«La futura Ue non avrà nuova forza se non si pone come istanza politica. Il vero pericolo che incombe sul Vecchio Continente è la nuova ideologia della comunicazione e della tecnica»

Quale Europa fra global e no global


Parla l'intellettuale francese Alain Finkielkraut: «Non vedo analogie con il '68, che fu un movimento internazionale ma radicato nei singoli Paesi. Ora si vuole opporre a un nuovo ordine mondiale un tipo di resistenza anch'esso universale»

di
RODOLFO CASADEI


"Avvenire", 17 dicembre 2002


Alain Finkielkraut è uno degli intellettuali europei più originali. La sua formazione e il suo pensiero sono profondamente influenzati da autori come Hannah Arendt, Charles Peguy, François Furet, Primo Levi (è membro dell'omonima Società letteraria) ed Emmanuel Lévinas.

Monsieur Finkielkraut, il movimento «no global» è il nuovo Sessantotto? Naomi Klein l'ha definito così...

«Non credo che sia un nuovo Sessantotto, anzitutto perché il movimento del Sessantotto è stato un movimento internazionale, ma territorializzato: i francesi si mobilitavano in Francia, gli americani in America, ecc.; oggi abbiamo a che fare con una cosa diversa, con un movimento planetario che precisamente sposa le forme della realtà che denuncia. Per meglio attaccare la globalizzazione si pratica una radicalità mondiale: questo non si era mai visto. La prima cosa che mi disturba in questo movimento antiglobalizzazione, è precisamente che giocano il gioco della globalizzazione, de territorializzano la politica, tendono a creare un'opposizione mondiale a un presunto governo mondiale. Ma politicamente il mondo non è ancora mondiale: politicamente, abitiamo ancora degli Stati, dei territori circoscritti, apparteniamo a comunità particolari, e sono un po' arrabbiato di vedere che gli antimondialisti lo dimenticano e oppongono ad un'élite transnazionale una radicalità anch'essa transnazionale».

Dunque secondo lei l'oggetto dell'ostilità di questo movimento, la globalizzazione, non esiste?

«Esiste senza dubbio, ma non c'è ancora un governo mondiale e non vedo un tale evento all'orizzonte; e invece questi militanti pretendono di esercitare una democrazia post-nazionale che reagisce alle disposizioni di un governo mondiale. Ma la maggior parte dei summit non ha per obiettivo di accelerare la globalizzazione, bensì di fissarle delle regole».

I «no global» si dicono sostenitori del diritto alla differenza, difensori del pluralismo cu lturale. Vogli ono la democrazia universale e nello stesso tempo sostengono il relativismo culturale, l'intangibilità delle identità. È una contraddizione?

«Non ci può essere democrazia se non particolare perché non c'è un solo popolo. Se diciamo che la democrazia è il governo del popolo per il popolo e da parte del popolo, bisogna prendere atto che esistono una pluralità di popoli. Oggi invece si enfatizza altro: da una parte globalizzazione economica e tecnica, dall'altra parte affermazione delle identità particolari. Io credo che l'Europa ha storicamente messo in opera un dispositivo di articolazione del particolare e dell'universale, che è la nazione. E penso che sia la globalizzazione, sia la critica della globalizzazione cospirino a smontare questo dispositivo consegnando l'universale alla ragione strumentale, cioè alla tecnica e all'economia, e riducendo la cultura alle identità culturali. Dunque constato che qui c'è un doppio abbandono: abbandono dell'universale al tecnico, ab bandono della cultura alle identità. Questo è il dramma».

Un altro tema interessante è quello del rapporto fra sovranità nazionale e istituzioni sovrannazionali. Il movimento antiglobalizzazione richiede una perfetta identità fra diritti umani universali e diritti di cittadinanza. Richiede la creazione di tribunali internazionali, forme di imposizione fiscale su scala mondiale come la tassa sui movimenti finanziari speculativi, il rafforzamento dei poteri delle Nazioni Unite, previa «democratizzazione». Ma allo stesso tempo domanda il rispetto della sovranità politica degli Stati. C'è coerenza in questa incoerenza?

