni economiche o sociali, si può parlare di semplici casi di omicidio, a vario titolo operato, per quanto riguarda il discorso sulle due categorie di eutanasia pietosa e terapeutica bisogna aprire una parentesi.
Bisognerebbe chiarire che funzione terapeutica (intendendo il vocabolo nel suo significato specifico, per cui "terapeutico" è tutto ciò che è legato alla guarigione o a un miglioramento della salute) possa avere l'uccidere un paziente. Già da questo si vede l'uso improprio del vocabolo, a meno che il privare il paziente della propria vita non costituisca una nuova frontiera della medicina. Non è invece facile esprimersi sull'eutanasia pietosa. La pietà è un sentimento e come tutti i sentimenti sfugge alle regole della logica. Chi afferma di avere ucciso un proprio congiunto per pietà può certo aver agito senza una preventiva valutazione razionale del caso, in condizioni mentali alterate. Questo giudizio sull'incapacità di intendere e di volere, in alcuni casi giudiziari olandesi, ad esempio, ha fatto pendere la bilancia della giustizia a favore di imputati accusati di omicidio, che hanno così evitato la condanna.
Di tutto questo avremo comunque modo di discutere più volte nel presente lavoro. Per il momento ci limiteremo a distinguere le varie forme di eutanasia "propria", applicando la distinzione sussistente tra azione commissiva (attiva) e omissiva (passiva). Nella forma attiva, l'eutanasia è provocare la morte di malati incurabili e sofferenti mediante un intervento appunto attivo (ad esempio una iniezione letale), mentre nella forma passiva l'eutanasia si configura come una omissione di terapie o interventi: è un'astenersi dall'agire che provoca gli stessi effetti dell'azione diretta, ovvero la morte del paziente. Apparentemente le due azioni sono equivalenti, in quanto producono le stesse conseguenze. In realtà, sul piano morale, esse possono risultare corrette o scorrette in virtù delle intenzioni del soggetto morale agente e di altre condizioni dell'azione, come avremo modo di vedere.
La produzione letteraria che si occupa dell'eutanasia, o che abbraccia temi ad essa correlati, è piuttosto ampia ed in continuo aumento. Senza voler pretendere di indicare quale saggio o articolo possa avere o abbia avuto un peso scientifico decisivo all'interno del dibattito di cui ci stiamo occupando, possiamo brevemente citare alcune opere che hanno fissato in epoca moderna la definizione di eutanasia. Tra i primi lavori, in ordine cronologico, possiamo ricordare una caratterizzazione dell'eutanasia divenuta classica: quella introdotta da Peter Singer nel suo volume Practical Ethics del 1979; tale caratterizzazione si articola in tre definizioni:
  1. eutanasia volontaria: è eseguita su richiesta della persona interessata. Secondo Singer essa è talvolta difficilmente distinguibile dal suicidio assistito. Una persona può, mentre è in buona salute, stendere per iscritto una richiesta di eutanasia. Nell'eventualità in cui, a causa di un incidente, dovesse diventare incapace di esprimere una decisione, con la prospettiva di soffrire o di restare priva dell'uso delle proprie facoltà mentali, e non ci fosse nessuna ragionevole speranza di guarigione, parenti, amici e medici saprebbero come agire, in forza del consenso dell'interessato, soprattutto qualora quest'ultimo fosse in coma, e dunque non più in grado di pronunciarsi a favore dell'eutanasia volontaria;
  2. eutanasia involontaria: «la persona uccisa è capace di consentire alla propria morte, ma non lo fa, o perché non le viene chiesto o perché, richiesta, sceglie di continuare a vivere». Secondo Singer la mancata richiesta all'interessato del suo consenso potrebbe essere giustificata solo in vista del desiderio di evitare ulteriori sofferenze alla persona in questione. A nostro avviso è contraddittorio praticare l'eutanasia e giustificarla come scelta d'amore, di compassione, ecc. senza sapere se tale atto è contrario ai desideri della persona che lo subisce.
  3. eutanasia non-volontaria: «Se un essere umano non è capace di comprendere la scelta tra la vita e la morte, l'eutanasia non sarà né volontaria né involontaria, ma non-volontaria». E' il caso della soppressione praticata su nati deformi e ritardati mentali. Si parla di eutanasia non-volontaria anche nel caso in cui un soggetto un tempo in grado di intendere e di volere - quindi di scegliere a favore o contro l'eutanasia - non abbia mai effettuato tale scelta e non sia in grado di compierla nella condizione di coma o infermità mentale in cui eventualmente venisse a trovarsi.
Un'ulteriore definizione è contenuta in un lavoro di F.-R. Cerruti, più recente rispetto a quello di Singer: in esso l'eutanasia viene caratterizzata come «la dottrina della liberazione dalle sofferenze intollerabili, il comportamento di pietà che, nell'avvicinarsi immediato della morte, allevia o abbrevia il dolore».
Cerruti non attribuisce all'eutanasia il carattere univoco di intervento diretto e attivo che conclude la vita; «alleviare o abbreviare il dolore» fa quindi pensare alla medicina palliativa e alla terapia del dolore, che però non equivalgono alla pratica dell'eutanasia. Pur essendo identiche nella finalità (eliminare il dolore) medicina palliativa e eutanasia scelgono due mezzi diversi per la realizzazione del fine: trattamenti medici da una parte, annientamento della vita dall'altra. Cerruti fornisce inoltre alcune caratterizzazioni della pratica eutanasica, distinguendo, ad esempio, tra:
  1. ·eutanasia individuale, finalizzata ad abbreviare l'agonia di un malato giudicato incurabile dai medici;
  2. ·eutanasia collettiva, esterna all'ambito medico ed in genere articolata in:
  3. eutanasia eugenica;
  4. eutanasia economica.
L'eutanasia individuale è quindi quella forma di intervento medico che serve a concludere la vita di un paziente incurabile. Nella categoria dell'eutanasia individuale rientrano l'eutanasia attiva e l'eutanasia passiva: con "eutanasia attiva" si intende la soppressione - voluta intenzionata premeditata - della vita di un malato terminale o morente; con "eutanasia passiva" l'astensione dalle cure quando il processo di morte del soggetto è già avviato. In generale, la letteratura è concorde nell'accettare tale distinzione, anche se sono state introdotte varie sfumature legate soprattutto all'intenzionalità con la quale si ottiene l'exitus.
E' possibile rilevare un'identificazione dell'eutanasia attiva con l'uccidere e dell'eutanasia passiva con il lasciar morire. Dal punto di vista concreto, i termini sono equivalenti: realizzare un gesto eutanasico in modo attivo (somministrare un veleno o un'overdose di analgesici) è uccidere; mentre lasciar morire si identifica con l'eutanasia passiva, poiché si interrompe un trattamento, una terapia, oppure non si interviene per arrestare il processo di morte. Le conseguenze che sono prodotte dalle due azioni di uccidere e di lasciar morire sono dunque identiche; tuttavia è possibile compiere una distinzione profonda tra i due atti. A livello di causalità l'azione si differenzia dall'omissione, poiché nel primo caso la morte è il risultato dell'azione causale di un soggetto che persegue come fine della propria azione il concludere la vita di un altro essere umano, con lo scopo di farne cessare le sofferenze; nel caso dell'omissione la morte è provocata invece dalla malattia e non dall'intervento diretto di un altro individuo.
A livello di intenzioni il discorso è diverso. Uccidere e lasciar morire possono diventare due atti equivalenti dal punto di vista della colpevolezza morale, in ragione dell'intenzione con la quale vengono compiuti: allora, lasciar morire è equivalente all'uccidere quando, ad esempio, esistendo la possibilità di intervenire efficacemente per evitare la morte del paziente, il medico decide di non farlo (tesi dell'equivalenza morale tra uccidere e lasciar morire).
A questo punto si può prendere in considerazione un'ultima definizione di eutanasia, attualmente condivisa a livello di dibattito scientifico, e che sembra essere la più completa. Ci stiamo riferendo alla definizione di eutanasia attiva volontaria, così come viene citata da Van Der Maas et al. nell'articolo dal titolo "Euthanasia and Other Medical Decisions Concerning the End of Life", definizione secondo cui l'eutanasia è la «conclusione intenzionale della vita da parte di qualcuno, che non sia la persona interessata, per richiesta di quest'ultima».
La definizione circoscrive chiaramente l'ambito di indagine: l'eutanasia attiva volontaria viene decisamente distinta dall'eutanasia passiva; dalla sospensione di terapie con lo scopo di dar libero corso al processo di morte ormai avviato ed inarrestabile; dal suicidio medicalmente assistito, in cui il paziente volontariamente assume farmaci, prescrittigli dal medico, con l'intenzione di terminare la propria vita; dalla medicina palliativa, a volte erroneamente identificata con l'eutanasia passiva, ma qualificata come una serie di terapie farmacologiche a base di sedativi e antidolorifici aventi lo scopo precipuo di eliminare il dolore.