«Questa è una difficoltà che oggi riguarda tutti. Nella misura in cui i problemi, soprattutto quelli dell'ambiente, diventano sempre più globali, occorre cercare delle soluzioni transnazionali, creare istituzioni transnazionali per farsi carico di questi problemi. E quando facciamo politica siamo strattonati fra l'eredità della sovranità e la neces sità di nuove forme di azione. Semplicemente direi che non bisogna considerare, come alcuni hanno tendenza a fare, la sovranità nazionale come un concetto politico superato o minaccioso. La giusta via dovrebbe essere quella di conciliare la nostra coscienza del carattere globale dei problemi con il senso del limite umano. Ecco che cosa dovrebbe guidarci nelle modalità della nostra azione politica».

Parliamo dell'Europa: deve avere paura della globalizzazione, oppure sono altre le minacce che pesano su di essa?

«Se l'Europa deve pesare di tutto il suo peso per limitare, controllare, regolare la globalizzazione economica, l'Europa deve essere un'istanza politica. E fare politica non significa semplicemente gestire i vincoli o gestire le conseguenze. Può essere anche imporre un certo numero di cose: il rifiuto di ridurre la cultura ad una merce, per esempio. Per esempio il rifiuto di abbandonare il cinema alla sola legge del mercato. Ma non ci sono soltanto minacce este rne che incombono sull'Europa. C'è anche un problema di indebolimento interno. Non sono affatto sicuro che siamo più europei oggi, sotto il pretesto che costruiamo un'Europa burocratica. Il sentimento europeo esiste senza dubbio, ma è molto meno ricco che nelle epoche della storia in cui la cultura giocava un ruolo centrale».

E che cosa possiamo sperare dai giovani europei in questa Europa senescente? Ci sono giovani politicamente impegnati, come quelli a Genova, e giovani non impegnati, la maggioranza. Questi giovani sono una risorsa o un problema per l'Europa?

«Sono i nuovi venuti sulla terra, sono coloro che hanno la capacità ontologica, per citare Hannah Arendt, di cominciare qualcosa di nuovo. Ma non possono iniziare qualcosa se noi adulti non ci assumiamo la nostra responsabilità, che è quella di integrarli in un mondo più vecchio di loro. E oggi vedere gli adulti e gli anziani prepararsi a integrare i giovani in un mondo più giovane dei giovani, cioè i l mondo di Internet, del XXI secolo, è uno spettacolo allo stesso tempo ridicolo e inquietante. Questa è la realtà. La nostra è un'Europa rivolta al futuro e che attende mari e monti da queste nuove macchine per la comunicazione. Vedo un pericolo reale per l'Europa non tanto nella globalizzazione, quanto nell'ideologia della comunicazione e nelle tecniche che la impongono a discapito di tutte le altre attitudini umane fondamentali. C'è oggi una dimissione degli adulti davanti ai giovani che è la conseguenza di un'altra dimissione: quella del passato davanti all'avvenire».






SCHEDA: Alain Finkielkraut

Alain Finkielkraut ha 52 anni ed è un intellettuale e giornalista francese di origini ebraiche, agregé de lettres e professore all'Ecole Polytechnique, redattore della testata radiofonica «France Culture» e vincitore del Premio europeo di saggistica Charles Veillon. È stato allievo del filosofo Emmanuel Lévinas. In italiano ha pubblicato «Il nuovo disordine amoroso» (1979), «L'ebreo immaginario» (1990), «Il crimine di esser nato. Una guerra in Europa 1991-1995» (1996). «L'umanità perduta. Saggio sul XX secolo» (1997). L'intervista che qui pubblichiamo è tratta dal volume di Rodolfo Casadei «Appunti su globalizzazione e dintorni» (Tempi editore, pagine 134, euro 8,00; con prefazione di Paolo Del Debbio). Casadei ha già pubblicato i volumi «Ruanda e Burundi: una strage infinita. Perché?» (Emi 1994) e «Santi e demoni d'Africa» (Harmattan Italia 2001).


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