Quest'ultima definizione viene quindi considerata come la più appropriata e chiara nella sua applicazione al contesto biomedico: per questo motivo nel dibattito si trovano prevalentemente riferimenti a questa pratica che viene detta appunto "eutanasia attiva volontaria", mentre va scomparendo il ricorso alle espressioni "eutanasia pietosa" e "terapeutica".

Il contesto medico è diventato l'ambito privilegiato, e talvolta esclusivo, per l'applicazione della definizione e della pratica dell'eutanasia. Un grande numero di fattori ha influenzato la concentrazione in esso del dibattito sui doveri della professione medica, ed in particolare sulla possibilità di attivare o sospendere trattamenti clinici, o addirittura intervenire attivamente per concludere la vita di un paziente.
I fattori che principalmente hanno mostrato la loro influenza sono stati il potere raggiunto dalle tecnologie mediche e l'importanza (anche esasperata) data al concetto di autonomia dell'individuo. Le implicazioni etiche che accompagnano entrambi i fattori sono chiare: da una parte si è realizzata in concreto la possibilità di salvare vite umane ad esempio mediante l'impiego di sistemi per la ventilazione polmonare; dall'altra si è assistito all'insorgere di casi limite in cui individui collegati ad apparecchiature per la rianimazione possono continuare a vivere solo ed esclusivamente mediante supporto artificiale, spesso senza riuscire a riacquistare lo stato di coscienza o la possibilità di vita relazionale, e senza poter esprimere una volontà di rifiuto o di accettazione dei trattamenti ai quali sono sottoposti.
Il ricorso a mezzi invasivi ha suscitato dubbi e polemiche circa la sua liceità, quando si ha la consapevolezza dell'impossibilità del recupero (anche parziale) della salute di un certo paziente.
Negli Stati Uniti d'America, in particolare, casi clinici "spinosi" sono stati presentati ai tribunali perché i giudici potessero decidere il da farsi in vece del paziente in stato comatoso e dunque non in grado di esprimere il proprio parere. Contemporaneamente si è assistito al sorgere di movimenti che rivendicavano il rispetto dell'autonomia del paziente, e che hanno prodotto documenti, le cosiddette "direttive anticipate", la cui validità è riconosciuta da legislazioni dei singoli Stati dell'Unione. In base alla legge il soggetto chiede che, al verificarsi di alcune condizioni, che vengono indicate nel documento, non si proceda, ad esempio, alla rianimazione o a interventi chirurgici d'emergenza necessari a salvare la vita. Come se questo non bastasse, i sostenitori dell'eutanasia attiva volontaria, facendo leva sul concetto di autonomia individuale, sono arrivati ad affermare che disporre della propria vita, e decidere della propria morte, sono l'espressione massima dell'autonomia di scelta della persona. Da una rivendicazione legittima quale era quella del rifiuto del cosiddetto "accanimento terapeutico" si è arrivati a pretendere il riconoscimento del diritto di decidere quando e come morire, pretendendo addirittura il ricorso all'intervento attivo del medico.
Perché la pratica dell'eutanasia ha finito con l'essere oggi concepita come pratica medica? Una prima ragione è che, in ambito medico, alcuni autori ritengono che la dolce morte dovrebbe essere il "coronamento" delle cure terminali somministrate ad un paziente. Questo significherebbe far rientrare nella figura professionale del medico la competenza "eutanasica", stabilita a termini di legge. La preoccupazione è quella di tutelare il medico più che il paziente, dal momento che questi muore comunque, vuoi per causa della malattia, vuoi per l'intervento del medico: variano solo i tempi per la conclusione del processo di morte e la responsabilità personale rispetto alla morte di un soggetto. Stabilire delle norme giuridiche in tema di "erogazione" dell'eutanasia sarebbe concepire la pratica come l'atto medico conclusivo di un programma di cure che riguardano il paziente e che coinvolgono anche la sua famiglia. Il medico dunque dovrebbe farsi carico, anche in materia di eutanasia, dell'onere di fornire dettagli ed istruzioni ai suoi assistiti ed ai loro congiunti, in modo analogo a quanto abitualmente fa in casi di somministrazioni di terapie.
Il rivolgersi al medico per ottenere la "dolce morte" è anche giustificato, in linea teorica, dal fatto che il medico "sa" quando è arrivato il momento di sospendere le cure divenute inefficaci, quando gli interventi diventano inutili, quanto tempo da vivere resta ad un malato e quanto sarà dolorosa la sua morte. Tuttavia anche questa "sapienza" medica è soggetta a limiti ed errori di valutazione. Pensare che possa essere il medico ad addossarsi la responsabilità di "infliggere" una morte, così come è responsabile per la guarigione, ha aperto un filone di dibattito a proposito dei doveri del medico e della professione medica: mentre taluni affermano che il medico deve farsi garante per l'aiuto eutanasico, altri sostengono che i medici devono astenersi dall'uccidere volontariamente.
Coloro che si oppongono all'eutanasia affermano che ammettere la liceità morale e giuridica di tale pratica per i pazienti terminali competenti, che possano quindi chiedere aiuto per morire ben consapevoli della loro scelta, significa aprire uno spiraglio verso il permettere l'eutanasia di individui handicappati e comatosi gravi, e di pazienti psichiatrici più o meno gravi. Tale posizione viene giustificata sulla base della recente esperienza storica che il piano di epurazione razziale di Hitler ci ha lasciato in eredità, e soprattutto di fronte al rischio di una continua diminuzione nella valutazione della dignità della persona umana, diminuzione alla quale per altro stiamo già assistendo.
E' questa la cosiddetta argomentazione del "piano inclinato" (slippery slope argument) che, negli intenti degli oppositori dell'eutanasia, dovrebbe servire a dimostrare l'impossibilità pratica di concedere la permissibilità morale e giuridica di tale pratica. L'aspetto più controverso della faccenda è legato al fatto che qualcuno (lo Stato, il medico, la famiglia) possa decidere il destino di una persona (che non sia in grado di compiere una scelta o che venga ritenuta incapace di farlo) in base ad un suo valore in qualche modo "monetizzabile": un individuo comatoso o handicappato grave sicuramente può trovarsi nella condizione di non potere, o non potere più, offrire un proprio contributo costruttivo alla società ed essere costretto, invece, a chiedere ad essa servizi costosi. Di fronte alla eventualità che la sua soppressione possa essere motivata dal desiderio di alleviare le sue sofferenze, c'è anche l'ipotesi che la morte di questo individuo possa liberare la società da un "peso" economico indesiderato.
Anche su questo tema le posizioni sono controverse: mentre alcuni pensatori sostengono che l'"aiutare a morire" è moralmente lecito nei casi di soggetti handicappati gravi o malati terminali (per una serie di ragioni che analizzeremo nel corso del lavoro), altri studiosi ritengono che la soppressione di un individuo (indipendentemente dal fatto che sia questi a chiedere la morte o no) sarebbe un gesto immorale, essendo l'individuo in questione portatore di un valore intrinseco che trascende la sua manifestazione fenomenica, ed essendo comunque il concetto di "handicap" (così come lo considera la prima prospettiva) qualcosa che si avvicina un po' troppo a quello di difetto razziale, con tutte le pericolose conseguenze che possono derivare da una distorta concezione del concetto di "normalità".
La difficoltà che si incontra oggi nel discutere sull'eutanasia proviene da un pesante retaggio, dato dal ricorso alla pratica con una duplice finalità: soppressione di neonati handicappati o malformati e purificazione della razza da elementi "contaminanti". Si può brevemente citare qualche esempio per ciascuna delle "categorie" di eutanasia ora indicate, anche se in merito al problema dell'eutanasia vista come soppressione di individui malformati o handicappati, o con intento purificatore della razza sarebbe più corretto parlare di selezione della razza o comunque di uccisioni con finalità eugenetiche, evitando dunque di impiegare il termine "eutanasia". Qualora venga praticata con la stessa finalità, l'eutanasia è molto somigliante all'aborto selettivo, con l'unica differenza che nel caso di feti malformati il medico interviene su un soggetto umano (non chiamiamolo per il momento "persona", poiché entreremo nel merito del dibattito sul concetto di persona più avanti) non ancora nato, impedendogli di fatto di venire al mondo. In questo senso, alcuni casi di aborto possono essere concepiti come interventi eugenetici. Lo stesso si può dire per il caso dell'infanticidio, quando sia finalizzato ad eliminare soggetti portatori di handicap o malattie congenite gravi non guaribili. Interventi eugenetici hanno trovato concreta realizzazione (sotto mentite spoglie) in tempi recenti in Gran Bretagna, con alcuni casi di decisione di non trattare chirurgicamente neonati con sindrome di Down affetti da alterazioni patologiche che, se non operate rapidamente, provocano la morte del bambino: in taluni casi, i chirurghi si sono espressi negativamente (sostenuti in queste decisioni dai genitori dei neonati) in merito all'eliminazione chirurgica di occlusioni o fistole intestinali, non rare nei neonati Down. Il rifiuto del trattamento chirurgico è stato giustificato sostenendo che, in ogni caso, la qualità di vita del soggetto sarebbe stata mediocre, e dunque "lasciare che la natura faccia il proprio corso" - evitando di intervenire chirurgicamente - non è causare direttamente la morte del neonato, il quale muore a causa di una patologia.
Per quanto riguarda la seconda versione di "eutanasia eugenica" è sufficiente ricordare una modalità con la quale è stato realizzato il programma di epurazione razziale condotto ad opera dei nazisti. Il programma di sterminio studiato da Hitler e dai suoi collaboratori mirava ad eliminare tutti coloro che fossero "diversi" e le cui vite fossero considerate "prive di valore". In una prima fase di realizzazione del progetto di epurazione venivano considerati come "candidati" per l'eutanasia (è proprio questa l'espressione che Hitler scelse) tutti gli individui gravemente malati, portatori di handicap o colpiti da turbe psichiche. Successivamente, in modo graduale, il ventaglio dei candidati prese ad ampliarsi, includendo zingari, oppositori, dissidenti, non-ariani, ebrei.
L'aspetto più preoccupante della vicenda è rappresentato dal fatto che, soprattutto nei casi di pazienti ospitati presso strutture sanitarie, l'individuo subiva l'eutanasia: non aveva importanza se questi avesse qualche possibilità di guarigione o fosse affetto da una malattia incurabile ed accompagnata da dolori intollerabili, o avesse espresso la propria intenzione di morire e avesse chiesto aiuto in tal senso al personale sanitario; era il medico (sulla base di direttive statali) a decidere della vita e della morte di ogni singolo paziente, tenendo ben presenti, più che le condizioni cliniche, quelle fisiche e sociali (o pretese tali). La giustificazione dell'eutanasia (che per le dimensioni assunte consisteva in uno sterminio di massa) non risiedeva in valutazioni cliniche di alcun genere. I medici dichiaravano che i pazienti "scomparsi" a seguito dell'eutanasia erano morti per complicanze della malattia per la quale erano stati ricoverati, per un'infezione, per un'epidemia dalla quale erano stati contagiati in ospedale, e così via, al fine di mantenere occultata la verità.
Una tale interpretazione del concetto di eutanasia, e soprattutto la prassi che ne seguì, non poteva, ovviamente, non costituire in qualche modo una pietra miliare nell'ambito del dibattito bioetico contemporaneo: essa ha fornito e continua a fornire esempi pratici di possibili abusi, rivestendo quindi un ruolo importantissimo nelle intenzioni di quanti si sono opposti, e si oppongono tuttora, alla legalizzazione o comunque ad una qualche forma di regolamentazione giuridica dell'eutanasia, anche di quella forma di intervento che dovrebbe - nelle intenzioni dei suoi sostenitori - aiutare pazienti in condizioni disperate.
Viene da chiedersi se, per superare questa impasse, non esistano alternative praticabili oppure si sia costretti inevitabilmente a discutere eternamente su un problema, le cui possibili attuali soluzioni non soddisfano nessuna delle parti in causa.

* Il presente testo riproduce integralmente l' Introduzione del saggio di Rosangela Barcaro intitolato Eutanasia. Un problema paradigmatico della bioetica, Milano 1998, FrancoAngeli. Tanto l'Autrice quanto l'Editore ne hanno autorizzato espressamente la messa in rete, sul sito del "Tobagi". Di ciò serbiamo loro gratitudine, anche a nome dei visitatori delle nostre pagine di bioetica.

Rosangela Barcaro è responsabile della Biblioteca del Centro di Studi sulla Filosofia Contemporanea del CNR. Ulteriori informazioni sulla studiosa alla pagina del CNR a lei dedicata.






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